In tali angustie dei Fiorentini, abbiamo documento che richiamarono, facendone cerna molto rigorosa, non pochi di quelli uomini o famiglie i quali avessero avuto condanna per causa di parte o anche di private nimicizie, sebbene fossero veri Guelfi.[164] Temevano anche di tradimento; e a quelle famiglie che avevano prigionieri alcuni dei loro nelle mani di Castruccio, stanziarono fosse vietato il governo dei castelli, con farle inabili agli uffici che più importassero alla guerra. Cresceva terrore il sospetto che Guido Tarlati dei signori di Pietramala, vescovo d’Arezzo, muovendo dall’opposta parte, venisse a compiere la ruina; ma questi, geloso della grandezza di Castruccio, si tenne fermo nella provincia sua, contento recare ai Fiorentini non gravi danni, che profittassero a lui solo. E questi, sebbene allora messi a sì dure strette, quel che potevano per moneta sempre operavano francamente; e col nemico alle porte loro diedero aiuto ai Bolognesi in certa guerra di Lombardia: quindi posero altre gabelle, e le riscossero in grande somma. Ma tuttociò non bastando, e caduti un’altra volta nella consueta necessità di ricorrere a signoria forestiera, concessero questa negli ultimi giorni del dicembre a Carlo duca di Calabria figlio primogenito del re Roberto, facendo a lui condizioni anche più larghe di quelle che erane usate: doveva egli tenere al servigio de’ Fiorentini mille cavalli oltramontani, ed essi pagare a lui per dieci anni della signoria duecentomila fiorini d’oro all’anno finchè durasse la guerra, e centomila in tempo di pace. Co’ Fiorentini erano dunque Spagnuoli, Francesi ed inclusive Tedeschi, essendo soliti i cavalieri di quella età porsi al servizio di chiunque gli facesse battagliare: Castruccio aveva seco Tedeschi ed Inglesi e Borgognoni, taluni dei quali avendo contro lui ordito congiura, egli con fiero animo, ed in presenza di tutto il campo, ad essi fece mozzare il capo. Tornava dipoi una terza volta nel febbraio intorno Firenze, e smantellata Signa che non gli serviva, fortificò Carmignano che egli voleva fare sedia della guerra; corse la valle di Pesa fino a San Casciano ogni cosa distruggendo, e con audace proponimento voleva chiudere l’Arno nella Golfolina per indi allagare l’odiata città: ma trovò essere ciò impossibile. Tirato quindi per falsi complici dentro un aguato Piero di Narsi, che prigione liberato da Castruccio poi capitano de’ Fiorentini gli aveva tramata la morte, fece a lui mozzare il capo come traditore delle onorate leggi della milizia. Furono allora Castruccio ed il Vescovo d’Arezzo percossi dal Papa di nuova scomunica; il quale però non volle bandire contro ad essi la crociata, benchè richiesto dai Fiorentini; bensì eleggeva il re Roberto vicario in Italia dell’Impero che in Allemagna era vacante. Da Napoli veniva allora in Firenze con la prima mano di soldati il francese Gualtieri di Brienne duca d’Atene, che poi vedremo troppo famoso nelle istorie nostre. E nei giorni ultimi del luglio 1326 giungeva lo stesso Duca di Calabria, con la Duchessa sua moglie figlia di Carlo di Valois, e con Giovanni principe della Morea suo zio che aveva anch’esso la moglie, e con Filippo despòto di Romania suo cugino, e con molta baronia di varie nazioni; in tutto duemila cavalieri, dei quali duecento erano a spron d’oro: si aggiungeva poi la corte del Cardinale Legato, venuto anch’egli nei giorni stessi. Ingente spesa alla città, ed ai costumi molto gran guasto recarono quelle corti forestiere, con grave lamento dei timorati popolani che a noi trasmisero questi fatti.[165] Leggi frequenti, e sempre inutili, tentavano porre un qualche freno agli adornamenti ed allo sfoggiare delle donne: ora i Francesi, grandi vagheggiatori, ottennero dalla Duchessa di Calabria si abolissero quelle leggi; e le donne imbaldanzite viepiù sfrenarono negli addobbi: coteste erano le valenti donne magnificate poi dal Boccaccio e fatte celebri nel Decamerone.
Tanto numero di assoldati, e gli aiuti che man mano venivano dalle città guelfe di Toscana, e le cerne di milizie che si facevano nel contado, allontanarono da Firenze la guerra portata allora da Castruccio in Lunigiana; dove i marchesi Malaspina, da lui spossessati, se gli volgevano contro con fresche armi di Lombardia. Continuava essa più mesi senza gran frutto, poichè Castruccio, solenne maestro, la sosteneva com’era solito animosamente. Piaceva al Duca di Calabria più che il combattere starsi a Firenze in largo vivere: aveva tolto egli per sè anche il diritto di nominare i magistrati della Repubblica, ed annullando le imborsazioni vecchie, faceva eleggere chi a lui piacesse: fu tra gli altri Gonfaloniere un della casa degli Acciaioli, già bene affetta ai re di Napoli. Ma in ciò mostrava egli buon giudizio, che i cittadini delle famiglie grandi facendo pratiche perchè fosse a lui data signoria libera, la rifiutava, ben conoscendo la forza vera della città stare nel popolo, e che meglio era farselo amico volonteroso che averlo suddito malcontento. Altre città e non poche terre di Toscana s’erano a lui date; e Prato in perpetuo, ch’era il più prossimo a Firenze: inoltre Carlo teneva Siena e grande stato da quella parte; in Roma aveva potenti amici, e più altri in Genova che lo seguitavano: così da Napoli fino alla Provenza, che apparteneva al re Roberto, ogni cosa era in soggezione di questo capo di parte guelfa: Parma e Bologna si erano date al Legato del Pontefice, che in Italia guerreggiava. Dal che venuti in apprensione grande i Ghibellini, s’appigliarono dal canto loro a quel partito che era ad essi consueto, chiamando in Italia questa volta non le forze ma la persona ed il nome dell’Imperatore di Germania. Era questi Lodovico di Baviera, salito all’Impero per lungo contrasto, ma in esso mal fermo, e svogliato dell’Italia perchè, non avendo sue forze proprie, gli conveniva stare quasi a discrezione di quei vassalli dei quali era egli poco altro che un mercenario. Venuto a Trento, si radunarono intorno ad esso i Visconti di Milano con gli Scaligeri di Verona e co’ signori di Mantova e co’ Marchesi da Este, e gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia e di Castruccio, e quanti erano fuorusciti ghibellini da ogni parte d’Italia. Vi andò il Vescovo d’Arezzo, dal quale fu poi l’Imperatore incoronato a Milano come re di Lombardia; e quel Vescovo scomunicato si rivolgeva contro al Papa, che dai Ghibellini radunati venne deposto e chiamato eretico.
Mentre avvenivano tali cose, e che il Bavaro intorno a sè raccoglieva quante forze a lui prestassero gl’Italiani, in Toscana il Duca di Calabria intendeva con la guerra ad infestare Castruccio, e in Lucca stessa gli suscitava contro una potente congiura, bentosto repressa e ferocemente gastigata. Una mossa vigorosa dell’esercito dei Fiorentini aveva intanto miglior successo, imperocchè Santa Maria in Monte, allora tenuta come il più forte castello il quale fosse nella Toscana, a un tratto investita con fiero assalto, dovette cedere alle armi guelfe, stando Castruccio sulle difese intorno a Lucca finchè il Bavaro non giungesse, ed aspettando maggiori cose. Gli andava incontro sino a Pontremoli con grande pompa di accoglienze; quindi con forze riunite, nei primi giorni del settembre 1327, vennero a porre l’assedio a Pisa; la quale, benchè fosse antica ghibellina, temeva Castruccio ed aborriva sopra ogni cosa dal sottostare alla vicina Lucca. Era nel campo il Vescovo d’Arezzo, anch’egli pauroso di quella grandezza a cui vedeva salire costui quando egli avesse acquistato Pisa. Tantochè, dopo avere inutilmente cercato gli accordi, quando egli vidde l’Imperatore entrato in Pisa e seco quell’uomo dal quale ogni cosa dipendeva, si partì cruccioso, e in pochi giorni venne a morte, prima di giungere in Arezzo. Rimane di lui nella chiesa cattedrale di quella città un molto splendido monumento, dove con belle sculture sono effigiate le profane imprese di lui, coi nomi di molte castella espugnate.
Il Bavaro intanto, il quale non volle per allora dare Pisa parendogli essere città da smugnere poi da vendere quandochè fosse, a caro prezzo; venuto a Lucca, insignì Castruccio facendolo Duca di questa città; nuovo titolo nè ad altri dato in Italia sino allora dagli Imperatori d’Allemagna: poi venne seco fino a Pistoia, da dove Castruccio gli mostrò Firenze, invano studiandosi fargli aggradire quella impresa. Al Bavaro invece premeva quella del Regno, e prima l’andare in Roma a farsi incoronare. Castruccio dovette di male animo seguitarlo, costretto da quella necessità che rendeva inabile ogni capo ghibellino ad acquistarsi una grandezza tutta sua propria e nazionale. Nè meglio fruttava agli Imperatori la corona ch’essi venivano a cercare in Roma, e meno d’ogni altra la falsa corona che il Bavaro si fece imporre sul capo da un suo antipapa, con vana pompa e poco seguito e favore. Moveva quindi inverso Napoli; ed a quell’annunzio si partiva nei giorni ultimi del dicembre da Firenze il Duca di Calabria chiamato dal padre, e qui lasciando un suo vicario. Ma non potè il Bavaro tentare l’impresa del Regno, imperocchè essendo venuto a Castruccio subito avviso che la città a lui tanto cara di Pistoia, sorpresa per grande notturno assalto dai Fiorentini, era caduta in mano di questi e posta a sacco per dieci giorni; egli, senz’altro discorrere,[166] lasciata Roma e seguitato da tutto il nerbo delle sue genti, per la via della Maremma venne a Pisa; e considerato quello essere tempo e necessità da gettar via ogni riguardo verso l’Imperatore, e che alla recuperazione di Pistoia gli abbisognava far capitale di tutta Pisa, pigliava in mano il dominio libero della città, recando a sè tutte le entrate e gabelle del Comune e gravandola di nuove taglie: al che il Bavaro fu costretto a mal suo grado di consentire. E Castruccio, venuto il dì ultimo del maggio 1328 a porre con la persona sua l’assedio a Pistoia, combattè per oltre due mesi la città contro al Vicario del Duca ed al Maliscalco della Chiesa, con grande fatica d’opere d’assedio e molti scontri con gli inimici; i quali tentato inutilmente di fargli abbandonare l’impresa col minacciarlo essi dalla banda di Pisa e di Lucca, e in lui trovata contra ogni insulto quella costanza che gli era solita, infine lo viddero sotto agli occhi loro stessi entrare a patti nella città rimasta vuota di provvigioni. Di lì anelava all’impresa di Firenze, essendosi il Bavaro digià accostato fino a Todi col proposito di farsi innanzi per la via d’Arezzo, intantochè altre delle sue genti calavano dalla parte del Mugello, e Castruccio preparava maggiore guerra e più terribile per le vie note della pianura. Nè sarebbe stato nulla che l’Imperatore avesse in quel mezzo abbandonata l’impresa, andato a congiungersi in Maremma con le forze di Pietro figliuolo del re di Sicilia ch’era sbarcato a Talamone, se tanto pericolo della città di Firenze non fosse ad un tratto venuto a cessare per la morte di Castruccio. Il quale, infermo per le fatiche da lui sostenute nell’assedio di Pistoia, finiva la vita in Lucca il terzo dì del settembre: ma quella morte rimase occulta per alquanti giorni poi, siccome aveva egli prescritto, perchè i figliuoli avessero agio di assicurarsi nello Stato. Era Castruccio duca di Lucca, signore di Pisa e di Pistoia e della Lunigiana e di gran parte della riviera di Genova di Levante, con più di trecento castella murate: ma quante fossero le difficoltà nelle quali si avvolgeva quella sforzata sua grandezza, parve che avesse egli mostrato allorachè in Roma alla incoronazione dell’Imperatore, sopra una sua roba di sciamito chermisi portava scritti questi due motti: dinanzi al petto Egli è quello che Dio vuole, e dietro le spalle Sarà quello che Dio vorrà. E poco innanzi alla sua morte, conoscendosi morire, disse ai suoi più stretti amici: che dopo lui vedrebbero rivoluzione.[167] Era in età di 47 anni quando moriva.
Due mesi dopo venne a morte Carlo duca di Calabria, il che fu ruina di casa d’Angiò rimasta priva di successione maschia; ma Firenze per tal modo riacquistava la libertà quando era cessata la necessità della difesa. Laonde attesero i magistrati a riordinare lo Stato; e perchè tale ordinamento rimase poi stabile e diede forma alla Repubblica, lo trascriveremo qui distesamente in molte sue particolarità. «Volendo che lo squittinio de’ loro magistrati procedesse sinceramente, trovarono questa via, che tutti gli ufficiali che di presente governavano la città, come Priori, Consiglieri, Gonfalonieri di compagnie, Capitani di parte guelfa, Cinque della mercatanzia e Consoli delle arti, ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto, che vennero a fare il numero di novantotto persone, nominassero tutti coloro che di trenta anni in su erano stimati degni del priorato. Ciascun de’ quali, avendo sessantotto fave nere, avesse a imborsarsi di sesto in sesto per esser tratto a’ tempi ordinati, di mano in mano che si facea la creazione de’ nuovi magistrati. Alla qual cosa procedettono con tanto riguardo, che oltre aver preposto al contar delle fave sei Religiosi forestieri d’ottima fama, vollono ancora che il forziere ove dette borse si conservavano fosse portato nella sagrestia de’ frati Minori, e che di tre chiavi che v’erano, una tenessono i frati conversi di Settimo, l’altra il Capitano del popolo, e la terza il ministro de’ frati Minori, con ordine che ogni due mesi, tre dì innanzi che i vecchi Priori deponessero il loro ufficio, facessero venire il detto forziere, e in presenza di tutto il consiglio aprirlo e trarre a ventura tante bollette quante bisognavano a fare i nuovi Priori; i quali s’intendessero esser subitamente fatti, se non erano impediti dal divieto: il quale a quelli d’una famiglia s’intendeva esser di sei mesi, e tra padri, figliuoli e fratelli, di due anni. Questo ordine con molte altre circostanze necessarie fermato per gli opportuni Consigli, fu approvato in pieno parlamento nella piazza de’ Priori li 11 di dicembre; nel quale annullati tutti i Consigli vecchi, ne furono formati due soli; uno di trecento uomini, ove non intervenivano altri che popolani, del quale era capo il Capitano del popolo; e l’altro di ducentocinquanta, dove entravano popolani e grandi, e di questo era capo il Potestà; e le deliberazioni prese dalla Signoria doveano, per esser valide, essere prima approvate in quello del Popolo, e poi in quello del Potestà.[168]»
Nota qui presiedere il Potestà al Consiglio del Comune, e il Capitano a quello del Popolo: la distinzione era solenne, nè vuole essere dimenticata mai: il Popolo aveva il governo del Comune rappresentato dal Potestà; il Capitano era custode di quel governo, e comandava la forza armata dei popolani. Ciascun Consiglio aveva pure la sua campana, l’una appellata campana del Comune e l’altra del Popolo. Spettando al Popolo la prerogativa, il Consiglio del Comune dove i grandi si ammettevano, veniva ultimo alle approvazioni.
Qui aggiugneremo alcune altre più particolari costumanze, tratte da un’opera tuttora inedita ma d’assai fede e diligenza.[169] Allorchè la nuova Signoria entrava in possesso, sedendo i nuovi ed i vecchi insieme sulla ringhiera del Palagio abbigliata di ricchi e belli arazzi, e fatte le opportune dicerie, il Gonfaloniere nuovo riceveva lo stendardo del popolo dalle mani, nei primi tempi, del Potestà o del Capitano, poi da quelle del Gonfaloniere che usciva: andavano quindi ad offerire in San Giovanni, con molto grande accompagnamento. Nelle stanze del Gonfaloniere erano custoditi gli stendardi della Repubblica, e i contrassegni delle fortezze, e le chiavi delle porte della città chiuse la notte, e che non si aprivano senza un partito della Signoria. A lui spettava rappresentare la Repubblica nelle maggiori occasioni, dando egli la bacchetta del comando al Potestà e al Capitano del popolo e all’Esecutore ed ai Capitani che si eleggevano per le guerre. Il Gonfaloniere ed i Priori mangiavano insieme ed in cerimonia, suonando le trombe ed altri strumenti; dai quali erano pure accompagnati quando uscivano per ufficio, preceduti dai mazzieri con molta guardia e solenne pompa. La spesa pel vitto e mantenimento dei Signori e dei donzelli e serventi loro montava a dieci fiorini d’oro il giorno: erano compresi nella famiglia del Palagio cinque Religiosi, da principio Valombrosani, per dire la messa nella interiore cappella e per la custodia delle borse e dei sigilli. Era vietato ai Signori uscire di Palagio privatamente; e se taluno volesse andare la notte senza che il popolo lo sapesse alle sue case, gli abbisognava la licenza del Proposto, di quello cioè che tra’ Priori quel giorno aveva la presidenza: non potevano andare a’ mortori, nè a messe novelle, nè ai vestimenti delle monache. Ad essi non era lecito trattare da solo a solo con alcuno, quando anche fosse dei loro congiunti; ma davano udienze frequenti, e (a quello che scrive il Giannotti) continue tanto che l’impaccio delle private faccende riusciva ad essi d’impedimento a bene attendere alle pubbliche.
Un tristo fatto vuolsi notare: nel precedente anno 1327 per condanna dell’Inquisizione fu arso in Firenze come eretico e stregone Francesco Stabili, noto col nome di Cecco d’Ascoli. Abbiamo di lui fatto ricordo come poeta, ma ebbe altresì fama grandissima per dottrina; lesse in Bologna astronomia, ed in un trattato della Sfera avea prodotto molte opinioni sugli influssi delle stelle. Allora stava come astrologo presso il Duca di Calabria, ma un frate Minore vescovo d’Aversa e cancelliere del Duca lo fece pigliare; e più cose inverosimili si raccontano di quella morte, della quale però sembra che fosse principale autore Dino del Garbo, solenne medico fiorentino, scrittore anch’esso di vari libri. L’Inquisizione non fu giammai in Firenze molto viva; tolta di mano ai Predicatori fin dal secolo precedente, fu data invece ai frati Minori, bene accetti a questo popolo perchè nella regola di san Francesco era stata la consecrazione o in qualche modo il primo inizio della Italiana democrazia. Favorirono gli Inquisitori ne’ primi tempi gli odi di parte con le condanne e le confiscazioni di cui percossero i Ghibellini: ma dipoi stettero quasi inoperosi, messi anche in burla da questo popolo; il quale sebbene parteggiasse per la Chiesa e nelle opere di religione si dimostrasse molto magnifico, era geloso e guardingo assai quanto allo stato ed alla giurisdizione.
Capitolo II. IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA DI LUCCA. [AN. 1328-1342.]
Nel detto anno 1328 e fino al 1330 fu grande caro in Firenze e in tutta Toscana ed in gran parte d’Italia, tantochè il grano dai 17 soldi lo staio montò fino al prezzo di un fiorino d’oro. Fu sì crudele la carestia, che i Perugini, i Sanesi, i Lucchesi, i Pistoiesi e più altre terre di Toscana cacciarono fuori degli Stati loro tutti i poveri mendicanti, per non poterli sostenere. I quali venuti in grande copia a Firenze, quivi trovarono campamento, avendo il Comune fatto venir grano di Sicilia, ch’era portato a Talamone; e con la perdita di 60 mila fiorini d’oro in quei due anni, gli riuscì tenere il prezzo del grano a mezzo fiorino, tuttora col quarto d’orzo mescolato. «Vendevasi in piazza ad Or San Michele con tanta furia di popolo, che convenia vi stessero a guardia le famiglie delle Signorie armate col ceppo e mannaia per fare giustizia, e se ne fece tagliando membri. Infine provviddero di fare pane per il Comune a tutti i forni, di peso d’once sei il pane mischiato, a danari quattro l’uno. E (dipoi seguita il Villani) tuttochè io scrittore non fossi degno di tanto ufficio, mi trovai ufficiale con altri a così amaro tempo, e con la grazia di Dio fummo de’ trovatori di questo rimedio, onde si contentò la povera gente, senza scandalo o rumore; e con questo testimonio di verità, che in niuna terra si fece per gli possenti e pietosi cittadini tante elemosine a’ poveri, quante in quella disordinata carestia si fece per gli buoni Fiorentini.[170]»