Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i Fiorentini, per la venuta nella Toscana di un altro Luogotenente dell’Impero,[73] cominciarono a vedere con dispetto la Repubblica governarsi da rettori d’ambedue le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto tornare nella città molte famiglie ch’aveano nome non già potenza, nè forse animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. Ma esclusi erano gli Uberti e quei da Gangalandi ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di Val d’Arno e i da Ricasoli del Chianti, e gli altri che vivere più non sapevano nella patria loro se dominare non la potessero sotto all’ombra dell’Impero. Il Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno a Roma sotto alla guardia e a discrezione sua; ma credo io pochi accettassero: laonde molti dei confinati vennero tosto fatti ribelli, e ad essi tolta l’assegnazione (la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre ed agli averi dei quali furono privati al tempo della condannagione. Degli altri, dicono gli scrittori che riebbero i beni loro; ma Firenze non ha istorici se non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del trattato dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo rei di antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio non è da credere inclinasse a benefizio dei tornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva poi che la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte ghibellina. Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero degli Anziani, e sì nelle altre stipulazioni di quel trattato per cui veniva concesso a pochi stentatamente riporre il piede nella città: era prescritto che rimanessero altri molti nelle ville, sintanto almeno che il Potestà e il Capitano non avessero forza bastante di cavalieri e di pedoni da contenere cotesti uomini, sospetti sempre di non amare lo Stato libero. Oltre ciò, è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei successivi imperatori confuse avevano le due parti: più volte i papi si adoprarono perchè fossero i Ghibellini o i ribelli di altro nome restituiti nella città; e nel trattato, quando si viene alla formazione dei Consigli, troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se a pigliare cotesto nome si arrischiassero. Era il contrasto oggimai tutto tra ’l nuovo popolo e gli antichi nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’ castelli, quale che fosse la parte loro: e intanto che una dei Tosinghi andava moglie a Maghinardo da Susinana gran condottiero, un Adimari principale uomo di parte guelfa si era congiunto ad una figlia del capo stesso dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste erano ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei nobili procacciando partecipare co’ mercatanti grossi la popolare dominazione. I grandi guelfi erano signori, scrive il Compagni che intervenne tuttora giovine a quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, contraffare ai patti della pace. Il soprastare montò a questo, che levarono in breve tempo tutti gli onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono, due anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento costituendolo tutto popolare.

I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, otto dei quali erano Guelfi, come dicemmo, e sei Ghibellini, male si accordavano tra loro. A racconciare quindi lo Stato ed a stringere il governo in poche mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio dei Quattordici, creando in quella vece altra signoria di durata parimente bimestrale: ai nuovi magistrati diedero il nome, anche prima usato, di Priori delle Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo trafficante:[74] della quale innovazione furono autori i consoli dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi e possenti cittadini di Firenze, di maggior seguito, grandi e popolani, che intendevano a procaccio di mercatanzia e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa. I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile schiatta, per il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; Rosso Bacherelli, per il sesto di San Piero Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi del Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per l’arte della Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio per ivi durare fino alla metà d’agosto, al qual tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti. Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel luogo stesso dove si adunavano gli Anziani al tempo del popolo vecchio e i Quattordici dipoi, cioè nelle case presso Badia: avevano a loro servizio sei berrovieri o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il titolo di difensore delle Arti, spettava amministrare le grandi e gravi cose del Comune e raunare i Consigli e fare le provvisioni. Essendo piaciuto all’universale quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle sette Arti maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero quella dei Medici e Speziali, quella dei Setaioli e Merciai di Porta santa Maria, e quella dei Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori e minori fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune volte anco il numero dei Priori. Tra essi erano dei grandi e dei popolani, ma di buona fama ed opere, e che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle leggi, e che in Firenze ora si dice dei fannulloni e scostumati. Così per allora si ordinava la Repubblica; erano eletti i nuovi Priori da quelli che uscivano di ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: l’elezione si faceva per isquittinio segreto, e chi aveva più voci era fatto de’ Priori. Ciò avveniva nella chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia alla quale abitava il Capitano del popolo nelle case che furono de’ Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva eletto dai Consigli del popolo, siccome era il Potestà dai consigli del Comune. Finalmente, a somiglianza delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi e bandiere loro. Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai e rigattieri, un gonfalone bianco e vermiglio; quella dei beccai, giallo con entro un capro nero; i calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori e falegnami, il campo vermiglio con entro la sega e l’ascia; e quella dei fabbri e ferrai, col campo bianco e tanaglie in nero.[75] In breve il numero delle Arti minori crebbe fino a quattordici; le arti più minute e di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle ventuna, che avevano consoli ed insegne loro, e massimamente delle sette chiamate maggiori, nelle quali era la forza del capitale e gli estesi traffici, o risiedeva l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad imitazione dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistrato dei Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle arti: Pistoia, Lucca e le altre città guelfe di Toscana, per le cagioni medesime e ad esempio di Firenze, anch’esse adottarono somiglianti ordini popolari.

Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante. Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari, perchè in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, per lungo tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi; altiero animo pigliava il popolo, e i mestieri s’innalzavano allo splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo; il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, con la riverita autorità del Pontificato, e da principio con quella non bene cancellata dell’Impero.[76]

Capitolo II. SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.]

I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 quei feroci combattimenti onde era abbassata la potenza dei Pisani totalmente sconfitti da’ Genovesi in una battaglia navale presso lo scoglio della Meloria; nella quale perderono essi più di quaranta galere e sedici mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto prigionieri. Firenze e le altre città guelfe in tal congiuntura viepiù si ristrinsero contro la misera Pisa ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di assaltarla per terra, mentre i Genovesi continuerebbero a tempestarla dal mare; tanto era l’odio già contro quella città rivale e la cupidigia di soverchiarla pei commerci.

Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo ed ambizioso tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere questa lega e conducendo a parte guelfa la città sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva la mala fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia della Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere da lui comandate, a fine con ciò di indebolire la patria sua e divenirne più facilmente signore, contrapponendosi per il fine stesso anche al ritorno dei prigionieri ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori cittadini di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali insieme col vino erano fiorini d’oro. Ottenne così che i Lucchesi ed i Genovesi soli andassero contro Pisa, della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato con la oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto in tirannide, divenne più odioso: inimicossi co’ suoi e con parte guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti ch’era giudice di Gallura nella Sardegna, dove i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, giovane di grande aspettazione, e di avere a’ Fiorentini ed a’ Lucchesi voluto tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo stesso cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando poi di chiamarli ad avere parte nella signoria, fu assalito armata mano dall’arcivescovo della città, Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani che poco innanzi mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di corte che stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, gli domandò se cosa alcuna vi mancasse; rispose quegli, che una sola: l’ira di Dio, che sopravverrebbe. Appresso, comunque valorosamente combattesse, il conte Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due figli e due nipoti nella torre dei Gualandi, di cui le chiavi dopo alcuni mesi nel marzo dell’anno 1289 furono fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice, dopo di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, moriva di fame con i quattro giovinetti: davano a lui perpetuo nome i versi di Dante.

Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe, ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona, Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini, e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79] Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo, diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in oste la insegna reale.

Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie; nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido Novello ch’era potestà d’Arezzo.

Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno 1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’ quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro, ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate forti, e lasciateli assalire.[80]»

Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra, ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini Nerbona Cavaliere e gli Aretini San Donato Cavaliere, i feditori degli Aretini si mossero con grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto, che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte.