Era l’anno 1177, nel quale in Venezia l’imperatore Federigo rendeva ubbidienza al pontefice Alessandro III, quando Firenze in quel passaggio da servitù a libertà cresciuta di gente varia ed irrequieta, cominciò a fermentare in sè medesima per cittadine discordie. Furono esse suscitate dalla famiglia potentissima degli Uberti, tedesca d’origine come dal nome si scorge, ma che aspirando a padroneggiare la città, gli adulatori dicevano essere della schiatta di Giulio Cesare. Questi «co’ loro seguaci nobili e popolani si diedero a battagliare contro a’ Consoli per la invidia della signoria che non era a loro volere. Fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì l’uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da vicinanza a vicinanza, com’erano le parti; e aveano armate le torri, ch’erano in grande numero, alte cento e cento venti braccia. E in quei tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si murarono, dei danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle compagnie:» e sopra quelle facevano mangani e manganelle per gittar l’uno all’altro, ed era asserragliata la terra in più parti. Durò questa pestilenza più di due anni, onde molta gente ne morì, e molto pericolo e danno ne seguì alla città: ma tanto venne poi in uso quel guerreggiare tra’ cittadini, che l’uno dì si combattevano, e l’altro mangiavano e bevevano insieme, novellando delle virtudi e prodezze l’uno dell’altro ch’essi facevano a quelle battaglie. Poi, quasi per istraccamento e rincrescimento, restarono dal combattere, e si pacificarono, e rimasero i Consoli in loro signoria. Alla fine pur crearono e partorirono le maledette parti che furono appresso in Firenze.[18]
Così raccontano questi fatti gli antichi cronisti. Ne accusano essi la troppa grassezza e riposo in che era vissuta fino allora la città; ma veramente era il principio di quelle parti che non ancora pigliavano nome di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti con altre nobili famiglie possenti in contado, e in città discese con la speranza di dominarla, cercavano mantenere con le armi imperiali la grandezza loro, battendo i Consoli nei quali stava la signoria e che seguivano, a quanto sembra, la parte che indi si chiamò guelfa: continuava dentro alla città la guerra che dai castelli si combatteva contro all’insorgere dei Comuni. Avevano questi pigliato in quelli anni forza e ardimento per le vittorie avute nei campi lombardi contro a Federigo, e per l’ampliarsi dei commerci, che in Firenze massimamente dovette essere grandissimo. I Papi, cresciuti allora in potenza, facevano a questa grande fondamento sulla indipendenza delle città, che volea dire del popolo latino ad essi devoto. Non bene era spenta quanto alla Toscana la lunga contesa per le donazioni che Matilde aveva fatte alla Chiesa della eredità sua, ma che non ebbero effetto mai. Nè forse era senza un qualche pensiero di rivendicarle che i Papi scriveano in quegli anni bolle (come si trova) dirette ai popoli di alcune città state del patrimonio di Matilde. Comunque ciò fosse, la pace di Costanza e le franchigie ivi formalmente decretate (anno 1183) e la istituzione dei Potestà, sancirono alle città italiane quasi un’intera indipendenza. Quindi noi troviamo per tutto il secolo XII duchi e marchesi non già propriamente governare la Toscana, ma sibbene in nome degl’Imperatori tenerne l’alto dominio: guidavano le masnade, difendevano le parti dei conti e signori castellani che ubbidivano all’Impero, e da questi riscuotevano le tasse, e raccoglievano le milizie, proventi della sovranità. La quale però venendo a scadere, quei duchi e marchesi non furono altrimenti feudatari che avessero grado e potenza di principi; ma con l’andare del tempo discesero alla qualità di messi o ministri, i quali col titolo di vicari dell’Imperatore, esclusi dalle città, risedettero in San Miniato, luogo alto e munito, cui rimase poi sempre il nome di San Miniato al Tedesco.
Negli anni dopo i Fiorentini a sè obbligarono gli Empolesi, costretti a farsi loro censuarii; ed abbatterono il castello di Pogna e quello di Montegrossoli nel Chianti. Fecero trattati co’ Lucchesi contro a Pistoia nemica d’entrambi, e con gli Alberti conti di Mangona e Vernio; i quali promisero da indi in poi fare pace e guerra a volontà del Comune, offrire una libbra di puro argento e un cero alla chiesa di San Giovanni Battista, e disfare alcune castella in Val d’Elsa e in Val d’Arno a scelta dei Consoli di Firenze. Ma non per anche la signoria libera si potea dire assicurata alla città, ed era un ondeggiare continuo; perchè l’indipendenza dei Comuni, mantenuta solamente dalla debolezza degl’Imperatori, pericolava ogni volta che scendessero di Germania soldatesche a difendere o a rafforzare l’autorità dell’Impero, e più che mai quando essi medesimi si appresentassero nell’Italia. Per tale modo nell’anno 1185, essendo la persona di Federigo venuta in Firenze nell’andare in Puglia, «gli furono attorno i nobili del contado, dei quali avevano i Fiorentini preso per forza ed occupato molte castella e fortezze, contro all’onore dell’Impero.[19]» E Federigo «tolse a Firenze tutto il contado e la signoria di quello sino alle mura, e per le villate facea stare suoi vicari che rendevano ragione e facevano giustizia.[20]» Così fece alle altre città di Toscana, salvo che a Pisa ed a Pistoia, ch’erano state con lui nelle guerre precedenti. Quando si vede nelle istorie e nei documenti cessare i Potestà e sottentrare ad essi i Vicari, si può inferirne con sicurezza che l’indipendenza municipale veniva meno di contro all’autorità imperiale. Dicono poi gli storici che il contado sino alle dieci miglia fosse più anni dopo restituito ad istanza del Papa e in grazia del merito che i Fiorentini s’erano acquistato in Terra Santa: ma noi crediamo che le città, partito appena l’Imperatore, da sè medesime lo recuperassero d’accordo col Papa.
Innanzi però che ciò avvenisse, Arrigo svevo, dal padre associato all’impero nel 1187, teneva in quell’anno corte in Fucecchio. Nella Crociata moriva l’imperatore Federigo Barbarossa (1190), e il di lui figlio Arrigo VI creava duca di Toscana Filippo suo fratello: costui fu l’ultimo dei Duchi o Marchesi in questa provincia. Imperocchè morto l’anno 1197 Arrigo VI in Sicilia, della quale si era fatto signore per maritaggio con la erede dei Re Normanni; Filippo tornava frettolosamente in Allemagna. Ebbe l’Impero due competitori, e si trovò in Italia irreparabilmente affievolito: dal che le città presero sicurezza, e la potenza della Romana Chiesa di molto s’accrebbe. L’anno stesso Celestino III mandava in Toscana suoi legati il cardinal Pandolfo e il cardinal Bernardo; alla presenza dei quali nel mese di novembre 1197 fu in San Genesio conchiusa una compagnia o lega tra le città di Firenze, di Lucca e di Siena ed il Vescovo di Volterra come signore temporale di quella città, e le terre di Prato e di San Miniato, con riserbarvi luogo per Pisa, Pistoia, Poggibonsi, conti Guidi, conti Alberti e altri signori di Toscana. Venne pattuito che in ciascuno degli Stati uniti in lega fosse un capo chiamato Rettore o Capitano, che avesse arbitrio per le cose della lega, ma senza autorità nel governo della città sua; si radunassero questi ogni quattro mesi in una dieta o parlamento a comporre le discordie, e pei negozi che occorressero eleggendo uno di loro che avesse nome di Priore della compagnia. Nessuno dei collegati potesse conoscere alcuno per imperatore, re, principe, duca o marchese, senza speciale ed espresso comandamento della romana Chiesa; la quale dovesse, col richiederne le compagnie, ricevere aiuto per la difensione di sè stessa; come anche per ricuperare i luoghi perduti, eccetto quelli i quali fossero tenuti da alcuno de’ collegati.[21] Nel seguente anno 1198 asceso alla sedia pontificale Innocenzio III, scriveva una lettera al Priore ed ai Rettori della Toscana e del ducato di Spoleto, nella quale dopo avere affermata risolutamente l’autorità dei pontefici sopra quella degl’imperatori non che d’ogni altra potestà civile, dichiara in Italia stare il principato su tutti gli altri paesi cristiani per essere ivi divinamente posta la Sedia apostolica, cui s’appartiene la potestà del sacerdozio insieme e del regno. Promette a quella università di Stati il patrocinio della romana Chiesa, tenendosi certo della ossequiosa devozione che a lei presterebbero in ogni cosa, procurando l’onore di essa e l’avanzamento.[22] Per Innocenzio III la potenza del papato pervenne al suo colmo; e ch’egli intendesse, e che taluno dei successori suoi cercasse comporre in fascio le città italiche, o quelle almeno della Toscana, legate insieme da una supremazia che i papi sovra esse esercitassero, non crediamo noi che sia cosa da porre in dubbio.
I Pisani a quella lega, come già divenuti imperiali, si rifiutarono; ma in essa entrarono l’anno dopo i conti Guidi e i conti Alberti, e poi gli uomini di Certaldo i quali aveano ai Fiorentini giurato fede, dalla quale non potesse nemmeno il Papa fargli prosciolti. Assai più ampia dedizione fecero gli uomini di Figline, che si obbligarono a pagare ventisei danari per focolare; tributo consueto dei vassalli al signore loro; ed oltre ciò, la metà dei pedaggi e dei mercati; a fare guerra e pace ad arbitrio del Comune di Firenze, ed ubbidire a ogni comandamento dei Consoli di questo, eccetto nel caso che a loro fosse comandato di abbattere in tutto o in parte la terra loro, cioè diroccarla cosicchè divenisse terra aperta.[23] Già era nata la lunga e difficil guerra ch’ebbe il Comune contro a Semifonte, forte castello nella Val d’Elsa e ostinatamente difeso dagli abitatori.[24] Cercarono i Fiorentini tôrre a Semifonte l’aiuto del Vescovo di Volterra, e dei conti Alberti, e dei Comuni di Colle e di San Gemignano; e molto e variamente si faticarono, sinchè l’anno 1202 (se pure ciò non fosse più tardi) per tradimento di chi n’avea la guardia entrativi dentro, lo abbatterono con divieto che mai più fosse riedificato. Sull’uscita dello stretto della Golfolina dove comincia la valle inferiore dell’Arno è Capraia, dov’erano conti della famiglia degli Alberti, e che ai Fiorentini pareva essere un pruno negli occhi; ma poichè prenderlo non potevano, gli edificarono all’incontro un altro castello, che a scherno del nome di Capraia appellarono Montelupo. I conti Guidi, che dall’appennino sovrastavano a Pistoia ed a Firenze, avevano spesse brighe e trattati e mutabili nimicizie con l’una o coll’altra di queste città. Male potevano a quel tempo difendere Montemurlo contro ai Pistoiesi, che a petto a quello aveano posto il castello del Montale: ma i Fiorentini prima difesero i conti Guidi, e poi da essi comprarono Montemurlo. Nel Mugello intanto avean disfatto Combiata, dov’erano certi Cattani o Castellani signori del luogo. Più altre fortezze abbatterono all’intorno, e già la potenza del Comune si allargava fino alla valle di Chiana, dove ebbero in accomandigia Montepulciano,[25] e in protezione tenevano gli uomini di Montalcino. Il che fu causa che nei primi anni del nuovo secolo più volte si affrontassero co’ Senesi; i quali vinti in più scontri, prometteano di lasciare liberi quei luoghi che fossero in protezione o in possesso del Comune di Firenze. Le città sorte nel tempo stesso e con istituzioni somiglianti, ma senza comun freno nè vincolo (perchè il principio dell’unità era straniero e nemico), si combattevano tra di loro per ampliarsi ciascuna il contado, ovvero secondo volevano le sètte, che già dividevano le membra lacere dell’Impero.
Capitolo III. GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, BUONDELMONTI E UBERTI. — AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI GUELFI. [AN. 1215-1219.]
Da tempo antico le città italiche generalmente si reggevano per Consoli; il quale nome derivava ed era forse continuato dai magistrati di Roma antica. Già intorno al mille Firenze viveva «sotto la signoria di due Consoli cittadini col consiglio de’ Senatori, ch’erano cento uomini de’ migliori della città, com’era l’usanza data da’ Romani.[26]» Ravvisa ognuno qui i duumviri e il collegio de’ decurioni. So che era boria cittadinesca l’annestarsi a Roma per via di leggenda, ma qui è un fatto; e i Consoli si rinvengono per le città dell’Italia meridionale qua e là senza lunghe intermissioni, dai tempi romani fino al risorgimento dei Comuni. I quali che siano d’istituzione germanica lo creda poi chi ne ha voglia.
In Firenze il numero dei Consoli variava più tardi secondo i tempi, e se ne trovano sino a dodici; ma però sempre delle famiglie nobili, perchè il governo della città rimaneva tuttora in mano degli ottimati: e nobili sempre si mantennero anche dopo il 1200 quando essi, o alcuni almeno di loro, si veggono pigliar nome di Consoli delle Arti. Un documento,[27] a cui però non osiamo dare intera fede, noterebbe l’anno 1204 Consoli dei Giudici e Notai, de’ Cambiatori, delle Arti della Lana e della Seta e di Calimala; uno preposto alle cose della giustizia, e due i Consoli dei soldati. Vi è pure il nome di un Senatore. Le Arti avrebbero avuto Consoli e Priori; vi sarebbe stato un Consiglio generale ed uno speciale, e dieci Buoni uomini per Sesto. Certo è che le Arti ogni dì più prevalendo, fu necessario con l’andare del tempo che gli artigiani man mano ottenessero una più larga partecipazione alle cose dello Stato. Già i Consigli si moltiplicano, ed i magistrati rappresentano i sestieri o i quartieri o secondo che fosse la città divisa. Il nome di boni uomini, che da principio significava gli uomini per nascita ragguardevoli, si trova dato poi agli eletti popolarmente dai collegi delle Arti o dai cittadini de’ sestieri. Nel popolo insomma era la vita della città innanzi ancora ch’egli venisse ad acquistarne la signoria.
Ma il supremo diritto appartenente all’Imperatore (diritto non impugnato mai dalle città italiane) dovea pure soprastare al fatto cittadino; e quando per la Lega lombarda le città s’attribuirono un governo loro proprio e formalmente riconosciuto nella pace di Costanza, ebbero esse un magistrato di natura mista, giudice insieme ed ufiziale, in cui risedeva col nome di Potestà il diritto della spada, e che si trova chiamato alle volte Signore del luogo. Questo da principio l’Imperatore intendeva fosse da lui nominato ed investito, ma raramente gli accadde di esercitare tale prerogativa; e le città lo eleggevano a tempo di un anno o di sei mesi, avendo in sospetto quell’autorità che stava in luogo della suprema: sempre però di famiglia nobile anche nelle democrazie più gelose, e di schiatta forestiera perchè la rettitudine dei giudizi non fosse travolta dalle fazioni o dalle parentele. Teneva in Firenze egli da principio sua residenza nel Vescovado, poi nel Palagio da lui chiamato: veniva con molto accompagnamento; e sovrastando a ogni magistrato, aveva grandi onorificenze, in nome suo intitolandosi gli atti pubblici: il suo vestito era una lunga roba o bianca o gialla o di broccato d’oro, con in testa una berretta rossa. Nell’anno 1184, che seguì a quello della pace di Costanza, troviamo l’ufizio del Potestà ricordato la prima volta in un atto pel quale i Lucchesi prometteano fare certe cose a richiesta dei Consoli, del Potestà o d’altro Rettore della città di Firenze. Ma chi tenesse quell’ufizio noi non troviamo allora, nè per alcuni altri anni poi, che saltuariamente. Scrive il Malespini che i Potestà cominciarono in Firenze l’anno 1207 per torre ai Consoli la briga dei giudizi e questi fidare a uomini forestieri. Ma già nel 1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare in nome della città, insieme co’ suoi consiglieri e sette rettori delle Arti. Costui sarebbe stato di famiglia tra le più nobili di Firenze:[28] gli altri poi furono sempre forestieri; ed un Porcari si trova insieme ai Consoli dei mercanti pattuire in nome della città l’anno 1200, e continuare nell’ufizio il seguente anno; quindi nel 1207 quel Grasselli milanese che è nominato dal Malespini, confermato anch’egli per un altro anno: poi nell’anno 1209 un atto simile a quello del 1193 avere il nome di quell’ufizio non la persona; un Potestà essere in Firenze nel 1215, ed un altro poi nel 1218; dopo al quale si vedono continuare senza intermissione. Negli anni intermedi, quando gli atti solenni (come nel 1202 e 1212) non vanno in nome del Potestà, invece di quello abbiamo i Consoli, o fossero del Comune o della Milizia o dei Mercanti. Volemmo noi queste cose notare minutamente perchè importano alla storia del diritto, incerto com’era tuttavia in Firenze; sembrando a noi che mentre in Toscana le terre minori aveano a capo un Potestà, secondo appare dagli atti loro, un tale ufizio non avesse per trentacinque anni continuità in Firenze, dove alcune volte la suprema autorità ritornasse in mano dei Consoli. Nè a tutti gli atti dai quali traemmo queste indicazioni, veduti da uomo assai diligente, sapremmo noi negare fede, tanto più che nell’avvicendarsi in cima agli atti dei nomi dei Consoli con quello del Potestà, ne parve la sincerità di essi avere conferma. Dall’anno 1218 in poi, non già che cessassero nella città i Consoli, ma più non tenevano il supremo magistrato; e la rappresentanza cittadina risedette d’allora in poi costantemente nel Potestà, che seco aveva suoi consiglieri.[29]
I Vescovi non esercitarono in Firenze mai giurisdizione politica; e questo ancora apparisce da tutta l’istoria, che il clero vi si mantenne in ogni tempo assai cittadino, senza di che non può aversi città ordinata nè religione pura. Gli Ottoni di Sassonia avevano fatto più che non volessero a pro dell’Italia, quando, per gelosia dei conti e de’ baroni, contrapposero alla feudalità i Comuni; e quando allargarono i privilegi de’ vescovi, così accostandogli alla parte popolana invece di rimanere tutti feudali e guerrieri, come gli avevano fatti i successori di Carlo Magno. Nè sono io certo che debba tenersi per vera quella opinione degli eruditi, la quale in oggi fa derivare il Comune dalle immunità vescovili e dal collegio degli avvocati delle chiese; ma è ben certo che nelle provincie meno aderenti all’Impero e che più sentirono la riforma di Gregorio VII, il clero ed il popolo si trovano uniti con più salda colleganza e con migliore temperamento. L’opera di quel Pontefice fu intesa a distruggere il fatto dei Carolingi: e nella guerra per le investiture si contendeva insomma se i vescovi s’avessero a eleggere in nome di Dio o in nome del Principe, e se tenere si dovessero pastori dei popoli o cortigiani dei re e capitani delle masnade; e nell’Italia importava l’essere i vescovi e gli abati, o italiani o tedeschi. Ma in Toscana la potenza dei marchesi e la forte signoria di Matilde fecero che i vescovi e generalmente il clero, dall’un lato contenuti, dall’altro venissero vie più ad accostarsi alla civil comunanza. I monasteri ed i conventi anch’essi appartengono all’istoria del popolo; ma qui non si vogliono descrivere le molte abazzie fondate verso il mille dal marchese Ugo di Toscana e un secolo dopo dalla contessa Matilde. Giova dire solamente quale principio avesse il monastero di Valombrosa, che diede nome a una riforma o nuova regola dei monaci di san Benedetto. Ciò fu intorno all’anno 1070 per opera di Giovanni Gualberto dei signori di Petroio in Val di Pesa, il quale incontrato presso alla chiesa di San Miniato un cavaliere ch’egli cercava a morte come uccisore d’un suo fratello, e questi chiedendogli mercè per Dio con le braccia in croce, Giovanni Gualberto punto da misericordia gli perdonò; e lo menò ad offrire in detta chiesa, quivi rendendosi monaco: donde poi salito essendo come eremita nell’alpe di Valombrosa, radunava intorno a sè altri monaci, e fondava il nobile edifizio che, ampliato dipoi ed abbellito dalle Arti, rendeva in Toscana molto popolare la memoria di san Giovanni Gualberto.