Il nome di Guelfi e di Ghibellini, infino allora non mai pronunziato dagli storici, apparve in Firenze l’anno 1215, nato ivi per una privata contesa. Messer Buondelmonte della nobile casata de’ Buondelmonti, leggiadro e splendido cavaliere, aveva promesso di tôrre in moglie una fanciulla degli Amidei. Un giorno mentre egli cavalcava a diporto per la città, una donna di casa Donati per nome Aldruda lo chiama e, scese le scale, entra con esso in parole, non senza motteggiarlo perchè egli sia per isposare l’Amidei, nè bella nè sufficente a lui. Io vi aveva guardata, soggiunge, questa mia figlia; e gli mostra la donzella che l’avea seguita. Questa era di rara bellezza, tantochè Buondelmonte se ne accese, e senza pensare per nulla nè all’Amidei nè alla data fede nè alla ingiuria che era per fare nè al rischio cui andava incontro, rispose le cose non essere tanto innanzi che non si potessero frastornare: non molto dopo la sposò a moglie. Di tale ingiuria gli Amidei gridarono vendetta, e gli Uberti attizzarono quegli sdegni; ai quali partecipando più altri parenti, molte delle più antiche e nobili casate si congiurarono insieme di offendere Buondelmonte; e disputandosi in che guisa, il Mosca dei Lamberti si levò su e disse la mala parola: Cosa fatta capo ha; volendo dire, uccidiamolo e così al fatto sarà dato principio. Nè stettero a perder tempo, perchè raunati la mattina di pasqua di Resurrezione in casa degli Amidei da San Stefano, veggendo venire d’oltrarno Buondelmonte in su uno palafreno bianco, vestito nobilmente di nuovo di una roba bianca, si spinsero innanzi; ed incontratolo appena ch’egli ebbe sceso il Ponte Vecchio, appiè d’una statua di Marte che ivi era, avanzo del paganesimo; Schiatta degli Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e Lambertuccio degli Amidei precipitandosi addosso a lui lo ferirono; da Oderigo de’ Fifanti, che gli segò le vene, fu tratto a fine. Per quella morte Firenze corse alle armi e a rumore; stettero i Guelfi co’ Buondelmonti, i Ghibellini con gli Uberti: e la città, non per anche lastricata, divenne campo dove si combattevano vicini contro vicini; secondo che le private nimistà, o l’aderire alla parte della Chiesa o dell’Impero, divisero le famiglie, sì fattamente che di settantadue casate nobili annoverate dal Malespini, trentanove divennero guelfe e il rimanente ghibelline. Qui ebbero principio nella storia di Firenze le interminate discordie; ed a noi tristo insegnamento viene dai fatti che si compivano allora presso altre due nazioni oggi potentissime in Europa. Imperocchè in quell’anno i baroni dell’Inghilterra congiunti ai borghesi ponevano con la Magna Carta i fondamenti su’ quali poterono nel corso dei secoli insieme crescere libertà e grandezza; e in Francia, per contrarie vie, Filippo Augusto con la battaglia di Bouvines accertava la grande unità che è forza ed anima dei Francesi. I fatti d’Italia in quegli anni fecondissimi consumavano la libertà e impedivano la grandezza.
Ma per allora e per trent’anni dopo, mentre che in Italia ardevano guerre e si esercitavano più che in altro tempo mai atroci violenze, da tante e sì varie miserie comuni rimaneva offesa meno delle altre parti la Toscana, e la città di Firenze dovette in quelli anni molto avere prosperato; talchè al Malespini parvero beati quei tempi nei quali, secondo egli scrive, «quelli che si chiamavano Guelfi amavano lo stato del Papa, e quelli che si chiamavano Ghibellini amavano lo stato dell’Impero; ma nondimeno tutti traevano al bene comune, ed il popolo si manteneva in unità e in bene della Repubblica.[30]» Nell’anno 1217 andarono cavalieri guelfi e ghibellini alla Crociata che fu bandita da Onorio III per la impresa di Terra Santa; dove un Buonaguisa della Pressa acquistò gloria per essere egli salito il primo sopra le mura della città di Damiata, e la bandiera che ivi pose recò in Firenze con grande onore.
Nell’anno 1218 i Fiorentini fecero giurare tutto il contado alla signoria del Comune; «che prima la maggior parte si teneva a signoria de’ conti Guidi e di quelli di Mangona e di quelli di Capraia e da Certaldo, e di più gentili uomini che l’aveano occupato per privilegi, per forza degli Imperatori.[31]» Queste parole sono di Ricordano Malespini, magnate fiorentino e guelfo; i cui maggiori doveano, come gli altri, tenere i loro castelli da imperiali privilegi e dalla forza; ma che vivendo tra gente libera, si andava educando al nuovo diritto, inverso il quale muovendo Firenze con più franco passo di altra qualsiasi tra le città emancipate, meritò bene dell’umanità. Traspare però nel nostro istorico il malumore di gentiluomo, dove enumerando in altro luogo e come di nascosto i danni sofferti da molte famiglie, aggiugne poi «tutte per terra:» i Malespini aveano anch’essi una tenuta dentro al contado con le altre disfatta. Cresceva Firenze affrancando i contadini dalla soggezione baronale e affratellandoli al Comune; il che era giustizia che si faceva contro ai soverchianti, per lo più stranieri, i quali ponendo aguati o serragli sulle vie, impedivano i commerci e si contrapponevano a ogni civil comunanza. Ma quelli assalti contro a’ cattani o signori di castelli, guardando ai modi che si tenevano, erano spesso «più con la forza che con ragione» come dichiara Giovanni Villani,[32] uomo di popolo ma sincero se altri fu mai: cosicchè molti nobili di contado, per isdegno o per aver patti migliori, donavano alla Chiesa le terre loro e le case ed i vassalli che per tal modo voleano sottrarre alla ubbidienza dei Comuni. Si trovano esempi di tali donazioni fatte al Vescovo di Firenze lo stesso anno nel quale vennero i contadini emancipati; e molti Fiesolani o nobili o altri giurarono a quel Vescovo fedeltà nel 1224, non bene essendo per anche formata la signoria del Comune sopra sè stesso e nel contado.[33] Ma questa venendo a crescere sempre, il Potestà dell’anno 1233 ordinava: «che dentro al mese di maggio tutti gli abitatori del contado fiorentino venissero a comparire nella città per notificare ai notai dei sestieri a ciò deputati di che condizione fossero ciascuno, cioè se cavaliere nobile o fattizio, o allodiere, o masnadiero, o uomo d’altri, o fittaiolo, o lavoratore o d’altra condizione egli fosse.[34]»
Prima di quel tempo Firenze ebbe brighe co’ Perugini per le acque che in Arno scendevano dal Lago Trasimeno: cominciò poi lunga guerra con Siena per le controversie continue che davano i confini incerti e i signori che ivi seguivano contrarie parti. Vi era Poggibonsi fortezza imperiale, e tra i castelli che dipendevano dai Senesi, Mortennana degli Squarcialupi, battuto e ripreso più volte; trovandosi ivi usate quelle che poi divennero mine, ed erano fossi coperti pei quali entravano fino a scalzare i fondamenti delle mura e farle cadere. Dal lato opposto, dove il dominio di Firenze si toccava con quello di Siena, Montepulciano e Montalcino diedero occasione a quelle guerre, nelle quali ebbero i Senesi lega con gli Orvietani, mentre che Firenze si rinforzava di aderenti e di amicizie in quella parte degli appennini che scende in Romagna, di già estendendo l’azione sua oltre a’ confini della Toscana.[35] Con Pisa era guerra spesso combattuta ma sempre costante per la contrarietà d’interessi che la natura del sito aveva posto tra le due città, diversamente facoltose e già possenti ambedue: imperocchè Firenze a’ suoi commerci voleva uno sbocco sul mare, e Pisa glielo impediva. Questa era anche sempre in guerra con Lucca, la quale era certa di seco avere i Fiorentini: di poi una meschina contesa tra gli ambasciatori delle due città rivali convenuti in Roma all’incoronazione di Federigo II, bastò ad accendere una guerra. Dapprima si erano bene svillaneggiati e battuti nelle vie di Roma tra quanti Fiorentini e Pisani erano in Corte, o vi andarono per volontà di avere parte nella riotta; della quale fu principale istigatore quell’Oderigo Fifanti che aveva segato le vene a Buondelmonte, ed ora se la pigliava contro ad uomini ghibellini. I Pisani fecero arrestare tutta la roba e mercatura de’ Fiorentini che si trovò in Pisa, ch’era grande quantità; e i Fiorentini avendo chiesto fosse restituita la mercanzia, i Pisani superbamente negarono; e ai Fiorentini che minacciavano di muovere contro Pisa, risposero che avrebbono loro ammezzata la via: laonde incontratisi a Castel del Bosco, fecero battaglia con la peggio de’ Pisani, al dire degli storici fiorentini.[36]
Moriva in quei tempi (1229) un celebre fiorentino, Accorso da Bagnolo, che professò giurisprudenza in Bologna e fu insigne tra’ glossatori dei libri delle romane leggi, talchè la fama e l’autorità di lui non sono spente ai dì nostri. Già da due secoli Arezzo aveva prodotto quel Guido che fu inventore delle note musicali: e in quei primi anni del XIII Niccolò pisano faceva risorgere la scultura, e Leonardo Fibonacci della città stessa recava in Europa le cifre numeriche e l’arimmetica degli Arabi. Sorgevano già le cattedrali bellissime di Lucca, di Pisa e di Siena. Fuori delle porte di Firenze già sino dai primi anni dopo al mille era la chiesa di San Miniato, nobile monumento di quell’architettura cristiana che nacque in Italia ne’ primi secoli della Chiesa. Nella città rimaneva antico e molto bello edifizio il Battistero, che prima dicevano essere stato tempio di Marte e poi consacrato a san Giovanni Battista; ma d’altri non si era per anche adornata che ne attestassero la magnificenza; nè si era illustrata per chiari ingegni, dei quali Accorso fu il primo. Doveano i commerci però di Firenze già molto essere ampliati, trovandosi avere l’anno 1214 il Marchese d’Este impegnato ai prestatori fiorentini tutti i suoi allodiali per le grosse somme di danaro che gli aveano essi somministrate.[37] Cresceva intanto la città oltr’Arno, dove molte famiglie venute di fresco in ricchezza aveano poste le case loro; talchè fu necessità fondare due nuovi ponti, che uno alla Carraia l’anno 1218, e l’altro nel 1237, cui diede nome il potestà Rubaconte da Mandella milanese.
Avanti di cominciare la narrazione di fatti maggiori, giova dire alcuna cosa intorno alla setta dei Paterini o Albigesi, che di recente compressa nel mezzodì della Francia per sanguinose battaglie, aveva fomento in Italia dall’odio ardentissimo dei Ghibellini contro alla romana Chiesa, e dalla sciolta incredulità di Federigo II. Quell’asiatica dottrina recata in Europa dalle crociate e dai commerci, ebbe seguaci per tutta Italia anche nel secolo precedente: ora le parti civili di ogni cosa facevano arme, ed il pensiero audacissimo che voleva tutto comprendere, non aveva limiti al negare: la Somma di san Tommaso ed il poema di Dante ne mostrano quante fossero in quel gran secolo l’interezza e la comprensione filosofica della ortodossa dottrina, fuor della quale non era luogo che a una filosofia miscredente. Lo stesso Alighieri annovera tra gli increduli, oltre a Federigo imperatore, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini e Farinata degli Uberti, capi della parte ghibellina; ed in Firenze sappiamo essere stati i Paterini apertamente promossi e spalleggiati dal Potestà che verso l’anno 1240 vi esercitava l’autorità imperiale.[38] Nella città due colonne, delle quali una ha in cima la croce, l’altra una statua di san Pier Martire, tuttora dinotano i luoghi dove i Paterini venuti a conflitto col rimanente del popolo furono vinti ed oppressi; nè più ricomparvero dopo la morte di Federigo e la vittoria de’ Guelfi. Intanto però anche le giuste censure e l’avversione di molti contro ai mondani vizi del clero, pigliavano faccia d’eresia; cosicchè apparve sospetto nel suo primo manifestarsi lo stesso pensiero di san Francesco, il quale tendeva a rinsanire la gerarchia con l’onorare la povertà, e faceva sorgere nella Chiesa un nuovo ceto di popolani; consacrazione e forza grande aggiunta ai poveri e impotenti, che il patrocinio delle leggi tendea dovunque a rinnalzare. Sospetti egualmente riuscivano i primi eremiti che in Monte Senario cominciarono un nuovo Ordine, il quale avuta di poi solenne istituzione in Firenze, divenne l’Ordine dei Serviti. In Italia le riforme si traducevano sempre in popolari istituzioni, conservatrici però della unità religiosa che stava in cima e le conteneva dentro ai limiti d’un ossequio non mai cessato in alcun tempo. Tra queste forze venne ad infrangersi la potenza di casa Sveva e dei Ghibellini, come vedremo pei fatti che ora ne richiamano a più disteso racconto.
L’anno 1248 Federigo principe d’Antiochia, figlio naturale di Federigo II, conduceva in Toscana suoi cavalieri, mandato dal padre ad opprimere la parte guelfa, ch’era il maggior numero. In Firenze le casate ghibelline si rafforzavano dando mano alle masnade tedesche; e unite a queste, combattevano di luogo in luogo, e fino all’ultimo serraglio, i Guelfi dentro alla città. Infine dovettero questi partirsene a’ 2 febbraio, giorno della Candelaia, 1249; ma però innanzi d’abbandonare la patria, armati com’erano, portarono a sepoltura feroci e piagnenti in lunga fila il cadavere d’un loro cavaliero per nome Rustico Marignolli caduto in quella battaglia: e depostolo nel chiostro di San Lorenzo, dove una lapida in onore suo tuttora si vede, sgombrarono la città ricovrandosi a Montevarchi ed a Capraia e sparsamente per le campagne ai castelli o ne’ poderi loro e degli amici. Aveano fede in sè medesimi e nella parte ch’essi tenevano: ma i Ghibellini ed i Tedeschi rimasti soli nella città, la governavano ad arbitrio loro. Abbatterono trentasei fra case e torri, e tra queste il nobile edifizio dei Tosinghi in Mercato Vecchio, detto il Palazzo; il quale era alto (dicono gli storici) novanta braccia, adorno di colonnette di marmo. Abbatterono anche la torre che si chiamava del Guardamorto, la quale era prossima a San Giovanni, con l’intenzione (secondo scrivono) di farla cadere addosso a quel tempio dove il popolo dei Guelfi solea radunarsi: ma Giorgio Vasari, che attribuisce all’ingegno di Niccola Pisano l’avere fatto ruinare quella torre sopra sè medesima, esclude il disegno imputato ai Ghibellini: a questi rimane, come nota il Malespini,[39] l’avere cominciato quella maledizione dell’abbattere le case, che poi divenne fatale usanza. Continuarono intanto la guerra contro i castelli: ed essendo Federigo istesso venuto in Toscana, quello di Capraia, dove si era chiusa gran parte della nobiltà guelfa, per lungo assedio fu espugnato; e Federigo, i capi dei Guelfi condotti in Puglia, scrivono facesse parte mazzerare, parte abbacinare, e indi chiudere in un chiostro. L’Imperatore tedesco percuoteva con gli ottimati gli ottimati, tra’ quali soli fin qui pareva la guerra essere combattuta: vedremo il popolo tutto intero unito e possente venire in iscena, e fare sua quella vittoria cui dato aveva egli compimento.
Capitolo IV. PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI ANZIANI. FELICITÀ DEI GUELFI. [AN. 1250-1254.]
I Ghibellini con la forza delle straniere masnade imposero al popolo intollerabili carichi e l’oppressero in mal punto, imperocchè i Guelfi avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna, altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in battaglia, era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava il capo; talchè veggiamo in quegli anni altre città emancipate al modo stesso e con le forme che in questa sua liberazione pigliava il popolo di Firenze. Quivi frattanto gli Uberti e le altre nobili famiglie oltre ogni dire insolentivano: il popolo, che era fino allora stato soggetto al governo dei magnati, ora essendo fuori i nobili guelfi, ed esso capace a fare testa contro i Ghibellini, si levò, e tolse con mirabile felicità in mano sua tutto lo Stato. I buoni uomini, o come scrive il Machiavelli gli uomini di mezzo, o meglio direi coloro dai quali usciva in quel punto la nuova cittadinanza, il 20 ottobre 1250 si adunano a folla nella chiesa di San Firenze; ma non osando fermarvisi per timore della violenza degli Uberti che ivi presso abitavano, si ricovrano a Santa Croce, chiesa popolana dei Frati Minori, dove armati ed inquieti dimorano alcun tempo. Poi fatto animo, invece di tornarsene alle loro case, vanno con ordine militare ad afforzarsi presso la chiesa di San Lorenzo, dove tuttavia in armi si elessero trentasei caporali, tolsero il grado al Potestà e agli ufficiali posti dai Ghibellini, mettendo a guardia del nuovo Stato un Capitano del popolo, messer Uberto da Lucca; al quale aggiunsero dodici Anziani, due per sesto, acciò guidassero il popolo e consigliassero il Capitano. Questi doveva, come il Podestà, essere nobile e forestiere, ma di popolo gli Anziani: tra questi era un calzolaio, possente uomo, secondo appare, poichè lo chiamano Grande anziano; il quale divenne poi traditore, onde più tardi fu lapidato a furia di popolo.
Scrissero tutta la gioventù in compagnie sotto a venti gonfaloni, e ordinarono che ciascun uomo uscisse presto ed armato sotto la sua bandiera, qualunque volta fosse dal Capitano o dagli Anziani chiamato, facendo gettare a questo effetto una campana. Il gonfalone del Capitano aveva la croce rossa in campo bianco; degli altri variavano i segni e i colori. Questa era la forza che il popolo ordinava a munimento della libertà sua: ma nelle guerre al di fuori andava l’esercito sotto gli ordini del Potestà, perch’era esercito del Comune o della intera città, nel quale tutti si comprendevano i vari ordini dei cittadini. I nobili e i potenti popolani formavano arme distinta, che si chiamava dei cavalieri, principal nerbo nelle battaglie. Ciaschedun sesto aveva l’insegna sua pe’ cavalieri, e similmente erano insegne variate per le armi de’ balestrieri e de’ palvesari, e per la salmeria e i guastatori e i marraioli e i palaioli. Queste insegne dava solennemente il Potestà ogni anno il dì della Pentecoste. La popolazione del contado fu parimente divisa in leghe, le quali ciascuna sotto a’ suoi gonfaloni l’una all’altra soccorrendo, dovevano inoltre, quando bisognasse, venire in arme nella città: novantasei erano i pivieri, i quali furono ordinati in leghe. E qui è da notare che a ciascun sesto della città rispondeva una parte del contado, cosicchè i vari pivieri ed i Comuni fossero come una dipendenza di quel sesto che incontro ad essi era posto, e le milizie delle leghe quando scendevano in Firenze s’aggregassero per sesti alle milizie cittadine, e le ingrossassero con lo stesso ordine. A difesa di sè stesso, ed a mostrare come in Firenze il governo dei magnati cedesse a quello della cittadinanza, ordinò il popolo che le torri onde era gremita la città, fossero tutte eguagliate all’altezza di cinquanta braccia, secondo scrivono: le torri dei nobili erano in grande numero; poche altre si chiamavano delle vicinanze, fabbricate da più famiglie insieme a difesa di case vicine:[40] con le pietre di quelle mozzate torri si cinse di mura la città oltr’Arno. Gettarono i fondamenti d’un palazzo per la Signoria, che prima non aveva pubblica residenza e gli Anziani tornavano alle loro case a mangiare e a dormire: dipoi quel palagio fu del Potestà.