Alla novella della morte di Federigo II, la quale avvenne in Firenzuola di Puglia a’ 13 dicembre 1250, il popolo richiamò in città i fuorusciti guelfi, dicendo volere rappacificare le due fazioni. Veramente avere alterato le istituzioni municipali non offendeva le ragioni dell’Impero, come il richiamo degli sbanditi, il quale era atto di sovranità.[41] Così però la città in questi anni fatta opulente pei commerci, cresciuta di popolo, e avendo acquistata in guerra ed in pace la fiducia di sè stessa, pigliava in Toscana luogo soprattutte preminente, digià cominciando a essere noverata tra le maggiori d’Italia. La parte guelfa si rinforzava dopo la morte dell’Imperatore per la presenza di papa Innocenzio IV, che dal Concilio di Lione tornava a Roma colla sua corte. Frattanto Firenze e Lucca sole si erano chiarite guelfe, mentre al contrario Pistoia, Pisa, Siena e Volterra e quasi tutti i gentiluomini di contado seguitavano il ghibellinesimo. Firenze, crucciosa di vedere Pistoia stare al comandamento di Corrado successore del secondo Federigo, contro di essa faceva uscire le sue milizie cittadine: e perchè i nobili ghibellini rimasti dentro si erano opposti a cosiffatta guerra, queste milizie tornate vittoriose costrinsero al bando non pochi di quelle famiglie; i quali, usciti appena, stringevano società o lega col Comune di Siena. Abbiamo l’atto a ciò stipulato da uno di casa dei Lamberti come procuratore degli uomini di molte famiglie di cui si leggono i nomi.[42] Allora Firenze [luglio 1251], sdegnando avere comune l’insegna coi Ghibellini, lasciò loro l’arme del giglio bianco in campo rosso e appropriossi il giglio rosso in campo bianco. «Tuttavolta l’antica nobile e trionfale insegna del Comune di Firenze, cioè lo stendardo bianco e vermiglio che si portava sul carroccio, non cangiò mai.»
La Repubblica seguitava felicemente la guerra contro i Ghibellini signori di alcune castella aiutati dai Pisani e dai Senesi, tantochè contro queste due città rivolse finalmente lo sforzo delle armi sue; nè migliori guerre nè più alto e giusto fine ebbe essa dopo quel tempo mai. I cittadini, tutti concordi pel buon governo e la lealtà loro, andavano a quelle militari spedizioni a piedi e a cavallo, con grande animo e ardire: Firenze ponevasi allora a capo di parte guelfa, e delle italiane libertà, e dei popoli che risorgevano; e se non fosse usar parole troppo magnifiche e boriose, quasi direi della civiltà del mondo. Fiorendo la Repubblica in potenza e in ricchezze a cagione della quiete dentro e dei buoni successi al di fuori, l’università dei Mercatanti, piuttostochè il Popolo ed il Comune, per onore di tutti ordinò che si coniasse moneta d’oro; per la qual cosa Firenze allora ebbe il fiorino d’oro di 24 carati. Otto di essi pesavano un’oncia; da una parte avevano il giglio, dall’altra san Giovanni Battista, e valevano venti soldi. Quando cominciarono a vedersi, niuno li voleva: ma tosto ebbero corso grande e grande credito in Europa e nei traffici d’Oriente. Un’altra volta i Fiorentini andati contro Pistoia, vi posero assedio; e avuto il disopra, quivi restaurarono parte guelfa a guarentigia del fatto, edificando un castello in sulla via di Firenze, che fronteggiasse i Pistoiesi. Eguali successi ebbero a favore dei Perugini ch’erano guelfi, e contro Siena e contro Arezzo; dove anche diedero bella prova di lealtà quando il conte Guido Guerra capitano de’ Fiorentini, avendo dato mano ai Guelfi di Arezzo perchè cacciassero contro ai patti i Ghibellini dalla città, il governo di Firenze volle che i patti si mantenessero e i Ghibellini vi rientrassero. Troviamo pure la confessione fatta da’ Guelfi d’Arezzo di somme imprestate ad essi in questi anni [1251-55] dai Fiorentini;[43] i quali dipoi avendo col toglierle alcune castella abbassato Siena, e andati ad oste contro Volterra, nel dare la caccia ai nemici fuggitivi entrarono nella città, forte pel sito in cima ad un monte. Allora si viddero venire incontro il Vescovo ed il Clero colle croci in mano, e dietro ad essi le donne scapigliate, tutti gridando: «Signori Fiorentini, pace e misericordia.» Si contentarono di riformare lo Stato e di cacciare i capi ghibellini senz’altra offesa. Vincitori di Volterra, vanno contro Pisa; e perchè i Pisani spaventati, pregando pace, ad essi inviarono ambasciatori con le chiavi della città in segno di sommissione, la guerra cessava; i Fiorentini accontentandosi di pattuire che le mercatanzie loro potessero entrare per mare e per terra liberamente in Pisa ed uscirne con franchigie di gabelle, e che i pesi e le misure usate in Firenze fossero comuni anche ai Pisani. Bastava loro il provvedere alla facilità dei commerci; nè a tanto possente e ghibellina città quei patti erano da imporre che altrove solevano ad incremento di parte guelfa, come non ricettare i fuorusciti, o per tre anni pigliare tra’ nobili di Firenze il Potestà, che doveva (come noi sappiamo) da per tutto essere forestiero. Tornava l’oste in Firenze tra le allegrezze e le feste nel gaio mese di settembre; ed a quell’anno tanto felice [1254] il nome fu dato d’anno vittorioso. Erano i primi gaudi della libertà, nei quali sembra che il giovane popolo innalzi a leggenda la propria sua istoria.[44]
Capitolo V. MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. 1254-1260.]
Manfredi figlio naturale di Federigo II succedè l’anno 1254 al fratello Corrado sul trono di Sicilia e di Puglia in pregiudizio del nipote Corradino: da lui ebbe parte ghibellina gran sostegno, e la Toscana grande assalto. Ad istigazione di quel principe i Pisani di bel nuovo ruppero guerra ai Fiorentini ed ai Lucchesi, avendo sul territorio di questi assalito il castello del Ponte a Serchio, dal quale poi furono respinti con grave sconfitta: i vincitori volgendo l’oste contro alla stessa Pisa, giunsero fino a San Iacopo in Val di Serchio, dove tagliato un gran pino, fecero a dimostrazione di trionfo, sul ceppo rimasto, battere fiorini d’oro. Allora i Pisani gli richiesero di pace, che i Fiorentini concessero in modo grato ai Lucchesi; ma per avere alle mercatanzie libera la piaggia del mare fermarono che nel popolo di Firenze stesse la scelta del mantenere o del disfare il castello di Mutrone, che era tenuto dai Pisani.[45] Questi accettarono la condizione: dopo di che gli Anziani di Firenze in consiglio segreto presero partito, che il Mutrone fosse disfatto. Ciò si doveva nel dì seguente proporre in pubblico parlamento: ma intanto i Pisani bramando impedire che i Fiorentini a ogni costo dessero quel castello in signoria dei Lucchesi, avevano in Firenze mandato a tal fine celatamente un discreto segretario con denari assai da spendere. Si accostò il Pisano, per interposta di un amico, ad un grande cittadino anziano e possente in popolo e in comune, il quale avea nome Aldobrandino Ottoboni, franco popolano, offrendogli quattromila fiorini e più se ottenesse che il Mutrone fosse disfatto. Ma il vecchio Aldobrandino, da ciò argomentando che la distruzione del Mutrone, dai Pisani desiderata, verrebbe dannosa ai Fiorentini ed ai Lucchesi, come leale cittadino, senza far parola della offerta dei denari, con nuovi argomenti propose il contrario di quel che aveva nel precedente giorno, e fece vincere il partito che il Mutrone si conservasse: tanta fu la continenza di quel virtuoso e non troppo ricco cittadino, che il Villani paragona al buon romano Fabrizio. Poco dopo Aldobrandino moriva, e il Comune gli decretò in Santa Reparata un monumento di marmo elevato sopra a ogni altro, dove fu egli deposto a grande onore. Tre anni dopo i Ghibellini tornati in città fecero per empiezza di parte abbattere quella sepoltura, e il corpo di Aldobrandino trascinare per la città e gittare nei fossi.
Manfredi era stato l’anno 1258 coronato in Palermo re di Sicilia; dal che ranimati i Ghibellini di Toscana, convenivano in segrete adunanze, tendendo le orecchie ad ogni novella. Gli Uberti ordivano gran congiura, ma fu scoperta la trama; citati, negarono i Ghibellini di comparire, insultando con ferite e con percosse la famiglia del Potestà. Al che il popolo, correndo armato alle case degli Uberti, uccise a furia Schiattuzzo di quella famiglia ed altri ad essa aderenti: Uberto Caimi degli Uberti e Mangia degl’Infangati, condotti al carcere, confessarono la congiura, per cui tosto ebbero il capo mozzo. I rimanenti degli Uberti con molte più casate ghibelline, i Fifanti, gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari ed altre sì nobili che plebee, le quali sarebbe qui troppo lungo noverare, fuggirono dalla patria, ricoverandosi a Siena ch’era tenuta dai Ghibellini: le case e torri dei fuorusciti furono atterrate. Poco dipoi l’Abate di Valombrosa, pavese della famiglia da Beccaria, caduto in sospetto di perfidia ghibellina, fu posto al tormento e decollato da’ Fiorentini, i quali ne furono scomunicati dal Pontefice. Il popolo che resse in quei tempi la città, scrive il cronista che «fu superbo molto, di alte imprese e tracotato;» ma una cosa ebbero i rettori, che furono molto leali e diritti. E perchè un Anziano fece ricogliere dal fango presso a San Giovanni un cancello che era stato della chiusa del Leone, e lo mandò in una sua villa, ne fu condannato in lire mille, come frodatore delle cose del Comune.[46] Firenze, che aveva come sua impresa il Marzocco, teneva insin d’allora per grandigia un serraglio di Leoni che venivano ad essa recati dai commerci nell’oriente: usanza continuata dalla Repubblica sempre, ed anche poi sotto al principato, fino alla memoria dei padri nostri.
«I cittadini di Firenze allora (prosegue il Villani) vivevano sobri e di grosse vivande e con piccole spese, e di grossi drappi vestivano loro e loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con gli usatti (stivali di cuoio) in piede. E le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti; e passavansi le maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d’uno scaggiale (cintura) all’antica, ed un mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite di un grosso verde di cambrasio per lo simile modo: e lire cento era comune dote di moglie; e lire dugento o trecento era a quei tempi tenuta dote sfolgorata; e le più delle pulzelle aveano venti e più anni anzichè andassero a marito.[47]» Le quali parole confermano quelle a tutti note, dove l’Alighieri descrive l’antico vivere dei Fiorentini, che i vecchi tuttora potevano ricordare, tanto fu rapido il salire di questa città nella opulenza e nelle corruttele.[48]
Siccome per la pace fermata tra’ Fiorentini e i Senesi, questi si erano obbligati a non ricevere fuorusciti; così i Fiorentini inviarono a Siena due ambasciatori, Albizzo Trinciavegli e Iacopo Gherardi dottori in legge; i quali giunti, chiesero che i rifugiati fossero cacciati via, ed aggiunsero intimazioni superbe; cui risposero i Senesi con l’accettare la guerra, che fu incontanente dichiarata. Su di che i fuorusciti si argomentarono d’inviare ambasciatori al re Manfredi per soccorso, tale sperandolo che bastasse a restituirli nella patria. Era capo dell’ambasceria Farinata degli Uberti, principale tra i Ghibellini, ed avea libera facoltà da’ suoi di fare e dire come a lui paresse. Venuti al cospetto del Re, inginocchiati, lo richiesero d’aiuto; ma egli, o temesse o diffidasse, promise a stento il magro soccorso di cento cavalieri tedeschi. Volevano gli altri, che aveano sperato tirarlo almeno a seicento uomini, ricusare la profferta; ma Farinata disse loro: «non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo quanto si vuole; mandi con esso l’insegna sua: tornati a Siena, noi la metteremo in tale luogo che converrà mandi egli gente a sufficenza.[49]» Accettarono, ma giunti a Siena furono accolti a grande scherno; e molto furono sbigottiti i fuorusciti che si aspettavano dal re Manfredi maggiore aiuto.
Correva il mese di maggio del 1260, quando l’oste fiorentina andava contro Siena, conducendo seco il Carroccio, com’era usanza delle città libere d’Italia. Questo era «un carro in su quattro ruote, tutto dipinto vermiglio; e suso eranvi due antenne, sulle quali sventolava il grande stendardo dell’arme del Comune di Firenze, bianco e vermiglio.... Lo tirava un grande e forte paio di buoi, coperti di un panno anch’esso vermiglio: tenevano i buoi nello Spedale di Pinti a questo ufficio ed a niun altro; il guardatore di essi avea franchigia nel Comune. Quando era guerra, i conti e castellani vicini e gentili cavalieri della città lo traevano dall’Opera di San Giovanni, e condotto sulla piazza di Mercato Nuovo, lo posavano sopra un termine ch’era fatto d’una pietra tonda, raccomandandolo quivi al popolo di Firenze. All’oste lo guidavano i popolani, e di essi i migliori ed i più forti e virtuosi erano deputati a guardarlo, a piedi tutti; e nelle battaglie la forza del popolo intorno a quello si ammassava. E quando l’oste era bandita, un mese innanzi ponevano sull’arco della porta Santa Maria, in capo di Mercato Nuovo, una campana chiamata la Martinella, e quella del continuo suonava. Quando l’oste si moveva, la detta campana era levata d’in sull’arco e posta in un carro sopra un castello di legname; al suono di questa si guidava l’oste.[50]» Queste erano pompe del popolo vecchio e della Repubblica di Firenze.
Andava l’oste contro Siena, e via facendo impadronitasi d’alcune castella, si accampava presso l’antiporta della città stessa al Monistero di Santa Petronella, dove su un poggetto rilevato innalzarono una torre da tenervi la campana. In Siena il disegno che Farinata aveva fatto sulla bandiera del re Manfredi, ebbe allora compimento: durando l’assedio, gli usciti di Firenze diedero un giorno mangiare ai cavalieri tedeschi; e bene avendogli avvinazzati, gli feciono armare e montare a cavallo per assalire il campo de’ Fiorentini, con la promessa anche di grandi doni e paga doppia. I Tedeschi forsennati e caldi di vino uscirono fuori; e perch’erano improvvisi, al primo assalto fecero grande danno, e molti del popolo e della cavalleria fuggirono, credendo fossero maggior numero di gente: poi ravveduti, si raccozzarono e diedero addosso ai pochi Tedeschi, dei quali molti furono uccisi; e la bandiera del re Manfredi presa e strascinata, fu poi recata a Firenze. Allora i Senesi e i fuorusciti ghibellini avendo accattato dalla compagnia de’ Salimbeni di Siena ventimila fiorini d’oro, mandarono altri ambasciatori annunziando a quel Re come la sua poca gente per gran valentia essendosi messi ad assalire l’oste dei nemici, prima l’avessero posta in fuga, e se più fossero stati, avevano la vittoria; ma per la poca gente, erano poi tutti rimasti morti, e l’insegna caduta in mano dei Fiorentini e svergognata: a ciò aggiugnendo quelle parole che seppero meglio ad ismuovere Manfredi.[51] Il quale crucciato allo intendere la novella, con la moneta dei Senesi mandò in Toscana il conte Giordano suo maliscalco ed ottocento cavalieri tedeschi; giungevano questi all’uscita del luglio 1260.
Per questo rinforzo invigoriti i Senesi, bandirono oste sopra a Montalcino; e avendo richiesto l’aiuto dei Pisani e di tutti i Ghibellini di Toscana, bentosto raccolsero in Siena un esercito di molto polso. Ma non si credevano però avere fatto nulla se non tirassero i Fiorentini fuori a campo, i Tedeschi essendo pagati per soli tre mesi; e già n’era passato uno e mezzo, nè moneta avevano da più tenerli, nè mai l’avrebbero ottenuta da Manfredi. Ragionarono pertanto che al fine loro non perverrebbero senza grande maestria e inganno di guerra; del che l’industria fu commessa a Farinata degli Uberti. Sceglieva egli due frati Minori da inviare messaggieri al popolo di Firenze; e prima gli fece in gran segreto abboccare con alcuni dei principali di Siena, i quali diedero infintamente loro ad intendere che, bramando scuotere essi quella sorta di signoria che Provenzano Salvani esercitava dentro alla città, volentieri darebbero questa ai Fiorentini per diecimila fiorini d’oro: venissero con grande oste sotto cagione di fornire Montalcino, e andassero infino sul fiume d’Arbia, dove giunti avrebbero dagli amici loro la porta di San Vito la quale guarda verso Arezzo. I frati, condotti essi medesimi nell’inganno, vennero a Firenze con lettere suggellate, e fecero capo agli Anziani, profferendo che recavano gran cose in pro del popolo di Firenze, ma che erano tali che si voleano manifestare a pochi. Allora gli Anziani elessero due di loro; che uno era chiamato lo Spedito, audace uomo e intramettente; ai quali, poichè ebbero fatto sacramento sull’altare, i frati mostrarono le lettere, e tutto discopersero il trattato. I due portati da volontà diedero fede, e incontanente trovati i diecimila fiorini, radunarono Consiglio di grandi e di popolo, ai quali esposero che bisognava muovere l’oste d’intorno a Siena a fornire Montalcino, e quivi andare con grande possa. I nobili delle grandi case di Firenze ed il conte Guido Guerra ch’era con loro, e di milizia più sapevano che i popolani, ed ignoravano il trattato; conoscendo la nuova masnada de’ Tedeschi ch’era venuta in Siena, e la mala vista che fece il popolo a Santa Petronella quando i cento Tedeschi gli assalirono; e sapendo i cittadini non tutti essere bene disposti, e altresì pensando come si poteva in altro modo fornire Montalcino, al che gli Orvietani s’erano offerti; e che lasciando i Tedeschi stentare finchè non mancasse la moneta, si sarebbono straccati, e tornerebbero in Puglia lasciando i Senesi più in male stato che per l’innanzi: avvisando queste cose, diedero savio consiglio che per al presente non si dovesse muovere l’oste. Fu per essi tutti dicitore Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, savio e prode cavaliere e di grande autorità: ma detto ch’egli ebbe, lo Spedito già inalberato nelle speranze e di natura presuntuoso, si fece a riprenderlo con vili parole tacciandolo di paura. Tegghiaio rispose: Tu non ti ardiresti di seguitarmi nella battaglia, dove starò io. Si levò Cece dei Gherardini a dire lo stesso che aveva detto messer Tegghiaio; ma gli Anziani gli comandarono non dicesse, e a chi arringasse contro al comandamento era pena cento lire. Il cavaliere voleva pagarle per contradire, ma gli Anziani raddoppiarono la pena una e due volte, ed egli voleva sempre pagare; comandarono si tacesse, pena la testa. E così vinse il peggior consiglio, che tutto l’esercito, levato il campo, senza indugio procedesse.