Ora comincia la più pericolosa guerra che avessero mai intorno a casa i Fiorentini. Castruccio degli Interminelli, cacciato da Lucca insieme col padre come Ghibellini, aveva condotto la gioventù poveramente dapprima in Ancona, quindi a Lione di Francia in servigio di mercatanti. Fece dimora anche nella Inghilterra, venuto in favore di quel re, ma gli convenne poi fuggirsene. Combattè con eccellente lode di valore le guerre di Fiandra sotto Alberto Scotto piacentino, e si acquistò grazia presso a Filippo re di Francia, a cui lo Scotto serviva. «Era della persona molto destro, grande, d’assai avvenente forma, schietto e non grosso, bianco, e pendea in pallido; i capelli diritti e biondi con assai grazioso viso.[151]» Grande maestro di guerra, e discostandosi dai modi usati nel governarla, fidava poco nelle fortezze, dicendo piacergli le fortezze le quali camminano; e intendeva le ordinanze strette, che rispondono ad ogni cenno del capitano. Potente sugli animi, e sufficiente a mantenere nei soldati la disciplina e nei popoli l’ubbidienza, da piccolo stato s’avviò a grandezza cui niun altro capo ghibellino infino al suo tempo avea nell’Italia osato aspirare. Ma nulla fondava, perchè ai figli suoi nemmanco rimase la possessione della città di Lucca, ed egli non fu altro che un nome nell’istoria.[152]

L’Italia, allora emancipata dalla Germanica signoria, non aveva ben certe ancora le sorti sue, dappoichè il popolo dei mercanti e quel dei signori, col nome di Guelfi e di Ghibellini, si pareggiavano tuttavia. Da questi poteva forse alla nazione venire grandezza, da quelli usciva la libertà: prevaleva essa principalmente nelle città di Toscana, varia come il suolo che la produceva; ma erano invece nei piani Lombardi signorie possenti, costumi baronali e principeschi: ivi era più scarso il sangue latino, e il fiume del Po chiamava a confondersi nella unità tutte le acque che in lui sgorgano. Castruccio pertanto rinveniva intorno a sè campo meno atto alle grandi imprese; era egli a Pisa come straniero, e a Firenze si può dire, che il suolo stesso lo respingesse. Nondimeno, se egli non moriva, quel che fosse per avvenire non so; e quel grande uomo insufficiente a fare sorgere un’Italia forte, poteva opprimere la Toscana.

Cessata, dopo otto anni e mezzo, nel 1322 la signoria del re Roberto, i Fiorentini ricominciarono a eleggere essi, come per l’innanzi, il Potestà e il Capitano. Continuavano intanto a combattere in Toscana contro Castruccio, e in Lombardia soccorrevano quella maggior guerra che le genti della Chiesa portavano contro a Matteo Visconti fin sotto alle porte di Milano. Ma questa perdeva poi bentosto il suo pericolo essendo venuto a morte Matteo in età di novant’anni, pur sempre fiero ed avveduto, e uomo di grandi fatti e consiglio: finiva scomunicato come eretico e scismatico. A quella morte, il maggiore figlio suo Galeazzo Visconti era cacciato in breve ora prima da Piacenza e poi da Milano; il che era sgominare tutte le forze de’ Ghibellini, e a Firenze se ne fecero le usate feste. Ma quivi durava poco tempo la letizia, poichè Castruccio, ingrossando sempre dopo avere fin dall’anno innanzi costretto Pistoia ad essergli tributaria, tirato a sè uno dei capitani forestieri ch’erano al soldo dei Fiorentini, e resi vani i disegni di quella Repubblica la quale cercava farlo assalire per mare e per terra dai Genovesi, «pieno d’audacia e baldanza, il dì di calende luglio 1323 subitamente cavalcò in sul contado di Prato, perchè i Pratesi non gli voleano dare tributo; postosi a campo alla villa d’Aiuolo con seicentocinquanta uomini a cavallo e quattromila pedoni.» I Fiorentini, incontanente saputa la novella, serrate le botteghe e lasciata ogni arte e mestiere, cavalcarono a Prato, popolo e cavalieri; ciascuna Arte vi mandò gente a piede e a cavallo, e molte casate di Firenze grandi e popolani vi mandarono masnade a piedi a loro spese; e i Priori pubblicarono, che qualunque sbandito guelfo si rassegnasse nella detta oste, sarebbe fuori d’ogni bando. Il dì seguente si ritrovarono in Prato i Fiorentini, che assommavano a millecinquecento cavalieri e ventimila pedoni;[153] d’essi, quattromila e più erano degli sbanditi, molto fiera gente. Disegnavano per l’indomani uscire a battaglia contro Castruccio; ma egli il dì appresso, levato il campo, si partì d’Aiuolo; e colla preda che avea fatta in sul contado di Prato, passò l’Ombrone, e senza arresto e di buon andare si ridusse a Serravalle. «Se i Fiorentini avessero mandato (scrive il Villani) di loro gente come potevano ad intercettare l’oste di Castruccio da Serravalle, al certo costui e la sua gente rimanevano morti e presi: ma a cui Dio vuol male, gli toglie il senno.[154]»

I Fiorentini rimasti in Prato con poco ordine e senza capitano, e perchè i nobili non volevano vincere la guerra a pro dello Stato popolare; scisma e discordia nacque nel campo, imperocchè il popolo tutto voleva seguire dietro a Castruccio, e i nobili quasi tutti non voleano. Chiedevano essere liberati dagli ordini della giustizia, o come da loro si chiamavano, della tristizia;[155] la qual cosa il popolo non acconsentendo, fu mandato a Firenze ambasciatori per la deliberazione, se dovessero andare innanzi o ritornare in Firenze. Si venne a consulta intorno a ciò nel palazzo del Comune: ma per non essere modo all’accordarsi, tirando innanzi di consiglio in consiglio senza pigliare partito; il popolo minuto ch’era di fuori, cominciando da’ piccoli fanciulli, raunatisi in quantità innumerabile di gente, gridando Battaglia battaglia, e Muoiano i traditori, e gittando pietre alle finestre del palagio; fattasi notte, i signori Priori col detto Consiglio, per tema del popolo e quasi per necessità, stanziarono che l’esercito procedesse. Il quale moveva da Prato a Fucecchio; ma giunti quivi in disordine, ricominciarono i lamenti, e i nobili si rifiutavano. Però l’esercito che, accresciuto di nuovi rinforzi mandati da Bologna e da Siena, avrebbe potuto spingere l’impresa con suo vantaggio contro a Lucca, non avendo capitano che fosse da ciò, tornava in Firenze senza nulla fare, con grande vergogna. Venne ad aggiungere peggio al male, chè gli sbanditi ad istigazione di certi nobili si accostarono a Firenze a insegne levate, credendo per forza entrare dentro. Sentendo ciò il popolo, a suon di campane s’armò in difesa della città; e la mattina seguente essendo tornata la cavalleria col rimanente di quell’esercito, gli sbanditi si fuggirono; ma di lì a poco di nuovo chiedendo essi l’osservanza della promessa che aveano avuta solennemente dai Priori, non si trovò via per gli forti ordini contro loro che ottenessero il ritorno.[156] Allora otto dei loro caporali, che erano in Firenze a sicurtà per sollecitare d’essere ribanditi, reggendo fallita la speranza, ordinarono congiura nella città col favore di certi nobili i quali erano delle stesse loro case: e la notte di san Lorenzo vennero alle porte della città da più parti sessanta a cavallo e più di millecinquecento a piedi con le scuri per tagliare la porta verso Fiesole. Del che avutosi qualche sentore la sera innanzi, la città fu in arme e in gran tremore, dubitando il popolo di tradimento per parte dei grandi. Ma gli sbanditi ch’erano di fuori, veduto portare fiaccole sulle mura, e che nessuno rispondeva loro dentro, si partirono, senz’altro fare, alla spicciolata. Volevano allora i reggitori fare giustizia dei congiurati, ma si rimasero, tanti n’erano colpevoli. Il grosso del popolo chiedeva a ogni modo che giustizia si facesse; e alla fine essendo apposto ad Amerigo Donati, a Tegghia Frescobaldi ed a Lotteringo Gherardini che avessero acconsentito alla congiura, furono citati a comparire: confessarono di avere sentito il trattato, ma non esservi legati; e perchè nol palesarono a’ Priori, furono condannati ciascuno in lire 2000 e al confine per sei mesi fuori della città e contado quaranta miglia;[157] mite punizione, che fece il popolo mormorare.

Poco di poi gli sbanditi ai quali era stato promesso il ritorno, l’ottennero sotto certe riserve, e con esclusione di quelli che parvero o più colpevoli o pericolosi. Ma qui, seguitando gli interni fatti, diremo come sulla fine di quell’anno essendo il governo dei popolani troppo ristretto e dominato da una fazione che si chiamò dei Serraglini, e della quale stava a capo la famiglia assai brigante dei Bordoni, parve a’ buoni cittadini si dovesse accomunare il governo fuori di quella fazione, ampliando il numero di coloro che risedessero nei magistrati. E perchè nelle elezioni le brighe riuscivano a soverchiare la volontà comune ed erano spesso cagione di scandali, e per la brama, o quasi direi per la manìa, d’egualità che dominava nella Repubblica fra tutte la più democratica che fosse mai; nè attentandosi d’affrontare ogni due mesi i tumulti d’una elezione popolare e di suffragi dati in piazza; in luogo di voti, posero la sorte; modo novello che, mantenuto sempre dipoi, divenne costume rimasto vivo fino ai giorni nostri e ch’io non temo di appellare funesto. Per quello viene ad abbassarsi l’autorità dei magistrati, del che si giovano le democrazie come i governi più assoluti; ma col decadere i magistrati lo Stato decade, e se pericoli sopravvengano, si trova ignudo d’ogni difesa. Fu data balìa a’ Priori di quel tempo, e ad altri dei maggiori popolani che allora avevano magistrato, di imborsare i nomi di coloro i quali dovessero tenere il priorato per quarantadue mesi, mischiandovi gente che n’era esclusa da più anni: da quelle borse poi venivano ogni due mesi tratti a sorte i nomi di quelli che volta per volta dovessero risedere: in seguito estesero l’ordine medesimo ai dodici Buonuomini e a’ Gonfalonieri delle compagnie, e a’ condottieri delle milizie.

Ed oltre a ciò, per assicurarsi che le compagnie armate del popolo fossero pronte ad ogni difesa, e perchè i Gonfaloni sotto a’ quali si radunavano parve non bastassero per ciò che erano pochi e radi, e le case dei grandi gli tramezzavano così da impedire talvolta il subito radunarsi; per questo posero altre insegne, alle quali i cittadini uscendo di casa potessero correre, se alcun rumore nascesse, ed ivi raccogliersi con sicurezza per la vicinità: chiamavano queste insegne Pennoni, e Pennonieri i minori capi, i quali dovevano condurre ciascuno le genti raccolte ai Gonfalonieri delle compagnie. Trentasei furono i pennoni, divisi a due o a tre o a quattro sotto ciascuno gonfaloniere di compagnia: tanto geloso era questo popolo, e tanto minuto nei provvedimenti. L’anno dipoi, sembrando le borse non essere fatte con diligenza e con libertà bastante, furono esse rivedute: non trovarono il male grande quanto si credeva, ma pur nonostante corressero il fatto, così che fossero imborsati quei buoni cittadini i quali ne erano stati esclusi per le brighe dei Bordoni: e poi volendo contro a questi severamente procedere così da estirpare quel morbo insino dalla radice, fecero d’avere a loro modo un Esecutore degli ordini della giustizia; e questi poi, non senza contrasto, puniva di multa e sbandiva i principali di quella famiglia ed i maggiori loro aderenti. Ma il guasto poi non si correggeva senza incorrere in un altro male, perchè gli uomini forestieri cui davano giurisdizione, soventi volte ne abusavano, siccome avvenne anche in allora: talchè avanzando un altro gran passo in quella via tutta cittadina, e dismettendo ogni finzione o rimembranza dei vecchi tempi e della scossa autorità imperiale, decretarono che il Gonfaloniere co’ Priori e co’ Buonuomini potessero, come capi e principi dello Stato, annullare il Potestà e il Capitano e l’Esecutore che abusassero del loro ufficio; ma è da notare il modo che tennero: non osando fare che il Gonfaloniere andasse contro alle potestà che per antico diritto da più valevano che la sua, diedero a lui facoltà di rimuovere quella famiglia che ciascuno dei predetti magistrati portava seco in molto numero, e che erano la forza sua: nulla potevano senza la famiglia loro; talchè il popolo venne così di piatto all’intento suo, e lo stesso Potestà altro non fu da quell’ora in poi che un mero giudice salariato.[158]

In quello stesso anno ebbero grazia dieci casate di grandi e venticinque schiatte di nobili di contado, le quali furono recate a popolo. Il che da molti fu biasimato,[159] perchè erano famiglie di picciol conto; laddove molte di popolani possenti e oltraggiosi erano degne d’essere messe tra i grandi per bene del popolo. Condizione singolare di questa città, dove i grandi si vivevano come stranieri nella Repubblica; e molti del popolo e sin’anche della plebe, impinguati, dai guadagni, e spinti innanzi dagli uffici, pigliavano i vizi o scimmieggiavano le vanità dei grandi. Del che il Sacchetti ne ha lasciato curioso esempio dov’egli narra come «un grossolano artefice, avendo bisogno forse per andare in castellaneria di far dipignere un suo palvese, mandò alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il palvese drieto; e giunto gli disse: Dio ti salvi, maestro; io vorrei che mi dipignessi l’arme mia in questo palvese.» Giotto vi fece tal dipintura ch’era una burla; e l’altro vistala, e dicendo a Giotto male parole, questi rispose: «Tu dei essere una gran bestia, che chi ti dicesse: chi se’ tu? appena lo sapresti dire; e giungi qui e di’: dipignimi l’arma mia. Se tu fossi stato de’ Bardi, sarebbe bastato: che arma porti tu? chi furono gli antichi tuoi? deh che non ti vergogni! comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d’arma, come se tu fossi de’ Reali di Francia.» Infine l’autore: «ogni tristo vuol far arme e far casati; e di tali, che li loro padri saranno stati trovati agli ospedali.[160]» A dimostrare poi quanto grande moto di ricchezze fosse nella città di Firenze, ne basti dire che una compagnia di cambiatori e mercatanti, quella degli Scali e degli Amieri, i quali erano degli antichi grandi, falliva ad un tratto per quattrocentomila fiorini d’oro, dopo essere durata oltre cento anni, tirando seco altre buone compagnie, o rendendole sospette con grave scapito dei commerci.[161]

Castruccio intanto continuava ferocemente la guerra che abbiamo lasciata sotto le mura di Fucecchio, dove i Fiorentini per discordie non si attentarono di assalirlo. Aveva egli poi cercato invano di occupare per aspra battaglia quella terra posta a capo della inferiore valle d’Arno e della strada verso Pistoia. Invano pure tentava, per tradimento d’alcuni, la signoria della città di Pisa; perchè i Pisani, del pari temendo i Fiorentini per antichi odi, e Castruccio che gli avrebbe assoggettati alla vicina Lucca, si adoperavano in più modi a schermirsi d’ambedue: ma trista era quella condizione; e Pisa venuta già da molti anni in sul discendere, aveva perduto allora appunto ogni signoria nell’isola di Sardegna venuta in mano degli Aragonesi. Castruccio ogni dì più raccoglieva intorno a sè le maggiori forze ghibelline; mentre Firenze dall’altro lato si muniva d’amistà collegandosi e soccorrendo, qualora i casi ciò richiedessero, le città guelfe della Toscana, e Orvieto e Perugia etrusche e guelfe, ed in ogni tempo consorti e amiche a’ Fiorentini; e quelle pure della Romagna. Fu grande l’aiuto che ad essi prestarono in quella guerra i Sanesi, dei quali venne anche molto numero di cavalieri per generosa volontà d’animo. Capitano era dei Fiorentini Bertramo del Balzo, chiamato il Conte Novello, perchè non era di famiglia, ma fatto conte dal re Roberto, e da lui mandato a’ soldi della Repubblica insieme con poche centinaia di milizie. Avevano anche i Fiorentini assoldato Francesi in numero di trecento; ma tardi vennero, ed a Firenze non recarono l’aiuto che si sperava, caduti anche taluni di loro in sospetto di tenere segrete pratiche con Castruccio. Ma tutto il nodo di quella guerra può dirsi che fosse allora Pistoia, dove era signore un Filippo Tedici, lungamente bramoso non d’altro che di venderla a quel maggior prezzo che un de’ vicini gliela pagasse; e i Fiorentini per alcun tempo l’ebbero anch’essi a discrezione, ma la perderono ad un tratto soverchiati dalle arti e dalle armi di Castruccio.[162]

A quell’annunzio, vedendo grave e soprastante il pericolo alla città stessa di Firenze, con grande studio si diedero a raccogliere un esercito, che riusciva assai numeroso di cavalieri e di fanteria, avendo prestato in tutto il corso di quella guerra opera egregia i collegati. La spesa ammontava (secondo scrivono) a tremila fiorini d’oro al giorno; somma incredibile a quei tempi e in territorio così angusto: ma le gravezze di nuovo imposte si pagavano alacremente dai cittadini, che difendevano sè medesimi e da sè stessi le amministravano. E perchè il Conte Novello si era mostrato poco esperto della guerra, e da star male a petto di un tanto avveduto capitano qual era Castruccio, in sua vece elessero il catalano Raimondo da Cardona, sperimentato nelle guerre di Lombardia, nelle quali però sempre fu egli infelice, ed allora usciva dalla prigionia in cui lo tennero i Visconti. Andava questi a porsi a campo sotto Pistoia, invano tentando con ogni artifizio smuovere Castruccio, il quale così pertinace in aspettare com’era pronto nell’assalire quando l’occasione fosse buona, si tenne chiuso dentro le mura. Per il che il Cardona avendo preso migliore partito, e sottrattosi per via di strattagemmi alla vigilanza di Castruccio, andò a gettarsi con tutta l’oste dall’altra banda di quei poggi, i quali dividono dalla pianura di Pistoia la valle d’Arno; e avendo espugnato il ponte a Cappiano, passato il fosso della Gusciana ed occupato Montefalcone, andò a porsi all’Altopascio, che in pochi giorni se gli arrese, di là minacciando Lucca stessa, e pronto ad ogni combattimento. Ma se quella mossa parve essere di buon augurio, male risposero gli accorgimenti del capitano quando il nemico gli stava a fronte, e mancò l’arte dell’accamparsi. Una prima battaglietta lasciava in forse la vittoria; se non che il campo rimasto a Castruccio, a lui diede quell’onore che è per sè stesso una grande forza: e intanto l’oste de’ Fiorentini scemava per morbi in quei terreni impaludati, correndo l’agosto; e oltreciò si disse, che il Cardona lasciasse per moneta partirsi dal campo i soldati; e che l’esercito al combattere si trovasse dimezzato. Castruccio pativa travagli consimili: ma intanto scendeva dalla Lombardia per dargli aiuto Azzo Visconti con ottocento Tedeschi; ed egli indugiava sinchè giungessero, e stava lì fermo con mirabile costanza, ed intratteneva con fallaci negoziati l’imprudenza del Cardona. Giungeva Azzo, ma prima di combattere mercanteggiava; nè si sarebbe forse egli mosso quand’era d’uopo, se al giovanile animo di lui non facevano assalto grande la moglie stessa di Castruccio e le più belle donne di Lucca, a lui deputate perchè dell’avarizia si vergognasse. Usciva infine egli da Lucca, e diede dentro animosamente quando la pugna era cominciata; la quale voltatasi non senza molto contrasto in favore di Castruccio, ottenne questi vittoria piena, massimamente perchè era egli stato molto sollecito d’intercettare tutti i passi ai nemici che fuggivano; cosicchè il numero dei prigionieri sopravanzò quello dei morti: e gli effetti riuscirono ai Fiorentini anche peggiori della stessa rotta, che fu ai 23 settembre 1325. Oltre a buon numero di cavalieri toscani, rimasero presi in quei fatti il capitano Raimondo da Cardona col figlio suo, ed Urlimbacca tedesco, uomo di grande valore ed assai caro ai Fiorentini; e con più altri francesi Piero di Narsi, del quale un figlio giovinetto fu morto; ed egli liberato dalla prigionia, ebbe dipoi la trista sorte che in appresso racconteremo. Castruccio fu detto che avesse del riscatto di tanti illustri prigionieri ben centomila fiorini d’oro.[163] Abbiamo la lista dei feditori, e poi quella dei prigionieri caduti in mano di Castruccio per quella battaglia; dopo la quale più non si trova che i cittadini di Firenze andassero di persona in grande numero alle guerre.

Nè indugiò guari il vincitore, che scese rapido e terribile alla volta di Firenze. Ripigliate le tolte castella, che tosto disfece, poneva assedio a Carmignano; e senza aspettare la resa di quello, invadeva Signa, che per viltà dei soldati bentosto cedette. Ed egli padrone oramai di quella ricca e popolata pianura che sta intorno alla città dalle due parti dell’Arno, percorsala tutta partitamente in più giorni e quasi a disegno di bene ordinata distruzione, dopo avere lasciato ai soldati campo alle rapine dei ricchi mobili e degli arnesi ond’erano piene le ville e le chiese ed i monasteri decorati dalla pietà dei cittadini, cominciò a disfare le ville stesse e gli edificii. Cosicchè tutto lo spazio il quale è dai poggi di Colombaia e di Marignolle e di Giogoli infino a quelli che soprastanno a Careggi, ed a piè del monte infino a Sesto e a Calenzano, e quanto egli più poteva intorno alla città, tutto fu arso o devastato: fu danno gravissimo anche di opere che avevano pregio eccellente per l’arte, la pittura avendo già formato scuola in Firenze di chiari artefici, ed i cittadini compiacendosi adornare co’ dipinti le case loro ed i monasteri. Azzo Visconti veniva poi a vendicare l’ingiuria sofferta quando i Fiorentini pochi anni innanzi avevano corso un palio intorno alle mura di Milano; e venne Azzo a solo fine di correre un palio presso alle mura di Firenze al ponte a Rifredi, siccome tre altri ne aveva Castruccio corsi a Monticelli; che uno di cavalli, l’altro di fanti e il terzo di femmine meretrici: e in onta pure dei Fiorentini, a Signa dove egli aveva posto il campo suo, fece battere moneta d’oro. I Fiorentini a quei danni e a quelle depredazioni non si mossero, com’è solito delle città ricche, le quali temono più che ardiscano: e pure Firenze era gremita di gente ivi rifuggita da ogni parte della vicina campagna; ma non fecero, pel troppo ingombro, altro che produrre malattie e morti che furono in città più numerose di quelle che avrebbono incontrate combattendo. Si aggiungeva, che le mura lasciavano spazi tuttora aperti, di poco avendo cominciato a cingere il sesto d’oltrarno; il che serviva molto ad accrescere il terrore: era questo il terzo cerchio della città che via via si ampliava. Castruccio dipoi tornato a Lucca, volle onorare a modo antico le sue vittorie, e conduceva trionfo splendido, egli preceduto da lunga fila di prigionieri, i quali andavano con torchietti accesi a fare offerta a san Martino, da lui prescelto nuovo patrono alla città. E di lì subito si riconduceva intorno a Firenze, ponendo assedio a Montemurlo e continuando le devastazioni; le quali così dai primi giorni d’ottobre durarono sino al finire di quell’anno ed anche all’entrare del successivo 1326, per lo spazio di più mesi.