Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece d’Italia, negli ultimi giorni del 1334 aveva impegnato per poca moneta la città di Lucca ai Rossi di Parma; e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la rivenderono a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande pro dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di Matteo e la discesa del Bavaro, potè accrescere la potenza di casa Scaligera così da essere egli divenuto a tutta Italia formidabile più che altro principe fosse stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per le ricchezze e per il numero delle città che gli ubbidivano: dicevano ch’egli si avesse di già fatto fare una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito contro a lui si collegarono i signori di Lombardia e di Romagna e le città di Toscana; il re Roberto, impacciato nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco valevole. Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di uno Stato che minacciasse le città libere, sempre andavano di grande animo;[182] e avuta la meglio in un primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto del Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la guerra. Nella quale erano già entrati i Veneziani gelosi molto di quella potenza di Mastino che già da più parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova e Treviso e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta che la Repubblica di Venezia pigliasse parte molto attiva ne’ fatti d’Italia, ogni suo studio essendo volto alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo una lunga guerra, benchè di gran mole quanto il secolo concedesse, non prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto a Mastino la signoria di Padova, e questi anche perduto Brescia; i Veneziani, cui bastava l’avere frenate le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed i Fiorentini bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di aversi meglio assicurata la possessione delle castella di Valdinievole e di quelle del Valdarno, che per l’addietro erano parte così dello Stato come della diocesi di Lucca, allorchè era questa città, insin dai tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè a capo della Toscana.
D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica giorni tristi. Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta in Europa per le Crociate e pe’ commerci, entrò in Firenze la prima volta. E fu scritto vi perissero quindici mila persone; preludio a quello tanto maggiore e assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni dopo. Alla peste tenne dietro la carestia; ed in quel terrore volti gli animi a pietà, decretarono il richiamo d’alcuni sbanditi, e parte dei beni posti in comune restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.[183] E in quello stesso anno Mastino avendo perduto Parma, la quale venne in potestà dei signori da Correggio, fece mercato co’ Fiorentini per la vendita di Lucca, poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città la via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini rifiutato quella compra per poca moneta; ora accettarono il trattato per dugentocinquanta mila fiorini d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra ogni cosa vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali loro, strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori di Lombardia; e insieme con essi rotta la guerra, si afforzarono presso alla stessa città di Lucca. Questa riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca gente; ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto d’arme, e inferiori per la qualità e per il numero dei soldati e mal serviti di capitano, si trovavano a mal partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma essendo da lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, tuttochè Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di Mastino, volgersi al Bavaro il quale era in quei giorni venuto a Trento. Si vidde allora ciò che importasse quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche diecine (chè altro non aveva) di cavalieri tedeschi: voleva però fosse in Toscana riconosciuto un vicario dell’Impero, il che era disfare e capovolgere ogni cosa; e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro che tenevano depositato nei banchi di Firenze, talchè fallirono molte case, ed ai mercanti fiorentini mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato. Radunarono contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, ma di nessun frutto; dal che il nostro maggior cronista piglia occasione a rilevare come le guerre stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati son da condurre non da mandare al combattimento.[184] Aveva egli alle prime guerre che si facevano contro a’ Ghibellini veduto accorrere la città intera; e cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio mancò il sangue cittadino benchè più scarso: piaceva adesso agli uomini delle botteghe restare a casa e far le spese ai soldati mercenari; del che avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. Le insegne imperiali venute nel campo guelfo non bastarono, e ai Fiorentini avvenne quello che più temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette anni.
Capitolo III. IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.]
Le guerre esterne ed i mali pubblici che in città bene ordinata hanno virtù di unire gli animi, viepiù in Firenze gli dividevano, mancando quivi l’accumunarsi nella disciplina delle armi o negli uffici dello Stato; quelle fidate a mercenari, ed una parte dei cittadini essendo esclusi da ogni ingerenza che desse grado nella Repubblica. I grandi erano in Firenze anch’essi popolo quanto alle gravezze che più degli altri pagavano, ma battuti dalle leggi e dai magistrati popolani e dai giudici o rettori chiamati sempre ai loro danni; potenti però tuttavia per l’ampiezza delle possessioni o per l’antica autorità sopra gli uomini del contado, stretti per leghe e parentele co’ signori de’ castelli e in tutta Italia co’ baroni e co’ principi delle città che dipendevano dall’Imperatore.[185] Quindi era il popolo sempre in guardia, e le milizie cittadine bene ordinate e numerose, ognora pronte a quella guerra che sola amassero, contro a’ nobili; onde il sospetto cresceva sempre nei danni pubblici e bastava a fare insorgere questa guerra. In mezzo ai guasti di quel diluvio che fu nell’anno 1333, i grandi avendo in forza loro il sesto d’Oltrarno e il solo ponte che rimanesse, temette il popolo qualche novità, e in mezzo a quelle devastazioni per poco stette non si venisse tra le due parti a civil battaglia. Nell’anno 1340 (e tristo a dire, cessato appena il flagello della peste), era in Firenze, oltre al Potestà e al Capitano del popolo e all’Esecutore, un Capitano della guardia o bargello creato di fresco a fare di quelle che le parti chiamano giustizie: era costui un malvagio uomo di quella casa dei Gabbrielli da Gubbio, d’onde altri uscirono a lui consimili strumenti agli odii cittadineschi, lasciando brutta celebrità. Aveva egli condannato per lievi cagioni uno dei Bardi e uno dei Frescobaldi, le due maggiori tra le famiglie grandi; le quali perciò si congiurarono tutte insieme e co’ Tarlati e gli Ubaldini ed i Pazzi di Valdarno e i Guazzalotri di Prato e i Belforti di Volterra e quanti erano in Toscana avversi agli ordini popolari. Nascevano Piero ed il vescovo Tarlati da una donna de’ Frescobaldi, i Pazzi tenevano case e amistà dentro a Firenze. Al primo annunzio della congiura la città fu in arme; e a que’ di fuori chiusa la via con la prestezza, ed avendo già forzata il popolo molta parte del sesto d’Oltrarno, erano i grandi in cattive strette, allorchè il Potestà, che era Maffeo da Ponte Carali da Brescia, francamente con sua compagnia passato il ponte Rubaconte, comunque ciò fosse con pericolo di sua persona, parlò ai congiurati con savie parole, e con cortesi minaccie gli condusse la notte sotto la sua sicurtà e guardia a partirsi di città; del che fu egli assai commendato. Si venne poi alle condanne; e perchè a procedere contra coloro che aderivano alla congiura ma non si erano scoperti, sarebbe stato troppo gran fascio, bastò avere condannato negli averi e nelle persone, oltre a pochi altri, presso che trenta delle maggiori due casate. Non erano tutti (per quel ch’io mi creda) congiunti di sangue, ma forse consorti, siccome dicevano allora, per carta, di cosiffatte consorterie essendo molto grande usanza, talchè mutavano i casati pigliando quello del più possente. Furono i palazzi di quelle famiglie messi in puntelli nella città e nel contado, e guasti infino a’ fondamenti; fu vietato a’ cittadini tenere castello che fosse meno di venti miglia lungi dai confini del contado o del distretto; posero, invece d’uno solo che era prima, due Capitani della guardia, che uno in città, l’altro nel contado: ordinarono che ogni popolano, il quale potesse, fosse armato di corazza e di barbuta alla fiamminga; furono in tutto più di seimila, e molte balestre. Ed a viemeglio fortificarsi, tolsero il bando agli sbanditi, solo che pagassero certa gabella; ma fu grande male recare in città molti rei uomini e malfattori.[186]
Tuttociò era inteso a conservare lo Stato di quelli i quali teneano nelle loro mani la Repubblica, venuta allora a duro passo. Dal principio della guerra una Balìa di venti cittadini popolani fu istituita ad amministrarla con facoltà di levare tasse in quel modo che volessero, o fare guerra o pace o leghe, senza sindacato. Quest’era un porgli sopra le leggi; e in ciò si mostrava la mala costituzione della Repubblica fiorentina, ch’essa era ogni tratto costretta ricorrere a tali balìe o dittature fidate a molti; pessime sempre perchè in esse, tra gli altri vizi, entra il disordine che si ha in animo riparare. I Venti erano di quei popolani grassi, ai quali o ad alcuni tra essi appartenne quasi direi legittimamente per tutto il tempo della Repubblica il governo dello Stato, ma senza formare tra sè un ordine che avesse fermezza alcuna nè continuità, nè a’ grandi casi virtù bastante. Il Comune aveva dugentosessanta mila fiorini d’oro l’anno di rendita assisa (come la chiamavano), ed essi lo avevano indebitato verso i cittadini suoi di quattrocento mila fiorini. Sapevano essere diffamati per mal governo e baratterie, con l’accostarsi all’Imperatore aveano offeso la parte guelfa; e mercatanti com’essi erano, cercavan modo a rassicurare que’ loro amici napoletani che richiedevano i depositi. A queste loro difficoltà parve giungesse molto opportuno Gualtieri di Brienne duca d’Atene e conte di Lecce nella Puglia, ch’essendo già stato (come noi vedemmo) luogotenente pel duca di Calabria nella guerra di Castruccio, aveva lasciato di sè buon nome nella città: veniva da Napoli, ma non però di commissione del re Roberto, con bella compagnia di gente d’arme, a cercare sua fortuna. Era Gualtieri di grande sangue dei reali di Francia, e aveva ragioni nel regno di Cipro; di molta entrata ma bisognoso, piccolo e brutto e barbuto, scaltro e disleale, nutrito in Grecia più che in Francia. Grande favore godeva egli presso ai re della casa di Valois, e quindi ancora presso a’ pontefici che in Avignone dimoravano assai devoti a quella corte.
Messi alle strette i Reggitori, e non trovando altro partito, prima lo elessero Conservatore del popolo e Capitano della guardia, poi gli diedero per un anno la capitaneria generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale nella città e fuori. Ma egli veggendo la città divisa, e fatto cupido di maggiori cose, cominciò tosto a praticare intelligenze co’ grandi che di continuo cercavano rompere gli ordini del popolo; a’ quali si aggiunsero anche di quei grossi popolani i cui banchi erano in fallimento, e non potendo del proprio, si confidavano di quel d’altri pagare i loro debiti. Da costoro era il Duca visitato segretamente in Santa Croce, dove egli aveva preso dimora, e da essi molto sollecitato: quindi per darsi riputazione di severo e di giusto, e per quella via accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. Fece ad un Medici e ad un Altoviti mozzare il capo; condannò a morte uno dei Ricci e uno degli Oricellai (così chiamati da una tinta gialla di cui tingevano i loro drappi), a’ quali dipoi fece grazia della vita. Erano quattro delle maggiori famiglie uscite di mezzo al popolo, e assai potenti di parentadi e di ricchezze: i falli apposti ai condannati non avean prove a sufficienza, ed essi chiari per gli alti uffici esercitati nella Repubblica, tenuto avendo anche più volte il Gonfalonierato e alcuni essendo stati dei Venti.[187] A questo modo si rendeva egli nella città molto ridottato; ma i grandi ed il popolo minuto, soliti essere soverchiati dalla prepotenza dei mezzani, a quei fatti molto applaudivano; e quando il Duca cavalcava per la città, la plebe gridava Viva il Signore; quasi in ogni canto e palagio di Firenze aveano dipinto l’arme sua, gli uni per avere da lui favore, gli altri per tema. Quindi parendogli ogni cosa poter tentare sicuramente, fece intendere ai Priori che per il bene della città giudicava necessario gli fosse data signoria libera: ma essi, co’ Dodici buonuomini, e i Gonfalonieri delle compagnie e i Consiglieri, in nulla guisa vollero acconsentire di sottomettere la libertà della Repubblica di Firenze sotto giogo di signoria a vita; il che non fu mai acconsentito nè ad imperatore nè al re Carlo nè ad alcuno suo discendente. Il Duca allora, che si fidava sopra l’aiuto de’ grandi e il favore della plebe, fece pubblicare per la città che nell’indomani egli farebbe parlamento sulla piazza di Santa Croce, per il bene del Comune. Al quale annunzio i Priori ed i principali dei Consigli essendo entrati in grande sospetto, andarono a sera tarda in Santa Croce, per quivi trattare d’accordi col Duca. Una parte della notte si consumò in discorsi, ed alla fine rimase conchiuso che la Signoria sarebbe a lui data per un anno con quella stessa giurisdizione ch’ebbe il Duca di Calabria; il quale accordo si fermò per vallati e pubblici strumenti, avendo il Duca sacramentato conserverebbe il popolo in sua libertà e l’ufficio de’ Priori e gli Ordini della giustizia.
La mattina che fu il dì 8 di settembre 1342 il Duca fece armare la sua gente, circa a centoventi uomini a cavallo, e aveva in Firenze da trecento de’ suoi fanti, e quasi tutti i grandi gli erano a’ fianchi: Giovanni Della Tosa ed i suoi consorti erano a cavallo insieme con gli altri con le armi coperte, e l’accompagnarono da Santa Croce alla piazza de’ Priori. La Signoria scese di palazzo, ed essendosi posti a sedere col Duca in sulla ringhiera, uno dei Priori avea cominciato a parlare, alloraquando la plebe ed alcune masnade di quelle venute co’ grandi l’interruppero gridando: che sia la Signoria del Duca a vita, che il Duca sia nostro Signore! I grandi allora presolo a un tratto tra le loro braccia, lo condussero al Palagio; e perchè questo era serrato, forzando la porta, misero il Duca in Palagio ed in signoria, cacciando vilmente i Priori nella sala delle Armi. Quindi per alcuni dei grandi fu tolto via il Gonfalone, e il libro degli Ordini della giustizia stracciato, e poste le bandiere del Duca in sulla torre, e suonate le campane a Dio laudiamo: il Potestà e il Capitano del popolo assentirono al tradimento. Due giorni dopo si fece il Duca confermare signore a vita per gli opportuni Consigli; e mise i Priori fuori del Palagio in una casa privata con poca guardia, levando loro ogni ufficio ed autorità, senza rifare il Gonfaloniere: tolse le armi a tutti quei cittadini, qualunque si fossero, i quali avevano privilegio di portarle. Otto dì poi fece il Duca grande festa e solennità a Santa Croce, ed il vescovo Acciaiuoli sermonando commendava innanzi al popolo le magnificenze del nuovo signore. Per tale modo il Duca d’Atene usurpava il principato. Poco dipoi Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa, e fuor del dominio della città di Firenze San Gimignano e Volterra, se gli diedero in potestà. Raccoglieva egli intorno a sè tutti i Francesi e Borgognoni ch’erano in Italia, dei quali ebbe tosto più di 800, e molti de’ suoi parenti ed amici vennero di Francia. «Recarono questi in Firenze nuove foggie di vestire, che anticamente era il più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati romani; ora pigliarono i giovani una cotta ovvero gonnella corta e stretta, che non si poteano vestire senza l’aiuto altrui, e una correggia come cigna di cavallo con isfoggiata scarsella alla tedesca dinanzi, e il becchetto del cappuccio lungo insino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme; e i cavalieri vestiti d’uno sorcotto ovvero guarnacca stretta, e le punte dei manicottoli lunghe infino a terra, foderati di vaio e ermellini, come per natura siamo disposti noi vani cittadini a contraffare gli stranii oltre al modo d’ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto e a vanitade.» Trascrivo parole del vecchio cronista, il quale narra pure, come i fatti del Duca d’Atene essendo rapportati al re di Francia Filippo VI di Valois, dicesse questi a’ suoi baroni: Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais hostel.[188] Il re Roberto scrisse al Duca ammonendolo stesse col popolo e conservasse gli ordini popolari, senza di che gli vaticinava non manterrebbe lo stato suo a lungo tempo nella città.
Il Duca dipoi fece la pace co’ Pisani, i quali dovessero tenere Lucca per quindici anni, con altri patti che riuscirono poco graditi ai Fiorentini. A’ 15 ottobre creò in Firenze nuovi Priori, senza Gonfaloniere; i più, artefici minuti e mischiati di quegli, che i loro antichi erano stati Ghibellini: ad essi diede un gonfalone tripartito, dov’era l’arme del Duca in mezzo tra l’insegna del Comune e quella del Popolo, e sopra il rastrello dell’arme del re. Con che egli venne a scontentare tutti gli ordini della città; e i grandi, che prima lo avevano fatto signore perch’egli in tutto annullasse il popolo, se ne turbarono forte, massime quando egli ebbe fatto condannare uno dei Bardi, il quale aveva stretto la gola ad un suo vicino popolano che gli diceva villania. Cassò l’ufficio dei Gonfalonieri delle compagnie e ogni altro pel quale fosse la plebe sotto l’autorità dei popolani di maggior conto; il Duca reggendosi co’ beccai, vinattieri e scardassieri, ad essi dando consoli e rettori al loro volere, e disfacendo gli ordinamenti delle Arti, pei quali solevano avere regola i salari; in che era il forte della contesa tra il grasso popolo e il minuto. Fece torre ai cittadini anche le balestre grosse; ed al Palagio del popolo fece nuove antiporte, e ferrare le finestre della sala di sotto, dove si faceva il Consiglio; e volle comprendere intorno al Palagio un grande circuito di grosse mura e torri e barbacani, per fare col Palagio insieme un grande e forte castello, il quale egli cominciò a fondare; lasciando il lavorìo d’edificare il Ponte Vecchio, ch’era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce e legname: disfece le case, ed anche volle disfare le chiese ch’erano dentro a quel compreso per fare piazza, e altre belle case tolse ai cittadini, mettendovi dentro di suoi baroni e di sua gente. Di donne e di donzelle de’ cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a fare violenze e molto laide cose; infra le altre, per cagione di donna tolse Sant’Eusebio a’ poveri di Cristo che era alla guardia dell’Arte di Calimala, e lo diè altrui illicitamente. Levò a’ cittadini gli assegnamenti fatti loro sopra le gabelle per i danari ch’essi avevano dovuto prestare per forza a tempo delle guerre di Lombardia e di Lucca, ch’erano più di trecentocinquanta mila fiorini d’oro assegnati in più anni con alcuno guiderdone; e questo fu grande male e rompimento di fede, e molti ne furono diserti. Fermò le paghe dovute a Mastino della Scala per la matta compera di Lucca, talchè gli statichi ne rimasero due anni poi in Verona, e la Repubblica restaurata, per liberarli, dovette pagare centotto mila fiorini d’oro. Recò a sè tutte le gabelle che andavano a più di dugento mila fiorini, senza l’altre entrate e gravezze: fece fare l’estimo in città ed in contado, e fecelo pagare, che montò a più di ottanta mila fiorini; onde i grandi e popolani e contadini, che vivevano di loro rendite, se ne teneano forte gravati, siccome erano i cittadini di continuo con le prestanze; e fece creare nuove e sformate gabelle. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch’egli regnò signore, gli vennero alle mani quattrocento mila fiorini d’oro solo di Firenze, dei quali mandò tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugento mila; perocchè in tutte le terre signoreggiate da lui non teneva più di ottocento cavalieri, e quegli pagava male, che al bisogno della sua ruina se n’avvidde. Costrinse i mallevadori di quello degli Oricellai o Rucellai, del quale sopra abbiamo detto, a farlo tornare con sua securtà dal confine dov’egli era stato mandato a Perugia; ma non serbandogli fede, lo fece impiccare con una catena al collo, acciocchè non potesse essere spiccato, e tolse ai mallevadori cinque mila quattrocentoquindici fiorini d’oro, opponendo che il Rucellai gli avea frodati al Comune in Lucca; i beni di quella famiglia confiscò a sè. Creò nel contado sei potestà con grande balìa di poter fare giustizia, e grossi salari: i più furono delle case de’ grandi, e di quelli che erano stati ribelli e rimessi in Firenze di poco: la qual nuova potestà molto dispiacque a’ cittadini, e più a’ contadini che portavano la spesa e la gravezza. Crudeli e sconce giustizie faceva contro a’ cittadini, e due ne mise a morte barbaramente perchè gli avevano rivelato trattati o congiure fatte contro lui, ma egli credette che lo dicessero per inganno.
Potestà era per il Duca messer Baglione dei Baglioni da Perugia, e Conservatore Guglielmo d’Assisi; Simone da Norcia giudice sopra il rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria: di suo consiglio erano il Giudice di Lecce ed il Vescovo d’Assisi fratello del Conservatore, il Vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e un Tarlati da Pietramala, il Vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer Ottaviano de’ Belforti; ma questi erano d’apparenza, tenuti da lui per sicurtà delle loro terre. Co’ cittadini aveva di rado consiglio; i Priori erano in nome, ma non in fatto; le sue lettere sottoscriveva dux et dominus Florentinorum;[189] ed egli poi si ristrigneva con messer Baglione, e il Conservatore, e Cerrettieri de’ Visdomini fiorentino di casa di grandi, uomini corrotti in ogni vizio a sua maniera. Teneva giostre in sulla piazza di Santa Croce, ma pochi grandi e popolani vi giostrarono; fece sei brigate di gente del popolo minuto, del quale cercava recarsi l’amore, ma poco gli valse. La festa di san Giovanni, fece fare alle Arti al modo antico, senza gonfaloni; e la mattina della festa, oltre a’ ceri usati delle castella del Comune ch’erano da venti, ebbe da venticinque drappi, ovvero palii ad oro, e sparvieri e astori per omaggio d’Arezzo, Pistoia, Volterra, e da San Gimignano e da Colle, e da tutti i Conti Guidi e da Mangona e da Cerbaia e da Monte Carelli e da Pontormo, e dagli Ubertini e dai Pazzi di Valdarno e da ogni baroncello o conticello d’attorno e dagli Ubaldini. A’ 2 di luglio il Duca fermò lega e taglia con Mastino della Scala e co’ Marchesi da Este e col signore di Bologna: e prima l’aveva fatta coi Pisani, la quale molto dispiacque a’ Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi, e poco si osservò; perchè non era piacevol mischiato nè buona compagnia, dice il Villani; del quale abbiamo sin qui pigliate in prestito molte parole, come sovente facciamo, perchè l’istoria di Firenze verrebbe ad essere conosciuta male quando gli storici non si conoscessero.
Era in Firenze un antico proverbio, il quale diceva: «Firenze non si muove se tutta non si duole.» Non ebbe ancora il Duca regnato tre mesi, e tutti gli ordini della città a lui si erano nimicati; i grandi per non avere riavuto lo Stato, ed i grossi popolani perchè lo avevano perduto, ed i mezzani e minuti artefici perchè il mal governo aveva fatto cessare i guadagni. S’aggiungevano poi le insolenze di signoria francese, gli oltraggi alle donne, e le rapine e crudeltà; cosicchè ad un tratto più congiure si formarono contro al Duca, tutti correndo allo stesso fine celatamente per vie diverse. Dell’una era capo il vescovo Acciaiuoli, quel medesimo che prima avevalo magnificato nelle sue prediche; e con lui erano i Bardi e i Frescobaldi e altri de’ grandi stati rimessi dal Duca, e le famiglie dei popolani i quali, a fine di racconciare loro private fortune, a lui si erano accostati. Avevano essi trattato coi Pisani ed altri di fuori per assalirlo in Palagio; ma egli si provvidde col mutare due volte le guardie e crescere le difese, talchè il fatto andava in lungo. Una seconda congiura, nella quale erano i Donati e i Pazzi ed i Cerchi, voleva porgli le mani addosso quando egli andasse in casa degli Albizzi a veder correre il Palio; ma per sospetto non vi andò. Nella terza si accoglievano in maggior numero di quei popolani che più erano stati offesi, tra’ quali i Medici ed i Rucellai; ma innanzi a tutti un Antonio degli Adimari di casa i grandi. Era questa la congiura più vasta e possente e pronta alle opere: se non che un masnadiere senese comunicava la cosa ad uno de’ Brunelleschi, non per iscoprirla, ma per credere che egli fosse uno de’ congiurati; ed il Brunelleschi, per non essere incolpato, la rivelò al Duca, e a lui condusse il masnadiere: onde che altri furono presi e infine richiesto lo stesso Antonio degli Adimari; il quale, tenendosi sicuro per la grandezza sua, comparve in Palagio, dove anch’egli fu ritenuto. Il che saputosi, molti altri dei principali di ogni sètta o si nascosero o fuggirono, e la città era in tremore. Ma il Duca trovando la congiura contro a lui sì grande, ed egli essendo uomo di piccola levatura e poca fermezza, non sapeva che si fare; ed anzichè correre la terra con la sua gente e col favore del popolazzo minuto, indugiò aspettando altre masnade di fuori e trecento cavalieri che a lui mandava da Bologna Taddeo de’ Peppoli signore o tiranno di quella città. S’appigliò intanto ad un partito, il quale fu a lui cagione ultima di ruina. Fece richiedere trecento dei principali cittadini, sotto colore di volersi nei casi presenti consultare seco loro, e mandò fuori i suoi sergenti per la città con le liste, nelle quali erano compresi molti ancora dei congiurati. Ma la cattura dell’Adimari, ed il sapersi delle masnade che il Duca aspettava, posero grande sospetto negli animi dei cittadini; corse gran voce e dipoi fu scritto che egli volesse, una volta che tutti fossero in Palagio, assicurarsi di loro o con la morte o in altro modo, e disertare la città per indi averla a discrezione. Talchè i richiesti, comunicando gli uni agli altri il sospetto, tutti negarono ubbidire; e scoprendosi l’una sètta all’altra, di grande accordo, e diponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza, deliberarono levarsi in arme contro al Duca.