Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila, sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’ Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri; ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio della parte ghibellina in tutta Toscana.[83]

I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze; laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai.

Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè, tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e graziosi canti.[85]

Capitolo III. GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]

Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei buoni uomini qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra, dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i popoli fatti liberi a lei guardavano con amore.

Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi. Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori, dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi, massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto. Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le altrui.

Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88] e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era il disfare le case.

Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare, nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori (Statut., Rub. 43 et alibi); ma per contrario non si ammettevano eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (Rub. 49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (Rub. 46, 47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun grande non poteva mostrarsi in quel luogo (Rub. 44). La Rubrica 24, sotto il titolo de causis faciendi magnates, contiene la forma del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi; il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo testimonio de visu e due di pubblica fama, o solamente quattro di questi ultimi (Rub. 23): un tamburo o cassetta murata era posta innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (Rub. 96). Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle multe a cui venissero condannati (Rub. 33): ma era proibito ad essi fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai prestatori (Rub. 9 degli Ordinamenti di giustizia): i popolani non denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (Statut., Rub. 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (Rub. 69). Minutamente si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (Rub. 31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe (Rub. 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (Rub. 41).

A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori con certi aggiunti o arroti elessero i nuovi. Le Arti maggiori e le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila; cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani.

Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi, o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate: eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente.