I Fiorentini ed il maliscalco del re Carlo co’ suoi cavalieri francesi ebbero nuova vittoria sui primi illustri capi dei Ghibellini rifugiati nel castello di Sant’Ellero, donde avevano ricominciato la guerra. Essi erano in numero di ottocento, che tutti furono o morti o presi, e tra essi alcuni degli Uberti, dei Fifanti e di più altre famiglie ghibelline; colpo fatale alla loro parte. Un giovine degli Uberti, salito in cima a un campanile, vedendo non potere scampare, per non venire a mano dei Buondelmonti si precipitò abbasso. Gli altri prigionieri più ragguardevoli furono condotti a Firenze e messi nella torre del Palagio. Molte terre di Toscana allora tornarono a parte guelfa e cacciarono i Ghibellini, talchè Lucca, Pistoia, Volterra, Prato, San Gimignano e Colle fecero lega coi Fiorentini; e sole rimasero salde alla parte contraria Pisa e Siena: la forza dei Guelfi bentosto si distese in Lombardia. In questo tempo il re Carlo fatto dal Papa vicario imperiale in Toscana, dopo avere con lungo assedio avuto il castello di Poggibonsi, che si teneva per gli imperiali, venne con la sua baronia in Firenze, dove fu ricevuto come signore, andandogli incontro il Carroccio e molti armeggiatori. Gran lusso di vesti portavano i Francesi nelle città italiane, prese da stupore di tanto sfoggio e di quell’orpello cortigianesco. Negli otto giorni che passò in Firenze re Carlo, prima di proseguire la lenta e difficile guerra contro i castelli, fece cavalieri parecchi gentili uomini fiorentini; fu onorato con grandi feste, che già s’adornavano del bello delle arti: queste in Firenze pigliavano sede, insieme con la lingua e con la libertà.

LIBRO SECONDO.

Capitolo I. GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.]

In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e molto famosi imperatori Svevi di Hohenstaufen finiva nel prode giovinetto Corradino, speranza de’ Ghibellini e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto con regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel piano dell’Arno sotto Laterina di ottocento cavalieri che il re Carlo teneva a guardia nella Toscana:[68] poi vinto appena che egli ebbe tocchi i confini del Reame, imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo, cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse questo rampollo di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva a termine la grandezza di quella contesa tra ’l sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre due secoli: le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre, ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. Noi non sapremmo essere in Italia equi giudici di Casa Sveva, segno agli odii contemporanei e a molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e certo con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla caduta di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero a dar mano per tutta Italia agli stranieri, ai grandi nemici del nome latino, a coloro che impedivano, quale si fosse, la nuova vita di questo popolo che, disciolto dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso.

Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe poca parte, siccome quella che era intenta a far vendetta contro a’ Senesi della battaglia di Montaperti, ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena era quasi che principe, fatto prigione, ebbe mozzo il capo. Resisteva Poggibonsi, nobile castello e molto splendido di edifizi; ma espugnato appena, mandava il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino a terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo di borghi giù nel piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, avute più altre fortezze dei Ghibellini, andava sotto le mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore di un accordo coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena, quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un Grifone da Figline, costretti partirsi di quella città, nell’andare in Casentino furono presi e condotti in Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo di quel che fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti furono decapitati, eccetto il più giovine degli Uberti tratto a morire nella fortezza di Capua. La mattina quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: dove andiamo noi? Rispose il cavaliere: «a pagare un debito che a noi lasciarono i nostri padri.[69]»

Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio di Lione passò per Firenze in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato allora dall’infelice spedizione in cui perì san Luigi, e di Baldovino imperatore latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze accolse a grande onore questi monarchi e la loro numerosa baronia; ed al Pontefice piacendo il mite soggiorno, ordinò di passarvi l’estate con la sua Corte. Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua cara città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, s’adoperava perchè tornasse in concordia. Fatti pertanto venire sindachi della parte ghibellina che da sei anni era in esiglio, congregò a’ due di luglio il popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte Rubaconte, dove erano stati fatti grandi pergami di legname pei Principi e per la Signoria. Venutovi il Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e l’imperatore Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza di pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi di ambedue le parti che si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi e mallevadori, fece rendere in mano di Carlo tutte le castella che restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò pure al re Carlo, che gli mandò in Maremma sotto la guardia del conte Rosso dell’Anguillara. Il dì medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la chiesa di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti del Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo tempo era venuta in tanta ricchezza e stato, che potè allora albergare il Pontefice nei suoi palazzi: ma egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. I sindachi dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, erano rimasti in Firenze per dare compimento ai trattati; e tornandosene al loro albergo ebbero avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli farebbe tagliare a pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, i Ghibellini incontanente essendosi partiti da Firenze, la pace fu rotta: di che il Papa si turbò forte, e ritiratosi in Mugello molto sdegnato contro al re Carlo, interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo fare a meno di passare per Firenze a causa di una grande piena dell’Arno, all’entrarvi la ribenedisse; e non appena ne fu uscito, la scomunicava di bel nuovo. La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia.

L’Italia tutta era sconvolta per le contese di parte, ed i Fiorentini s’ingerivano in quelle di Toscana e di Romagna: Bologna vedeva nelle sue mura combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa il conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano rimessi per l’opera massimamente dei Fiorentini. Varia sorte ebbero le città lombarde, le quali dopo essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale, vivevano però sempre nella dipendenza di signorie cittadine e castellane. Era in Milano possente la casa di quei Della Torre, i quali sconfitti dal marchese di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono in bando, e insieme con essi la parte guelfa. Allora tornò ivi con quelli di sua famiglia e con gli altri fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui fratello Matteo, fatto capitano del popolo milanese, diede principio alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due secoli. La Romagna, turbata del pari che le altre provincie italiane dal parteggiare delle sue città, veniva concessa (o, come dicevano, privilegiata) da Rodolfo di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli Orsini, che cardinale modesto e pontefice ambizioso accumulava ricchezze e stati nella famiglia. Contuttociò il re Carlo ebbe a schivo d’imparentarsi con lui dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso, suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la sua signoria non è retaggio.[70]» Così voltavasi contro al Papa, e aduggiava con la potenza sua la maestà del pontificato, colui medesimo che dai papi male era stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo alle personali cupidigie, e per amore della famiglia sua forte sdegnato contro al re Carlo, privava questi del titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana, e quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa provincia un luogotenente dell’Impero. Solevano questi dimorare in San Miniato; di là contrastando, secondo che avevano sussidio d’armi, alla potenza sempre crescente delle città e ai governi popolari. Questo faceva o tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: privava dipoi l’Angioino del grado onorifico di senatore della città di Roma, e serbava contro lui maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la ribellione, che poi non vidde, della Sicilia.

Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori e ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, cominciavano per invidie e per superbie a nimicarsi fra loro. La maggior briga ferveva tra gli Adimari e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città n’era grandemente travagliata. Quindi i Capitani di Parte ed il Comune di Firenze inviarono ambasciatori a papa Niccolò III, chiedendo pacificasse i Guelfi tra loro e che non si cacciassero via l’un l’altro. Nello stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza di pace fatta da papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. Questa il Pontefice confermava, e sulla fine del 1279 ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca suo nipote di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi a Firenze con trecento cavalieri per sedare quelle dissensioni. Costui, uomo destro, riconciliò co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei primi alcuni si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso Cardinale nei primi giorni del 1280 convocò il popolo a parlamento nella piazza di Santa Maria Novella: era dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli la prima pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle due parti nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini furono richiamati e rintegrati nelle loro possessioni, salvo che a circa sessanta dei più principali fu ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia del Pontefice: primi descritti tra gli esclusi sono i figliuoli ed i congiunti del quondam Farinata degli Uberti. E paci singolari furono fatte, dal che tornò calma per breve tempo nella terra.[71] Ordinò inoltre il Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero per due anni eletti dal Papa, e che gli Anziani o Buonomini, in luogo di dodici, d’allora in poi fossero quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi che ne rimangono. Al Papa giovava col riamicare le parti attribuirsi un’alta mano nelle cose di Toscana; disegno concetto prima da Celestino e Innocenzio terzi, e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in questa provincia. Ad abbreviare le gelosie e le impazienze ed i sospetti, massime ora che nei magistrati sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava che l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; il quale termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle successive mutazioni, perchè il popolo, una volta che ebbe gustato i magistrati brevi, non fu possibile che se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine rimase quest’una, pieghevole sempre al dominio delle fazioni ed all’arbitrio dei potenti.

Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del suo capo agitazioni novelle: si apprestava Carlo a portare guerra in Oriente, e già sognava maggiori grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare una tempesta per la quale in un giorno venne egli a perdere la Sicilia. Giovanni da Procida gentiluomo napoletano preparò quella sollevazione, che indi scoppiava per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa erano partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione del 1282 a ora di vespro ebbe principio in Palermo la carnificina; tutta la Sicilia fu in ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la Sicilia come ultimo erede della Casa Sveva: Carlo, avuta la trista novella, francescamente esclamò: «Sire Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna, piacciati almeno che il mio calare sia a petitti passi.[72]» Volgevasi intanto con grande sforzo alla recuperazione dell’Isola; al quale effetto, poichè era scaduto il termine della signoria che i Fiorentini gli aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri di corredo e cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini delle principali case di Firenze, perch’egli desse loro il cingolo militare; e con essi altri cinquecento bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido da Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: i quali tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono in Sicilia seco lui, ed ebbero parte nelle grandi guerre che ivi con varie e fiere sorti furono combattute.

In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, e il Luogotenente di Rodolfo si era partito dalla Toscana con le sue poche genti, dopo avere inutilmente tentato con le minaccie e con le armi le città guelfe. Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione del nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come francese al re Angiovino; intantochè la lontananza di questo Re per i fatti di Sicilia veniva a togliere d’in sul capo a quelle città un protettore fatto gravoso perchè non era più necessario. A sostegno della parte ghibellina non rimaneva altro che Pisa, implicata nelle guerre ad essa infelici contro a’ Genovesi; e nella Romagna non aveva il conte Guido di Montefeltro nome ed insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante più potesse in quella provincia delle città della Chiesa, per quindi tenerle senza nè papa nè imperatore.