La debolezza di papa Alessandro IV aveva giovato a Manfredi per istabilirsi sul trono di Puglia; ma non tardò ad ascendere la sedia pontificale Urbano IV francese, il quale si diede a rinnalzare parte guelfa, continuando i disegni che Innocenzio IV aveva concetti. Fermo nell’animo di abbattere ad ogni costo Manfredi, offerse nel 1263 la corona di Napoli a Carlo d’Angiò, fratello al re di Francia Luigi IX. Urbano moriva poco dipoi; ma Clemente IV, di lui successore e francese anch’egli, dava effetto al disegno. Così le speranze dei Guelfi risorsero in tutta Italia: e la famiglia Della Torre in Milano potentissima si distaccava dai Ghibellini per accostarsi a Carlo; mentre alcune città vicine, Verona, Brescia, Cremona, Piacenza e Pavia, rimanevano devote al ghibellinesimo ed a Manfredi. Noi non racconteremo la breve guerra dei due valorosi combattenti per le belle napoletane contrade: solo diremo che il saggio re San Luigi, irresoluto dapprima dell’aiutare o no il fratello in quella impresa di ventura, fu lieto infine di allontanare dalla Francia quello spirito altiero ed irrequieto con l’aprirgli lontano un campo alle ambizioni. Manfredi, che avrebbe potuto difendersi meglio nei luoghi fortificati, prescelse venire a grande battaglia nel piano della Grandella presso Benevento, dove tradito da una parte de’ suoi baroni dovette soccombere: mentre ferveva la mischia, nel rimettersi l’elmo in testa, l’aquila d’argento che vi stava per cimiero gli era caduta sull’arcione dinanzi; egli disse ai suoi: «Questo è segno di Dio;» e si gettò nel folto dei nemici, dove cadde ucciso. Era l’anno 1266.[57]

Capitolo VII. FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE DELLE ARTI. — MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — GOVERNO DELLA CITTÀ DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI. [AN. 1266-1267.]

Nelle schiere di re Carlo avevano combattuto i fuorusciti di Toscana, i quali offertisi al Pontefice sin dal principio della guerra e bene accolti, ebbero da lui l’insegna sua propria, che poi rimase alla parte guelfa, ed era un’aquila vermiglia la quale calcava un serpente verde. In Toscana, al primo annunzio di quella grande sconfitta e della morte del re Manfredi, i Ghibellini ed i Tedeschi perdettero animo; ed i Guelfi rincuorati si appressarono alla città da ogni parte del territorio dove erano ai confini, per ordinare nuove cose coi loro amici di dentro, avendo speranza d’essere aiutati dai partigiani loro dell’esercito di re Carlo. Allora il popolo di Firenze, col cruccio nell’animo delle perdite sofferte chi di padre, chi di figliuolo e chi di fratelli alla battaglia di Montaperti, cominciò a parlare alto per la città, dolendosi delle spese e carichi disordinati che pativano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggevano la terra. I quali temendo a quei rumori che si levasse la plebe, e confidandosi di acquetarla per via d’una certa mezzanità tra le due parti, in luogo d’un solo Potestà com’era consueto, ne elessero due, che l’uno ghibellino Lotteringo degli Andalò, e guelfo l’altro Catalano dei Malavolti, ambedue bolognesi e dell’ordine cavalleresco de’ frati Gaudenti. Questi cavalieri propriamente erano detti di Santa Maria; abito loro la veste bianca ed un mantello bigio: gli obblighi, difendere le vedove e i pupilli, e come pacieri intromettersi nelle altrui discordie: «ma la grassa e poltronesca vita cui fin da principio si erano abbandonati, gli aveva fatti notare dai popoli con quell’appellativo di dispregio. Tuttavia per l’onestà dell’abito fu creduto allora in Firenze che i due sopra detti, i quali aveano lodevolmente tenuto il governo di Bologna, guarderebbero bene e lealmente il Comune da soverchie spese. Pigliarono essi l’ufficio non senza averne avuta prima licenza dal pontefice Clemente IV, e forse per espresso comandamento di lui:[58] giunti, ebbero stanza nel palagio del popolo di faccia a Badia. Ma essi tuttochè d’animo di parte fossero divisi, sotto la coperta di falsa ipocrisia, parvero essere in concordia più al guadagno loro proprio che non al bene della città:[59]» fosse o no vero, Dante gli pose nell’Inferno tra gli ipocriti. Da prima i due Potestà ordinarono trentasei buoni uomini, fiore della cittadinanza, Guelfi e Ghibellini, popolani e grandi non sospetti, rimasti in Firenze alla cacciata de’ Guelfi, che gli dovessero aiutare co’ loro consigli e provvedere alle spese del Comune: si trova pure che volessero confinare alcuni uomini delle due parti.[60] Si radunavano i Trentasei ogni dì nella bottega e corte dei Consoli dell’arte di Calimala in Mercato nuovo. Da quella bottega uscì ad un tratto e come di per sè la Repubblica di Firenze.

Era il popolo di questa città diviso da lungo tempo in compagnie d’arti e mestieri, e di presente contava sette arti maggiori e cinque minori. A ciascheduna i Trentasei diedero consoli o capitudini, e collegi e gonfaloni con insegne proprie, acciò se nella città alcuno si levasse in arme, le arti sotto le loro bandiere accorressero popolarmente alla difesa: pei quali ordini ciascuna arte di per sè armata ebbe suoi capi e sue insegne e sue passioni e sua possanza, intantochè il popolo veniva tutto ad essere nelle arti, e queste a pigliare come la Signoria della città; il che diede forma di poi ad essa ed ai pubblici costumi. Diremo delle sette arti maggiori i nomi e le insegne: quella dei Giudici e Notai aveva una grande stella d’oro in campo azzurro; quella dei Mercatanti di Calimala un’aquila d’oro in campo vermiglio; quella dei Cambiatori col campo egualmente vermiglio seminato di fiorini d’oro; quella della Lana con campo simile, ed un montone bianco; quella dei Medici e Speziali pure col campo dello stesso colore, e dentro la Nostra Donna col Figlio in collo; quella dei Setaioli e Merciai col campo bianco ed una porta rossa, pel titolo di Por santa Maria; quella dei Pellicciai col campo azzurro, le pelli di vaio ed un agnus dei:[61] le cinque minori più tardi furono ordinate.

Ferivano queste novità la parte dei Ghibellini e soprattutti le grandi famiglie degli Uberti e dei Fifanti, dei Lamberti e degli Scolari e gli altri che n’erano capi. Pareva loro che i Trentasei favoreggiassero i guelfi popolani rimasti in Firenze; vedevano dopo alla battaglia di Benevento ogni mutazione andare contro la parte loro, e guerra essere di popolo acceso a tôrsi di dosso la signoria dei grandi. Talchè prestamente il conte Guido Novello mandava per gente ai vicini collegati, cioè a Pisa a Siena ad Arezzo a Pistoia a Prato a Volterra a Colle ed a San Gimignano, che stavano allora tutte con la parte ghibellina: sicchè coi secento Tedeschi che aveva, ben presto ebbe adunato in Firenze 1500 cavalieri. Ma per dare il soldo alle schiere tedesche voleva imporre una tassa che parve esorbitante ai Trentasei: la costoro opposizione aumentò il dispetto dei Ghibellini che, già sdegnati per il nuovo ordinamento dato al popolo, deliberarono mettere a rumore la terra, e col favore dei cavalieri tedeschi disfare l’ufficio dei Trentasei. Primi a levarsi furono i Lamberti, che armati coi loro masnadieri uscirono fuori delle loro case in Calimala gridando: «ove sono questi ladroni de’ Trentasei, che noi gli taglieremo tutti a pezzi.» Sentito ciò questi, che erano a consiglio nella solita bottega sotto la casa dei Cavalcanti in Mercato nuovo, escono di parlamento. Nella città è tumulto grande, ognuno serra la sua bottega, tutti s’armano ed accorrono nella via Larga e da Santa Trinita. Gianni de’ Soldanieri, uno dei grandi ghibellini, per montare in istato si fa capo del popolo abbandonando la sua parte; e Dante registra nell’Inferno il nome suo dov’è la bolgia dei traditori. Intorno a lui ed a quelli di sua famiglia si ammassano i popolani armati in gran numero, e fanno serragli appiè della torre dei Girolami. Al che il conte Guido con tutta la cavalleria e coi grandi ghibellini in arme e a cavallo movendo dalla piazza di San Giovanni, faceva schierare i suoi contro a un altro serraglio che era sui calcinacci delle case de’ Tornaquinci; alcuni Tedeschi saltarono a cavallo dentro al serraglio stesso. Ma il popolo francamente tenne il fermo, difendendosi con le balestre e col gittar sassi dalle torri e dalle case; talchè vedendo il Conte di non poterlo rompere, facea voltare le insegne e con tutti i suoi tornava sulla piazza di San Giovanni; e quindi su quella di Sant’Apollinare, dove stavano i due frati Potestà: era la sua cavalleria tanto numerosa che tenea da porta San Piero a San Firenze. Ivi giunto, chiese le chiavi delle porte della città per fuggire; e temendo essere accoppato dai sassi che a lui fossero gettati dalle case, si pose ai fianchi Uberto de’ Pulci e Cerchio de’ Cerchi, e dietro a sè Guidingo Savorigi, che erano dei Trentasei e dei maggiori della terra, perchè gli fossero schermo. I due frati Gaudenti, gridando dal palagio, cercavano impedire quella fuga; chiamavano a nome Uberto e Cerchio, rincuorassero il conte Guido, che il popolo si acqueterebbe, che si troverebbe via di pagare i Tedeschi. Ma fu invano: perciocchè il Conte oltremodo impaurito non volle udire parola; e avute le chiavi, si ritraeva difilato egli con tutto il numero de’ suoi cavalieri. Se fosse stato in campagna aperta, certo che avrebbono i Tedeschi agevolmente disperse quelle milizie ragunaticcie e oppresso quel popolo inesperto delle armi: qui invece erano vie strette, ogni casa una fortezza, dove ciascuno dei cittadini difendeva le cose più care, e a tutti veniva pronto il soccorso: in questa sorta di battaglie rinviene il popolo la sua forza. Il Conte in mezzo a universale silenzio, fatto gridare se i Tedeschi ed i Pisani e gli altri collegati vi erano tutti, e udito che sì, uscì per una delle porte e s’indirizzò a Prato. Ma quivi giunto e parendogli di avere mostrato paura, volle il mattino seguente tornare indietro e ritentare per forza d’armi la sua fortuna. Ma fu troppo tardi: a tre ore di sole era presso alla porta del ponte alla Carraia, dimandando gli fosse aperto: il popolo rispose correndo armato alla difesa della città, la quale aveva buoni bastioni e buoni fossi, voleri unanimi e risoluti. I cittadini stettero ivi a guardia fino a sera; e allora il Conte e i Ghibellini, non potendo farsi aprire nè per minacce nè per promesse, se ne tornarono scornati a Prato, pur beati se avessero potuto impadronirsi almeno del castello di Capalle, che assaltarono via facendo per isbizzarrirsi. Dopo quel giorno, per oltre due secoli Firenze non vidde insegne straniere.

Allora i Fiorentini, tornati liberi e mandati via i due Potestà, riformarono la terra, e per afforzarsi meglio avendo cercato soccorso dai popoli amici, ebbero da Orvieto cento cavalieri, messer Ormanno dei Monaldeschi per Podestà ed un altro gentiluomo per Capitano del popolo. Richiamavano al tempo stesso non solamente i Guelfi cacciati sei anni prima dalla città, ma gli stessi Ghibellini di breve fuggiti, uomini grandi e potenti, dei quali credevano i popolani tuttavia di non potere far senza, ma si adopravano a riconciliarli tra loro insieme ed a parte guelfa. Ordinarono pertanto che fosse pace tra le casate insino allora nemiche; ed a confermare questa pace Buonaccorso degli Adimari diede per moglie al figlio suo la figlia del conte Guido Novello; Bindo suo fratello si sposò ad una degli Ubaldini, e Cavalcante dei Cavalcanti facea sposare suo figlio Guido, poeta insigne, ad una figlia di Farinata degli Uberti. Altri maritaggi men chiari si fecero, ma sempre invano, perchè la memoria delle antiche offese poteva più del recente vincolo, e i popolani tosto pigliarono in sospetto quella concordia de’ grandi. La pace fu rotta, ed i Guelfi imbaldanziti per le vittorie di Carlo, inviarono segretamente ambasciatori a quel principe richiedendolo di gente. Mandava egli il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri francesi, i quali però al loro giungere in Firenze il giorno di Pasqua del 1267, non vi trovarono i Ghibellini, che ne erano usciti la notte precedente senza contrasto, rifugiandosi a Siena ed a Pisa o nelle proprie loro castella. I Fiorentini allora diedero la signoria della terra al re Carlo per dieci anni; e mandatagli per solenni ambasciatori la elezione libera e piena con mero e misto imperio, l’astuto Re rispose, che de’ Fiorentini voleva il cuore e la buona volontà senza altra giurisdizione. Ma pure ai preghi del Comune la prese indi a poco semplicemente, e d’allora in poi mandovvi annualmente suoi vicari, i quali avessero il reggimento della città, con l’assistenza di dodici buonuomini cittadini.[62] Era una sorta di dedizione, ma non portava o non pareva seco portare la servitù, perchè non era un dare al principe protettore tutto il governo, ma solamente la sicurezza di sempre andare con quella bandiera, che era di popolo, ma non si credeva per anche valesse da sè a reggersi e stare in alto: re Carlo era la spada di parte guelfa, come il Papa n’era l’anima; cosicchè dunque la suggezione al Papa ed al Re null’altro importava che una promessa al certo molto volonterosa di tenere quella parte, e difenderla sotto quei capi che allora il popolo riconosceva: ed a quell’ombra la libertà cresceva intanto e si consolidava per via di popolari istituzioni.

Troviamo il Papa bensì pretendere nel reggimento della città più ingerenza che gli storici a lui non sembrino consentire, ma la traccia ne rimane in quelle lettere di Clemente IV che dipoi furono pubblicate.[63] Da queste appare come venissero i frati Gaudenti per eccitamento del Pontefice: il quale irato co’ Fiorentini, che a lui sembravano troppo lenti alla cacciata dei Tedeschi e alla oppressione dei Ghibellini, inviava quivi un cappellano suo, che intervenisse nel governo, uniformandolo ai disegni che egli aveva conceputi, con minaccia di censure e di pene temporali a chiunque osasse contravvenire. Aveva anche nominato nel primo tempo della emancipazione di proprio moto un Potestà e intendeva designare un Capitano del popolo, che governassero la città, i quali fossero di provata fede e in devozione a santa Chiesa. Ma costoro non troviamo che ottenessero giurisdizione; e pare a me che i Fiorentini molto bene si schermissero pigliando altrove il Potestà (come fecero quel d’Orvieto), e poi mettendo, come vedremo, sè stessi in cima alla parte guelfa per via d’un ordine tutto nuovo, che fu accertarsi con un solo atto la protezione del Pontefice e porre in salvo nel tempo stesso la loro propria indipendenza. Questa munivano contro ai Papi, come Pisa ghibellina sempre fu intesa a mantenerla contro agli Imperatori; e convien dire che fosse grande la forza allora delle città, le quali, sebbene divise tra loro, stavano in mezzo come sostegno all’uno o all’altro dei contendenti e insieme argine ad entrambi: allora i Papi erano più forti dopo all’eccidio di casa Sveva e per la vacanza dell’Impero.

Venuto il primo dei vicari mandati dal re Carlo, furono eletti dodici buoni uomini perchè insieme con lui avessero il reggimento dello Stato, come anticamente gli Anziani; ai quali aggiunsero un Consiglio segreto di popolo, che ebbe nome di Consiglio del Capitano detto anche di Credenza della Massa de’ Guelfi, senza del quale non si facesse alcuna grande spesa o deliberazione. A questo modo la somma del governo era nel popolo, perchè agli ufficiali eletti da lui spettava iniziare e consultare da prima quel che importasse alla Repubblica. Ma ogni cosa deliberata nei Consigli popolari, doveva essere confermata nel Consiglio generale dei Trecento e in quello speciale dei Novanta e delle Capitudini delle sette maggiori Arti e dei dodici Buonuomini che era convocato dal regio Vicario, questi ultimi essendo i Consigli del Comune, che dal Popolo si distingueva, perchè era di tutti indistintamente i cittadini, e ad esso veramente appartenevasi la sovranità come al popolo il governo: gli chiamarono tutti insieme i Consigli opportuni; a quelli del popolo spettava dare gli uffici dei castellani, e tutti gli altri piccoli e grandi.[64] Fecero anche arbitri che ogni anno avessero a correggere gli statuti e ordinamenti del Popolo e del Comune. A camarlinghi del Comune furono eletti i frati della Badia a Settimo e quelli di Ognissanti, ogni semestre a vicenda. Nata questione tra i Guelfi circa i beni dei Ghibellini ribelli, papa Clemente IV e re Carlo ordinarono che ne fossero fatte tre parti: la prima fosse del Comune; la seconda dei Guelfi, per ammenda dei sofferti danni;[65] la terza per certo tempo fosse a parte guelfa. Alla quale poi rimasero i detti beni, e se ne fece cassa, e si attendeva sempre dipoi ad accrescerla, per dare forza a quella parte. Il che udendo il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, disse: Poichè i Guelfi fanno mobile (vendono cioè i beni confiscati), i Ghibellini non vi ritorneranno mai più. La predizione si avverava.

I Ghibellini o sospetti Ghibellini, per sentenza del vicario del re Carlo e del Comune di Firenze, furono parte fatti ribelli e sbanditi, parte confinati fuori della città e del contado e del distretto o solamente della città e del contado; alcuni potevano dimorare in Firenze sinchè il bando non fosse pronunziato contro loro in nome del vicario del detto Re. Abbiamo il registro di forse tre migliaia di cittadini condannati per successive provvigioni e riformagioni negli anni 1268 e 69.[66] E chi legga questo numero faccia misura delle passioni che agitavano quell’età, se a noi sia dato immaginarle. Molti fin d’allora abbandonarono non che Firenze l’Italia, dando principio alla numerosa colonia fiorentina che per esigli o per commerci si fondava nel mezzodì della Francia. Tra’ primi esuli che si fermarono in quella provincia, merita essere ricordato un Azzo Arrighetti, dal quale in Provenza derivava la famiglia poi tanto celebre dei Mirabeau.

Ma soprattutto di gran rilievo fu la creazione di un nuovo magistrato col nome da prima di Consoli de’ cavalieri, poi di Capitani di parte guelfa, al quale spettava in ogni cosa la difensione di essa parte e la custodia dei beni e i provvedimenti da pigliare contro a’ Ghibellini. Per via di quella istituzione Firenze venne a farsi capo del nome guelfo in Toscana e fuori, dando la mano intorno a sè ad una grande e possente lega che da Bologna fino a Perugia si distendeva; spesso mutabile come gli eventi, ma sempre viva negli interessi e negli affetti di tutto quanto il guelfo popolo, che in questa parte dell’Italia ebbe la sua principal forza, ed in Firenze la rôcca sua. Quel magistrato si rinnovava ogni due mesi: v’era un consiglio segreto composto di quattordici, e il maggior consiglio ne avea sessanta grandi e popolani, per lo cui scrutinio si eleggevano i capitani di parte e gli altri ufficiali. Similmente si crearono tre grandi e tre popolani Priori di parte, i quali soprintendessero alla custodia della moneta, uno di loro tenesse il suggello, un altro fosse sindaco e accusatore dei Ghibellini. Radunavansi nella chiesa nuova di Santa Maria sopra Porta, per lo più comune luogo della città e posto in mezzo a case guelfe; e tutte loro segrete cose deponevano nella chiesa de’ Servi di Santa Maria.[67] La parte guelfa aveva in sè tutta la forza del nuovo Stato, e ad esso era come il principio della vita; per il che noi vedremo quel magistrato divenire formidabile, siccome quello che aveva in mano la libertà dei cittadini, i quali poteva mandare in esiglio o privare degli uffici come sospetti d’inclinazione alla parte ghibellina. Dal che avvenne che più tardi fosse abbattuto come tirannico, e infine tutte le antiche ingerenze di quel magistrato cessarono affatto; il nome però durava infino al passato secolo.