Ma nei contrasti pei quali si venne dipoi a formare il nuovo popolo italiano, la razza etrusca e la latina stavano insieme contro ai germani invasori, i quali avevano posto sede negli alti luoghi fortificati. Questi però in Toscana ebbero minor possa, perchè le colline sottoposte e i piani anticamente impaludati avendo bisogno di opere assidue che gli rendessero produttivi, tentavano poco i nuovi uomini a fermarvisi o più scarsamente ne alimentavano la potenza: e così avvenne che il nuovo popolo di Toscana avesse mistura più scarsa che altrove di sangue trasfuso dai vincitori longobardi o eruli o goti. Del che si aggiunge un’altra ragione, a mio credere, potentissima. La Toscana, sebbene offra la dritta linea a chi accede inverso Roma, poco fu battuta dalle guerre, e si rimase come in disparte. Annibale prese con suo danno la via di Toscana, mal conoscendo la geografia: ma fatto esperto, chiamò il fratello a morire sul Metauro, che è la via piana benchè più lunga; cosicchè poi fu prescelta sempre alle invasioni ed alle guerre; e i Romani con l’aprire il passo del Furlo, confermarono alla Toscana le condizioni che la natura le aveva fatte, e per le quali, e per il suolo magro ed alpestre, rimase ella più quieta sempre e segregata e meno tocca dalle invasioni che altra qualsisia parte della Penisola. Il fatto stesso e per le stesse cause, scrive Tucidide che avvenisse nell’Attica, dove l’antica schiatta degli abitatori si rinnovò poco, e azione più debole fu esercitata dai sopravvenuti dei quali si forma la parte dei nobili.
Intorno al mille, o quando che sia, troviamo che molti Fiesolani erano scesi ad abitare in Firenze facendo insieme co’ Fiorentini un popolo solo; tantochè raccomunarono l’arme delle due città, e fecero allora l’arme dimezzata vermiglia e bianca: il vermiglio con entrovi il giglio bianco era l’antica arma dei Fiorentini, e il bianco era dei Fiesolani che vi avevano una luna di colore azzurro. Sarebbe ciò, a detta dei nostri storici, avvenuto quando per tradimento e per sorpresa i Fiorentini concorsi a Fiesole in grande numero sotto apparenza di celebrarvi la festa di santo Romolo, avrebbero l’anno 1010 presa quella città e poi distrutta, salvo la Rôcca e il Vescovado. Ma noi crediamo più alla mescolanza dei due popoli che alla servitù dell’uno, trovando Fiesole caduta in mano dei Fiorentini molti anni poi. Nè in quei primi dopo al mille Firenze nè altre città italiche molto s’arrischiavano ad ampliarsi oltre quei confini che a ciascuna di esse avevano posti gli editti imperiali.
Capitolo II. LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONI DEL CONTADO. — PRIME ZUFFE CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ DI TOSCANA. [AN. 1050-1215.]
Le guerre che arsero tra ’l Sacerdozio e l’Impero travagliarono con danno minore la Toscana di quello facessero intorno ad essa nelle più vicine provincie d’Italia. Firenze, che molto era dopo l’anno mille cresciuta di popolo e ricca di traffici e poco tinta di sangue germanico, aderiva sin d’allora alla parte della Chiesa. Quindi troviamo questa città prescelta sovente a dimora di quei Pontefici che nella contesa di già cominciata furono sovente esclusi da Roma. Così avvenne che Vittore II morisse in Firenze l’anno 1057, dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; e vi morivano pure Stefano IX, l’anno 1058, e tre anni dopo Niccolò II, se non ci inganna l’affermazione di alcuni scrittori.[6] Venuta dipoi questa città in retaggio con tutta Toscana alla contessa Matilde, e tosto accesa la grande guerra, stette Firenze volonterosamente per Gregorio VII. Laonde bene le avvenne l’anno 1081 d’essersi novellamente ricinta di mura: il primo cerchio comprendeva quell’angusto spazio che è tra ’l Duomo e l’Arno e tra le vie che ora conducono al ponte di Santa Trinita e a quello di Rubaconte, fin dove però non aggiugneva interamente; nè vi era per allora che il solo Ponte Vecchio, ed oltre al fiume non abitava che povera gente. I borghi già empivano il secondo cerchio quando l’imperatore Arrigo IV, nell’andare contro Roma attendatosi fuori della città presso Cafaggio dove ora è la chiesa dei Servi,[7] diede alla terra molte battaglie; ma dopo esservi stato più tempo e adoperatosi invano, «perchè la città era forte e bene murata e i cittadini bene in concordia,» e (aggiugnamo noi) per la potenza delle armi della contessa Matilde, se ne levò a modo di sconfitta[8] Durava la guerra molti anni poi, ma la Toscana poco n’era scossa, vivendosi sotto all’impero di una donna che i suoi Stati reggeva con mano sicura; e dominatrice potentissima di quelle regioni per cui si stendono gli appennini, faceva in questi impedimento alle armi tedesche.
Risedeva ella ordinariamente in Lucca, sebbene tenesse corte alcune volte anche in Firenze. Questa città dicono gli antichi scrittori avere negli ultimi anni di Matilde cominciato a muover guerre contro ai vicini signori. Infino dal 1107 avrebbe il Comune pubblicamente ordinato di allargare il contado di fuori ed accrescersi la signoria.[9] Vero è che in quell’anno furono ad abbattere il castello di Monte Orlandi di qua da Signa, che si teneva da un ramo dei possenti conti Cadolingi di Fucecchio: poi subito, al dire di quelli autori, essendosi i Pratesi «ribellati» ai Fiorentini, questi andativi «per Comune» gli avrebbono vinti e disfatto il castello di Prato; dov’erano discesi uomini che prima in sul Monte erano fedeli dei conti Guidi, ma per danari si ricomperarono. Distrussero l’anno 1113 un altro vicino castello dei Cadolingi, del quale scrivono che «facea guerra alla città cui lo avea ribellato il Vicario dell’Imperatore» che stava co’ suoi Tedeschi in San Miniato: fu egli quivi ucciso, e il castello preso e disfatto. Ma noi teniamo in questi racconti essere alquanto di boria cittadinesca. Viveva Matilde, della quale noi sappiamo ch’ella era di persona a quell’assedio di Prato l’anno 1107;[10] nè la guerra dei Vicari imperiali e dei Conti che aderivano ai Tedeschi, appelleremmo ribellione contro al popolo di Firenze, nè i Fiorentini possiamo credere la combattessero come stato libero, nè che avessero decretata insino d’allora la distruzione dei castelli. Bene erano le armi di questo popolo già valenti, e Matilde le adoprava contro a’ suoi nemici, ella che in Toscana molto promuoveva le libertà comunali: potrebbe in quell’anno 1107 avere essa ampliato il contado di Firenze ed alla città commesso le prime battaglie, che pure l’istoria dovea registrare.
Ma non crediamo noi che debba essa tener conto di un certo trattato pel quale nell’anno 1102 i Consoli di quella città si sarebbero fatti promettere dagli abitatori del castello di Pogna in Val d’Elsa di far guerra e pace a volontà loro, e non ingerirsi nelle cose di Semifonte; essi all’incontro promettendo di aiutare e difendere i Pognesi, e fare loro amministrare giustizia in Firenze dal Console, eccetto che contro all’Imperatore o suoi Nunzi. Noi queste cose non possiamo credere, perchè messe fuori bene cinquecento anni dopo,[11] nulla rinvenendosi che accenni a questo negli scrittori più antichi; perchè i Fiorentini il loro Stato non allargarono se non più tardi; perchè nel castello di Pogna troviamo che pochi anni dopo avessero giurisdizione certi nobili di contado, dai quali poi venne ai conti Alberti di Mangona; perchè la contessa Matilde e prima e dopo del 1102 teneva placiti in Firenze, il che non ammette in questo Comune tanto esercizio di sovranità; perchè del castello di Pogna non è parola negli scrittori fiorentini prima del 1184, nè le guerre contro a Semifonte cominciarono se non verisimilmente anche più tardi.[12] Queste cose ora messe in chiaro quanto a noi sembra, veniamo ai fatti che abbiamo certi.
La grande Contessa moriva nel 1115 ed il nome di lei rimase caro in Firenze, tanto che molte donne anche di artigiani per quattro secoli si chiamavano Contessa o Tessa. Due anni dopo troviamo un fatto che non possiamo tenere tutto per favola, benchè abbellito dalle fantasie degli scrittori e colorato delle passioni di quei tempi in cui fu narrato. Lo riferiamo con le parole stesse del Villani; perchè il linguaggio è storia pur esso, e a noi giova mantenerlo ogni volta che ne venga illustrazione ai concetti ed al racconto più evidenza. «Negli anni di Cristo 1117 i Pisani fecero una grande armata di galee e di navi e andarono sopra l’isola di Maiolica che la teneano i Saracini. E come fu partita la detta armata di Pisa, i Lucchesi per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani, avendo la novella, presero per consiglio di mandare loro ambasciadori a’ Fiorentini, dei quali erano in quei tempi molto amici, e pregarongli piacesse loro venire a guardia della città. I Fiorentini accettarono di servirgli; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mandò gente d’arme assai a cavallo e a piede, e posersi ad oste di fuori dalla città; e per onestà delle loro donne non vollero entrare in Pisa, e mandarono bando che nullo non entrasse nella città sotto pena della persona. Uno v’entrò, sì fu condannato a impiccare. E’ Pisani vecchi ch’erano rimasti in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore gli dovessero perdonare, questi non vollero consentire; ma i Pisani contradissero, e pregarono che almeno in su il loro terreno nol facessero morire: onde segretamente i Fiorentini dell’oste feciono a nome del Comune di Firenze comprare un campo di terra da un villano, e in su quello rizzarono le forche e feciono la giustizia. E tornata l’oste de’ Pisani dal conquisto di Maiolica, renderono molte grazie a’ Fiorentini, e domandarono quale segnale del conquisto volessero, o le porte di metallo o due colonne di porfido ch’aveano recate e tratte di Maiolica; i Fiorentini chiesero le colonne, e’ Pisani le mandarono in Firenze coperte di scarlatto. E per alcuno si disse che, innanzi che le mandassero, per invidia le feciono affuocare; e le dette colonne sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni. Per questo allora si disse, che i Fiorentini erano ciechi.[13]» Così di mezzo alla carità stessa noi vediamo spuntare quegli odi che doveano ardere tra le due città.
La rôcca di Fiesole, che era tenuta da certi gentili uomini o cattani della città stessa, cadea per assedio l’anno 1125 in mano dei Fiorentini. E questi nel 1135 abbatterono il castello di Montebuoni, che dava nome alla famiglia dei Buondelmonti; i quali, per essere il luogo assai forte e che la strada vi correva a piedi, toglieano pedaggio, con molto incomodo della vicina città di Firenze. I Buondelmonti furono costretti farsi cittadini; ed è il primo esempio che noi troviamo d’un fatto comune ai vinti signori: a questi alle volte era imposto rimanervi il tempo prescritto d’uno o due mesi all’anno, o più a lungo, quando la città fosse in guerra. Coteste imprese erano dentro alle dieci miglia, termine assegnato dalla contessa Matilde, o forse anche prima, al contado di Firenze; la quale oltre quello non credo allora che si arrischiasse. Certo è che si trova nel 1134 un Ingelberto fatto marchese di Toscana; il quale cacciato dai conti Guidi, fu tre anni dopo rimesso in istato da un duca Arrigo di Baviera venuto in Italia con Lotario imperatore: il Duca e il Conte riconciliati assediarono Firenze, e presala, vi riposero il Vescovo che n’era stato prima ingiustamente cacciato. Di queste cose gli autori nostri non fanno parola.[14] Era l’anno 1144 marchese di Toscana Ulrico, sotto al quale i Fiorentini congiunti ai Pisani ebbero guerra contro ai Lucchesi ed ai Senesi, crudelmente combattuta, e indi composta dallo stesso Ulrico; il quale, per torne via le cagioni, dava in pegno Poggibonsi al Vescovo e ai Consoli della città di Volterra.[15] Continuava però la guerra dei Fiorentini contro ai conti Guidi, ai quali, tolsero nel 1154 il castello di Monte Croce dietro a Fiesole, da essi tentato con mala prova otto anni prima. Nel 1147 cavalieri fiorentini aveano seguito l’Imperatore Corrado alla Crociata in Terra Santa; uno dei quali fu Cacciaguida bisavo al nostro grande Poeta: questi descriveva i nomi delle famiglie che allora dominavano la città, dove in quelli anni l’autorità imperiale pare essere stata oltre al solito prevalente.
Venuto all’impero Federigo I svevo, da noi chiamato il Barbarossa, investiva del marchesato di Toscana e del ducato di Spoleto e dei castelli e beni spettanti all’eredità di Matilde il duca Guelfo suo zio, discendente dal marito di questa, e congiunto di sangue agli Estensi: a lui prestavano ubbidienza i nuovi vassalli l’anno 1154. Teneva nel 1160 un parlamento in San Genesio, terra che giaceva ai piedi del colle dov’è San Miniato; ivi dando investiture a conti rurali e ordine alle immunità cittadine: donde recatosi in Germania, cedeva il ducato a un figlio del suo nome stesso; il quale, per essere ai popoli troppo benigno, parve a Federigo che egli contrariasse l’autorità dell’Impero. Di già il nome guelfo pigliava la parte che a lui rimase nella storia; e già era un insorgere di molte città di Lombardia; Genova e Lucca e Siena tenevano contro a Pisa le parti imperiali. Questa città molto negli anni precedenti si era mostrata devota ai Pontefici, e noi la vedemmo avere amicizia con Firenze che sempre osteggiava nei signori dei castelli le genti e la dominazione forestiera. Stringevano pertanto i Pisani e i Fiorentini insieme una lega l’anno 1171, per la quale si obbligarono quelli a condurre e ricondurre per mare le robe e mercanzie dei Fiorentini i quali pagassero le stesse gabelle dei Pisani, e ad essi diedero una casa o fondaco in Pisa a piè del Ponte: era la lega per quarant’anni, e da rinnovarsi ogni dieci anni; ma salva sempre la fedeltà all’Imperatore, il quale però non vollero che gli potesse liberare dai patti allora stretti e giurati.[16] Ma l’anno dipoi, venuto in Pisa Cristiano arcivescovo di Magonza e arcicancelliere dell’Impero, teneva nel borgo di San Genesio grande parlamento contro alle città renitenti; le quali negandosi venire ad accordi, egli in altro parlamento presso Siena, presenti i Signori ed i Valvassori e i Consoli delle città che erano tra Lucca e Roma, metteva i Pisani al bando dell’Impero, privandoli delle regalie loro e della Sardegna: faceva lo stesso contro a’ Fiorentini che aveano tentato cacciare i soldati tedeschi da San Miniato. Si venne agli accordi, e l’Arcivescovo tolse i bandi; ma perchè radunati in San Genesio i Consoli pisani e gli Ambasciatori fiorentini rifiutavano alcuni patti, furono presi e messi in catene.[17] Quindi la guerra si raccendeva tra le città, essendosi l’Arcivescovo partito allora dalla Toscana.
Negli anni che furono tanto famosi per le guerre contro a Federigo Barbarossa e per la Lega lombarda, non troviamo che Firenze molto a quei moti partecipasse: ma con l’invadere i castelli e le terre de’ signori tanto aveva allargato il suo territorio, che già venne a riscontrarsi e ad aver guerra con gli Aretini perch’erano collegati a’ conti Guidi, e co’ Senesi per cagione di alcune castella del Chianti che i due Comuni si disputavano. Allora gli uomini di Poggibonsi, che prima vivevano con altro nome nel piano, si edificarono un castello nell’alto del poggio; e perchè stavano contro a’ Fiorentini, questi rafforzarono a poca distanza la terra di Colle in Val d’Elsa. Per questi fatti però non è da dire che per ancora le città godessero formale diritto al governo di sè stesse; ma con l’esercitare l’indipendenza s’avviavano a possederla. In quel tempo le città di Lombardia col forte resistere acquistavano a sè stesse e alle altre d’Italia i nuovi diritti che bentosto ebbero in Costanza solenne sanzione.