Deliberatosi di combattere contro il parere dei nobili, il popolo fiorentino ricercò l’aiuto de’ suoi collegati, e l’ebbe da Lucca, da Bologna, da Pistoia, da Prato, da San Miniato, da Volterra, da San Gimignano e da Colle di Val d’Elsa, terre che allora formarono una lega guelfa col Comune di Firenze. Era il tempo del ricolto, e i contadini fatti soldati presero l’armi con ripugnanza. Di Firenze erano più di ottocento cavalieri, e ben cinquecento soldati a piedi, che mossero alla guerra al cominciare d’agosto col Carroccio e colla campana. Gli seguitò molta plebe colle insegne delle compagnie, e non rimase nella città casa nè famiglia che non vi andasse qualche persona a piedi o a cavallo, e di tale due, secondo che erano potenti.[52] Credettero fosse provvedimento più cauto menare seco i Ghibellini mescolati nelle compagnie, anzichè lasciarli mentre era assente la milizia, «quasi padroni della città.» Ma fu peggio, avendo quelli avuto agio d’aspettare, confusi tra’ Guelfi, il tempo acconcio al tradimento che già Farinata per altri suoi messi aveva ordinato. I Fiorentini oltrepassata Siena si fermarono a cinque miglia da quella città, dalla parte di levante sull’Arbia in Val di Biena, sito abbondante di acque e di pascoli, munito dai lati e a tergo dai colli di Montaperti, castello posto in una altura, e divenuto famoso per quella battaglia. Ivi a loro si aggiunsero Perugini e Orvietani che là gli aspettavano; talchè l’esercito assembrato aveva in tutto tre mila cavalieri e più assai migliaia di fanti, che in quelle guerre mal si contavano perchè andavano disordinati. In mezzo a cosiffatti apparecchi, e come accade all’appressarsi di grandi eventi, paurosi presagi si spargevano a Firenze, e a Siena, e in tutta Toscana.
Siena con religiose cerimonie si consacrava quel dì alla Vergine come a signora unica e perpetua: la notte che precesse alla battaglia per tutte le chiese era un piangere, un pregare, un fare paci coi nemici che ognuno avesse. Venuta l’ora del mattino, a un grido del banditore, cinquemila cittadini senesi pigliarono le armi, e furono in punto per modo volonterosi, che il padre non aspettava il figliuolo, nè l’un fratello l’altro: con essi duemila fuorusciti fiorentini bramosi di recuperare la patria quanto erano i Sanesi di non perdere la loro, e ottocento soldati tedeschi sotto la condotta del conte Giordano: i Pisani, impegnati nella guerra coi Genovesi, non avevano potuto mandare altro che poca gente. L’esercito fiorentino accampato a Montaperti e gli Anziani che lo reggevano, fra i quali ci è noto soltanto il nome dello Spedito, attendevano sinchè la porta fosse loro consegnata com’era promesso; quando un grande popolano fiorentino chiamato il Razzante, di animo ghibellino, esce dagli accampamenti, entra in città, ed agli amici suoi narra privatamente come nel campo si buccinasse che Siena doveva esser tradita; e che l’oste guelfa era poderosa molto; e di troppo gran rischio la battaglia in su quel punto co’ Fiorentini. Ma Farinata, risaputi i discorsi del Razzante, gli gridò contro: «Uccideresti noi tutti se tu spandessi per Siena queste novelle, perchè ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che dichi il contrario; perocchè se ora non si combatte, che avemo questi Tedeschi, mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la morte che andare più tapinando per lo mondo.» Accomodatosi il Razzante a quell’ammaestramento, si pone una ghirlanda in capo, rimonta a cavallo e simulando allegria viene al parlamento in palagio, dove era tutto il popolo di Siena, e i Tedeschi ed altre amistadi: ivi con lieta faccia dice che l’oste dei Guelfi si reggeva male, e che era male guidata e peggio in concordia; e che assalendoli francamente, di certo erano sconfitti. A grida di popolo si armarono tutti in Siena gridando: «battaglia battaglia.» Vollero i Tedeschi paga doppia, e l’ebbero: fu spalancata la porta San Vito che a levante stava di fianco all’accampamento fiorentino.
Era presso che la metà del martedì, quarto giorno di settembre 1260. Innanzi andavano i cavalieri tedeschi, seguitati dalle genti d’armi di Siena a cavallo, dai fuorusciti, e dalla fanteria, tutti sotto ai loro stendardi. I Fiorentini dapprima crederono che i soli Tedeschi uscissero fuori a provocarli come nei giorni precedenti: ma quando scorsero la fiumana dei soldati versarsi giù per le colline, quando ravvisarono il popolo dei Senesi venire innanzi ordinato alla volta loro, sbigottirono. Perchè la mostra fosse maggiore, i Senesi avevano fatto uscire anche saccardi e fantaccini con elmo in testa: la fanteria mescolata ai cavalieri stava in ordine di battaglia sulle colline sotto le sue bandiere; le salmerie si fermarono in disparte quando cominciò la pugna. Innanzi agli altri i cavalieri tedeschi rovinosamente percossero i cavalieri dei Fiorentini, che ad assalto non preveduto male resistendo, videro tosto di mezzo a loro uscire i Ghibellini traditori e andare a porsi dall’altra parte. Le spade tedesche s’aprivano il campo tra l’oste nemica; il caldo era grande, il sole che piegava all’occidente feriva negli occhi le guelfe milizie. Di queste l’insegna era portata da Iacopo de’ Pazzi, uomo di grande valore; quando Bocca degli Abati, uno dei Ghibellini traditori che era in sua schiera appresso a lui, da tergo spingendogli addosso il cavallo gli taglia la mano, che cade giù con l’insegna. Al che i cavalieri, vedendosi a quel modo traditi dai loro ed abbattuta l’insegna, e dai Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta: ma perchè la cavalleria di Firenze prima s’avvidde del tradimento, non venne a perdere che trentasei uomini di nome, tra morti e presi. Rimaneva la milizia del popolo a piedi, che era molto numerosa e aveva più forte la coscienza della causa che essa difendeva; facevano calca intorno al Carroccio, alla cui guardia era quel giorno preposto un Giovanni Tornaquinci cavaliere d’antica età, sperimentato in molte battaglie e per famiglia capo dei Guelfi nel sesto di San Pancrazio: seco era un suo figliuolo e tre parenti del sangue istesso; i quali tutti, dopo lunga e appassionata resistenza, con lui cadevano sul mucchio dei morti. Ma la grande mortalità e presura fu dei fanti popolani di Firenze, di Lucca e d’Orvieto, i quali essendosi andati a chiudere nel castello di Montaperti, cadevano tutti in mano ai nemici. Tramontava il sole e la feroce zuffa durava ancora: terminò col giorno, avendo continuato senza interruzione sette ore. Dei Fiorentini oltre a duemilacinquecento furono uccisi e millecinquecento presi, tutti dei migliori del popolo e di ciascuna casa di Firenze:[53] gravi danni ebbero i Lucchesi. Il Carroccio, la Martinella e innumerabile preda d’arnesi rimasero al vincitore. Fu questa battaglia delle più sanguinose di quei tempi, siccome quella per cui fu rotto e annullato il popolo vecchio di Firenze che era durato in tante vittorie e grande signoria e stato per dieci anni.[54]
Due croniche senesi descrivono a guisa di poema o di romanzo i colpi di lancia dei cavalieri tedeschi; di questo peccato almeno fu immune la parte dei Guelfi. Narrano poi la molta strage che da uomo a uomo fecero i pedoni e il grande numero dei prigionieri condotti in Siena dopo la battaglia: ivi è tuttavia memoria di una trecca per nome Usilia, che ne avrebbe condotti trentasei legati alla coda di un suo asinuccio. Da quelle cronache poco si rileva di quello che importi alla politica o alla guerra, ma bene dipingono gli affetti che in Siena dominavano e le passioni; e la leggenda poi s’innalza quando pone in iscena un araldo che stando a vedetta in cima alla torre dei Marescotti dentro la città, vede ed accenna via via ai trepidanti concittadini suoi i casi tutti della battaglia, e la vittoria su’ Fiorentini: qui è proprio l’Iliade; istoria non è, perchè da Siena era impossibile scorgere le mosse dei due eserciti nel campo di Montaperti.[55]
Capitolo VI. FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA DEGLI UBERTI VIETA LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI CARLO D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [AN. 1260-1266.]
Giunta in Firenze la novella della sconfitta dell’Arbia e insieme con essa i fuggitivi accorrenti, si levò il pianto d’uomini e di femmine, ogni famiglia deplorando morti o prigionieri uno o più dei suoi. Gli scampati dalla battaglia e i nobili e popolani guelfi rimasti in Firenze, temendo l’arrivo imminente dei vincitori e fidando poco nella plebe dove erano molti aderenti ai Ghibellini, si risolvettero spatriare; e a’ 13 settembre 1260 usciti piangendo dalla città, si recarono a Lucca con le famiglie loro. Tale era la sorte in quelle guerre cittadine: i vinti perdevano con la potenza la patria e gli averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Ma insofferenti dell’esilio, cercavano guerra da chi si fosse contro alla città loro, dove ogni cosa rimaneva monca e interrotta, gli usciti recando qua e là per l’Italia gli sdegni loro e le querele. Esulavano fra gli altri i Bardi, i Rossi, i Mozzi, i Gherardini, i Cavalcanti, i Pulci, i Buondelmonti, gli Scali, gli Spini, i Giandonati, i Tornaquinci, i Tosinghi, gli Adimari, i Pazzi, tutte nobili casate; e delle popolane i Canigiani, i Machiavelli, i Rinucci, i Soderini, con altre molte che nel governo degli Anziani erano venuti in stato. Con essi ebbe bando Brunetto Latini, che fu poi maestro di Dante. Avealo inviato la Repubblica ad Alfonso re di Castiglia per chiedergli aiuto contro a’ Ghibellini, e in quel frattempo la parte sua essendo vinta, rimase egli in Francia, e quivi scrisse il suo Tesoro. Parve dipoi che i Guelfi avessero mostrato poco animo e fermezza nell’abbandonare la città, che era forte di mura e di torri e di fossi pieni d’acqua da poterla bene difendere e tenere.
Nella domenica 16 settembre il conte Giordano, le masnade tedesche e gli altri soldati ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede dei vinti, fecero ingresso nella città senza contrasto; e subito elessero Potestà di Firenze pel re Manfredi Guido Novello della famiglia dei conti Guidi, signori di Poppi in Casentino. Egli a tutti i cittadini fece giurare fedeltà al Re, e per i patti promessi ai Sanesi fece disfare cinque castella del contado di Firenze che fronteggiavano quel di Siena. Alloggiava dove poi fu il Palagio del Potestà; e poichè dentro era mal sicuro e fuori aveva la forza sua, fece aprire sino alle mura la via che tuttora ha nome di Ghibellina, per la quale potesse a ogni caso mettere dentro i suoi fedeli e uscire al bisogno fuori degli ingombri delle vie. Il conte Giordano con le masnade tedesche rimase capitano di guerra e vicario generale pel re Manfredi. Tutte le sostanze dei Guelfi andarono al Comune, e molte loro abitazioni furono rase dai fondamenti: Firenze era come in balía d’uomini stranieri. Quando in Roma giunse la novella della sconfitta dei Fiorentini, acerbo dolore ne provarono il pontefice Alessandro IV e i Cardinali pel grande abbassamento che ne veniva alla parte della Chiesa. Ma perchè il cardinale Ottaviano degli Ubaldini ghibellino ne faceva grande festa, il cardinale Bianco, che era guelfo e aveva fama d’astrologo, disse parole le quali furono presagio a molti della vittoria e del ritorno dei Guelfi nella patria loro. Questi frattanto sgombrarono non solamente Firenze, ma Prato ancora e Pistoia e Volterra e San Miniato e San Gimignano e molte altre terre di Toscana. Lucca rimase guelfa, e diede rifugio ai seguaci di quella parte. Quivi stanziando gli esuli fiorentini e spesso convenendo sotto la loggia innanzi alla chiesa di San Frediano, un giorno Tegghiaio degli Aldobrandi veduto lo Spedito che nel consiglio gli aveva detto villania e che allora pativa con gli altri la povertà e l’esilio: «Vedi (gli disse) a che hai condotto te e me e gli altri per la tua audacia e superbia.» Quegli rispose: «E voi perchè ci credevate?» parole abiette e senza pudore.
Intanto i Pisani, i Senesi, gli Aretini, il conte Giordano con gli altri capi ghibellini di Toscana, ordinarono di fare in Empoli parlamento per assicurare la vittoria della parte loro e fare taglia, cioè compartire tra loro i carichi e le spese; ma in questo mentre lo stesso conte Giordano essendo richiamato in Puglia per mandato di Manfredi, lasciò vicario generale e capitano di guerra in Toscana il conte Guido Novello. Prima che egli andasse, adunatosi il parlamento, tutti i deputati delle città ghibelline e i feudatari vicini a Firenze opinarono che la città, disfatta in parte e priva delle sue mura, fosse ridotta a borghi aperti siccome quella il cui popolo era tutto guelfo: rialzerebbe (dicevano) essa tosto o tardi la parte della Chiesa; alla salute loro volersi la distruzione di Firenze. Tutti assentivano, quando uno solo si levò ad oppugnare il comun voto, Farinata degli Uberti. Sembra che allora nelle pubbliche arringhe dal dicitore solesse proporsi un motto, sul quale la diceria poi si svolgesse. Farinata propose due grossi antichi proverbi composti in uno, nel quale accennava all’autorità sua sopra gli altri, rozzi e impotenti a petto a lui.[56] Mostrò la follía di quell’atroce proponimento; e se altri non fosse cui stesse a cuore tale città, egli con la sua spada in mano finchè avesse vita la difenderebbe: disse, ed accennava uscir dalla sala. Grande cuore aveva, e ognuno temette nimicarsi tale uomo; il conte Giordano, prudentemente adoperando, tolse altri modi a contenere il popolo di Firenze; e così per l’alto animo e per la virtù di Farinata, la città fu salva: il nome di lui rimase glorioso nei tempi avvenire.
La possanza della parte ghibellina si dispiegava in Toscana, dove il conte Guido Novello occupava parecchie castella dei Lucchesi. Il corso di tali conquiste si arrestava nondimeno davanti a Fucecchio, che difeso più di trenta giorni dal fiore dei fuorusciti guelfi ivi raccolto, restava finalmente libero dall’assedio. I Guelfi spedivano loro ambasciatori in Alemagna alla madre di Corradino legittimo erede di Corrado, ed il cui trono era tenuto da Manfredi suo zio, acciò loro affidasse il figlio; ma essa per la tenera età lo negava. Anche in seguito vedremo la parte abbassata cercarsi appoggio dallo straniero, intantochè la supremazia degli Imperatori apriva l’adito in Italia ai Tedeschi, e l’irrequieta gelosia papale ad altri principi stranieri. Alcuni tentativi guerreschi dei Guelfi per rientrare in Firenze andavano a vuoto: anzi provocavano maggiori assalti del conte Novello, che tornato ad oste contro a’ Lucchesi ed ai fuorusciti fiorentini, gli sconfiggeva. Qui l’ultima volta comparisce nelle storie Farinata degli Uberti. Questi a battaglia finita cavalcando, si era tolto in groppa Cece dei Buondelmonti suo prigioniero, quando Piero suo consorto, soprannominato l’Asino, con vituperosa crudeltà gliel’uccideva addosso, dandogli d’una mazza in sulla testa.
I Ghibellini avevano occupato alcune castella dei Lucchesi, i quali bramosi di ricuperare i loro uomini rimasti prigioni in Montaperti che erano molti e dei migliori della città, fecero al conte Guido segretamente offerire, restituisse questi con le castella ed essi caccerebbero tutti i fuorusciti guelfi. La pratica venne copertamente condotta sì che niuna cosa ne trapelò a quei miseri, cui ad un tratto la Signoria di Lucca comandava sgombrassero la città e il territorio dentro tre dì, pena la testa: nè pietà ottennero nè indugio, e le masnade tedesche avanzavano. Abbandonarono Lucca essi e le famiglie loro nel 1263, e donne gentili, mogli dei fuorusciti fiorentini, furono costrette partorire tra le asprezze di quell’appennino che è tra Lucca e Modena: di qui rifuggivansi miseramente in Bologna. Chiusa era loro Toscana tutta, dove in poco d’ora non fu terra nè castello che non tornasse ai Ghibellini. Questa cacciata da Lucca fu bensì cagione di sorte migliore a parecchi fuorusciti, che riparatisi in Francia e avvantaggiatisi nei commerci, dipoi tornarono a Firenze: altri da Bologna passati a Modena e quindi a Reggio in aiuto dei loro partigiani, quivi onorati ed arricchiti di prede, cominciarono a formare una di quelle vaganti masnade di cui vedremo l’Italia essere inondata. Erano più di quattrocento uomini d’arme, tutti a cavallo e bene in assetto, capitanati da messer Forese degli Adimari, pronti a soccorrere parte guelfa, alla quale già novelle sorti si preparavano.