Venuto dunque il dì seguente, che era sabato 26 luglio 1343, giorno di sant’Anna, all’ora di nona quando erano usciti i lavoranti dalle botteghe, certi ribaldi e fanti in Mercato vecchio, com’era ordinato, s’azzuffarono insieme gridando All’arme all’arme; e incontanente tutti i cittadini corsero a sgombrare i cari luoghi, e s’armarono traendo ciascuno a sua contrada e vicinanza, mettendo fuori le bandiere di cheto rifatte con le armi del Popolo, e gridando Muoia il Duca e i suoi seguaci, Viva il Popolo e il Comune e la Libertà! E di presente fu asserragliata la città a ogni capo di via: e quegli d’oltrarno grandi e popolani si giurarono insieme e si baciarono in bocca, facendo sbarre ai capi de’ ponti con intenzione, se tutta l’altra terra di qua dall’acqua si perdesse, di tenersi francamente nel sesto di là; prima avevano mandato chiedendo aiuti ai popoli circonvicini. La gente del Duca, sentendo il romore, montò a cavallo; e chi potè fare in tempo, corsero alla piazza del popolo in numero di trecento; furono gli altri presi, o morti o feriti per gli alberghi e per le vie, e rubati i cavalli e le armi. Uguccione de’ Buondelmonti ed i suoi consorti, i Cavalcanti ed alcuni altri di case di grandi, con dei beccai e scardassieri, andavano verso il Palagio gridando Viva il Signore lo Duca; Giannozzo de’ Cavalcanti, montato sopra un desco da tavernai, gridava al popolo che traeva in piazza: Non andate, chè voi sarete tutti morti: ma visto ch’ebbero come il fatto andava, se ne tornarono a casa o seguitarono il popolo, eccetto Uguccione rimasto poi nel Palagio insieme co’ Priori delle arti, che ivi si erano rifuggiti. Quelli del popolo, occupate le bocche delle vie che vanno in piazza, e quelle sbarrate, si combatterono lungamente con la gente armata del Duca, finchè la sera medesima non furono questi costretti a fuggirsi dentro il compreso del Palagio, lasciando fuori i cavalli. Amerigo Donati e più altri, co’ loro parenti o amici, assalirono allora le carceri delle Stinche con tanto vigore che, aiutati dai rinchiusi, gli ebbero tutti liberati; e con quell’impeto avviatisi al palagio del Potestà, lo combatterono; insinchè essendosi il Potestà fuggito con grande paura, fu quel palagio saccheggiato, le carte bruciate, la prigione aperta: ruppero poi la camera del Comune ed arsero i libri dov’erano scritti i banditi ed i ribelli; e similmente quelli degli atti della Mercatanzia: altre violenze non si fecero, se non contro la gente del Duca. Allora quelli d’oltrarno, avendo aperte le sbarre dei ponti, valicarono di qua dall’acqua a piedi e a cavallo, e insieme con gli altri, fatti levare i serragli delle vie maestre, liberamente e da più lati e con le insegne del popolo alzate, e grida e plausi, mossero tutti per la città verso il Palagio. Erano più di mille a cavallo, e a piè diecimila cittadini armati a corazze e barbute come cavalieri; «il quale popolo fu molto nobile a vedere così possente ed unito.»
Il Duca assalito così fieramente, e non avendo in Palagio che quattrocento uomini, e quasi altro che biscotto, aceto e acqua, tardi cercando guadagnarsi la grazia del popolo, la domenica mattina creò cavaliere Antonio degli Adimari, che non voleva saperne; e poi lasciato lui e gli altri i quali erano in custodia, fece levare le insegne sue di sopra il Palagio, e porvi quelle del Popolo; ma non per questo cessò l’assedio. La domenica notte giunse il soccorso dei Senesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente, e con loro sei grandi popolani Senesi per ambasciatori. San Miniato inviò dugento fanti ben armati, e Prato cinquecento. Il conte Simone, ch’era dei Guidi da Battifolle, ne condusse quattrocento; e il dì seguente venne grandissima quantità di contadini bene armati, di modo che la città si trovò piena di gente del contado e di cittadini in arme. Da Pisa venivano cinquecento cavalieri; ma perchè essi erano stati richiesti dai grandi senza il consenso del Comune, ne fece il popolo grande mormorio e il Comune gli rimandò; furono assaliti, nel tornarsi, da quelli d’Empoli e di Montelupo e di Pontormo e di Capraia, e presi e morti più di cento.
Il Vescovo intanto e altri popolani fecero bandire parlamento, e congregati in Santa Reparata il lunedì seguente, tutti in arme, di grande accordo elessero quattordici cittadini, sette grandi e sette popolani, con grande balìa di riformare la città e fare ufficiali e leggi e statuti; e a far le veci del Potestà deputarono tre cittadini grandi e tre popolani, i quali tenessero ragione sommaria delle violenze e ruberie, ma non avessero altro ufficio. Nè in questo mezzo il popolo si ristava dal combattere il Palagio e andare cercando gli ufficiali del Duca; e quanti poterono per la città rinvenire, o celati nelle case o che fuggivano travestiti, erano uccisi a furore, ed i fanciulli trascinavano i corpi ignudi per la città. I Quattordici ed il Vescovo e gli ambasciatori senesi e il conte Simone si cercavano intromettere e fare accordi col Duca, al quale fine alcuni di loro a parte a parte si vedevano entrare ed uscire dal Palagio, benchè poco piacesse al popolo; nè assentiva questi alcuna concordia, se non avesse nelle mani il Conservatore Guglielmo d’Assisi ed il figliuolo, e Cerrettieri dei Visdomini, per farne vendetta. Ciò il Duca negava, ma infine minacciato dai Borgognoni i quali erano rinchiusi seco, si lasciò sforzare. «Appariscono (dice il Machiavelli) gli sdegni maggiori quando si ricupera una libertà che quando si difende.» Il primo d’agosto in sull’ora della cena i Borgognoni pinsero fuori della porta del Palagio, in mano dell’arrabbiato popolo, il figliuolo del Conservatore, giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno dolorosamente; e quei furiosi lo tagliarono e smembrarono in minuti pezzi nella presenza del padre; il quale, pinto fuori anch’egli, ebbe lo stesso governo; e chi ne portava un pezzo in sulla lancia e chi in sulla spada per la città; e vi ebbero de’ sì crudeli e bestiali i quali si dissero avere mangiato le carni crude di quei miseri. Il che fu scampo del Visdomini, che doveva essere il terzo; ma saziati i suoi nemici non lo addomandarono, e si fuggiva poi di città. Il Duca si arrese quel giorno medesimo, e cedè il Palagio, salve le persone, rinunziando ogni signoria o ragione che avesse egli nella città, e a cautela promettendo ratificare ciò quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. Rimase però tre altri giorni per paura; e quando il popolo fu racquetato, uscì di Palagio accompagnato dalla gente dei Senesi, dal conte Simone e da taluni dei maggiori cittadini grandi e popolani, datigli a guardia dai reggitori. Giunto a Poppi, ch’era la principale terra dei conti Guidi, ratificò male a grado la promessa; quindi per Bologna andò a Venezia, ed ivi noleggiate due galere, si tornò in Puglia. Partito il Duca, si disfecero i serragli, s’apersero le botteghe; e i Quattordici cassarono gli atti del Duca, salvo le paci da lui fatte tra’ cittadini, che fu (come scrivono) la sola buona cosa ch’egli facesse: anche gli posero taglia addosso, del che ebbero poi grave dissidio coi re di Francia; e lo fecero dipingere vituperosamente, lui ed i suoi satelliti, nella Torre del palagio del Potestà. Ordinarono che il giorno di sant’Anna fosse come pasqua; e anche oggi si veggono appese in quel dì le bandiere delle Arti in giro attorno al bell’edificio il quale ha nome di Or San Michele.[190]
Capitolo IV. CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.]
Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si ribellarono; Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e disfecero i castelli che i Fiorentini aveano fatti, Volterra tornò in signoria dei Belforti, e Castiglione Aretino di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono l’esempio presso che tutte le altre maggiori terre del dominio della città di Firenze. E come agli oppressi di fuori era stata l’occasione buona, così anche parve essere a quelli di dentro: chiedeano i grandi avere parte negli uffici, poichè erano stati insieme con gli altri a racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi popolani, o, come dicevano in Firenze, le Famiglie, alcune delle quali avevano tenuto in mano lo Stato e si credevano ripigliarlo con l’appoggio allora dei grandi, coi quali avevano molte parentele: gli altri artefici ed il popolo minuto sarebbero stati contenti che i grandi avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato e dei Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti ragionamenti «che parvero trattati;» perchè ogni qualità di cittadini faceva parte da sè: ma infine per mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi ottennero i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè il numero dei priori pareva scarso a mettervi i grandi, e i Sesti erano mal divisi; quelli d’Oltrarno e di San Piero Scheraggio tra loro due soli pagando oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero la città in Quartieri, e insieme il contado che si partiva, come sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando ciascun Piviere o Comune al quartiere che guardava a quella parte della campagna, e facendo nuova descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo portava la novella partizione.[191] Dopo di che il Vescovo ed i Quattordici elessero diciassette cittadini popolani e otto grandi per quartiere, che insieme con loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono fossero dodici Priori; chè tre per quartiere, uno dei grandi e due popolani; e otto Consiglieri, metà grandi e metà popolani, che deliberassero le cose gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; e gli altri uffici a mezzo co’ grandi.[192]
Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la terra che Manno Donati uomo armigero, ed altri caporali di case possenti, doveano essere dei Priori: onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se non che udendo gli eletti essere uomini pacifici, si acquetava per allora. Ma gli Ordini della giustizia non essendo riformati, e per l’appoggio che avevano i grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè bastava loro avere mezzi gli uffici sebbene fossero mille soli ed i popolani venti mila, e mal sostenevano la compagnia degli artefici: dall’altra banda ai popolani grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di loro, che non da più e di maggior grado. La città si commoveva di bel nuovo col favore di quell’Antonio degli Adimari chè primo insorse contro il Duca, e di Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano dal popolo stati fatti cavalieri. Per il che furono essi col Vescovo, il quale era buono uomo ma di poca fermezza, e lo persuasero s’accordasse a che i grandi fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi udendo il partito che si voleva porre innanzi, e chiamando il Vescovo traditore, si cominciarono a fornire d’armi e di genti e a mandare fuori per aiuti. Sentendosi ciò per la città, molti popolani armati vennero in piazza gridando ai Priori popolani: gittate dalle finestre, gittate dalle finestre i Priori de’ grandi, o noi vi arderemo in Palagio con loro insieme. E recata la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’ Priori popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; talchè alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, convenne a’ Priori grandi uscir di Palagio accompagnati alle case loro sotto scorta con grande paura. Partiti i quali, i Priori rimasti in numero di otto, condussero a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado uno dei Priori popolani, ed il Consiglio del popolo formarono da settantacinque uomini per quartiere, con gli altri uffici poco mutati da quel che solevano essere innanzi alla signoria del Duca.
In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e la plebe sollevata, cadde in pensiero ad un Andrea Strozzi, grosso popolano di molta ricchezza, farsi padrone della città. Vendeva egli il grano alle case sue a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; forse da principio a solo studio di popolarità; ma poi cresciutogli il favore, e come era egli naturalmente vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose. Tantochè un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a cavallo e andò per la città raunando intorno a sè ribaldi e scardassieri e minuta gente; nè prima fu in piazza, ch’erano forse quattro mila gridando: Viva il popolo minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso; facendo mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, benchè molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea gli ammonissero andarsi con Dio, se dal Palagio non erano cacciati con pietre e balestre, onde alcuno fu morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per le preghiere dei vicini e tra per la forza, e dicendo: Noi andiamo dietro ad un pazzo, cominciò la folla a diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto dei parenti, ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio in quel conato di signoria, che pare somigli di tutto punto questo d’Andrea Strozzi, essendo anche presso che eguali le condizioni delle due città.
I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l grasso e il minuto popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano la plebe, più che mai afforzandosi ne’ serragli, e mettendo dentro sbanditi e contadini ed altra gente in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di Lombardia. Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido da Siena, e alcune milizie da Perugia; il popolo si armava e metteva sbarre: il che alla plebe, che stava pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed al dividere così le forze dei popolani: la città era tutta in arme e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che stavano per il Comune erano più forti, avendo il Palagio e la campana e le porte della città, salvo quella di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè la forza dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, se a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi aspettavano dalla parte ghibellina. Stando così tutti in arme ed in gelosia, il popolo del quartiere di San Giovanni, del quale si fecero capi i Medici e i Rondinelli, senza ordine di comune, il dopo desinare del dì 24 di settembre in numero forse di mille uomini assalirono le torri e case di quei degli Adimari i quali erano chiamati Cavicciuli; e cominciato l’assalto e crescendo di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si accordarono, e patteggiati si arrenderono, consentendo che fossero poste su’ loro palagi le bandiere dell’arme del Popolo, senza ricevere altro danno per amore dei loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i Pazzi ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati dalla massa dei popolani che sempre ingrossava, non fecero resistenza venendo a patti; dimodochè tutta la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, e tutta in mano dei popolani.
Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più grossa e compatta dei grandi d’oltrarno, dei quali erano principali i Bardi ed i Rossi ed i Mannelli e i Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano di là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza di case del popolo, e che erano di minor possa, ben tosto cederono: e il popolo vittorioso, passato il ponte alla Carraia, si volse tutto ad assalire le case dei Frescobaldi, alle quali era stato loro aperto il passo dai Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. Al quale assalto i Frescobaldi sè conoscendo essere impotenti, si rifuggirono alle case loro chiedendo con le braccia in croce mercè al popolo, che gli ricevette senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero il somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più volte erano quei del popolo stati fieramente ributtati, sì forti erano le torri dei Mannelli al ponte Vecchio ed altre di là bene armate di bertesche, ma soprattutte la possa dei Bardi molto valida di gente e di serragli e di fortezze; insinchè per una via che da pochi anni era stata fatta non senza disegno, e che per le case dei Pitti girava alla porta di San Giorgio, non venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti sì aspramente combattere, cominciarono ad abbandonare i loro serragli; e questi essendo dopo contrasto lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di un conestabile tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di quelli da Panzano che per loro proprio scampo si erano messi col popolo, da essi furono ricevuti, poi trafugati fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi con tale rapina che era a vedere rabbiosa cosa; dove ciascuno trovò che tôrre, e chi avesse voluto frenare il popolo, era il primo rubato e morto: grande fatica fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero fuoco ed arsero ventidue tra palagi e case grandi e ricche: il danno che i Bardi ebbero tra rapine ed arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini d’oro. Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini presso alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare contro alle case dei Visdomini e quelle rubare per compiere la vendetta contro a messer Cerrettieri: ma in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle case dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che informato il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie e buona gente a piè ed a cavallo, portando ceppi e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e mani ai malfattori; gli altri furono messi in fuga.
Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta la plebe, il popolo montò in grande stato e baldanza, e specialmente i mediani ed artefici minuti; chè allora il reggimento della città rimase alle ventuna Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la terra: e col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini e del conte Simone da Battifolle che aveva in quei fatti prestata opera eccellente, celebrarono in casa i Priori uno squittinio, al quale intervennero duecentosei de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, o ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi nella balía col nome d’aggiunti o, come dicevano, d’arruoti: furono da essi posti a partito tremila trecento quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni due mesi degli ufficiali. Ordinarono che fossero otto i Priori, due per quartiere, e un Gonfaloniere di giustizia; che de’ Priori fossero due popolani grassi, e tre dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità d’uomini. Si trovò poi che degli artefici minuti erano più che non fosse l’ordine dato; il che addivenne perchè i collegi degli artefici erano stati nello squittinio più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo e il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze veduto mutare quattro reggimenti: e la breve tirannia del Duca d’Atene e le susseguenti rivolture questo produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo via via di molto il numero dei nuovi uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado e acquistavano cittadinanza, «Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) che sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore e di carità tra loro, e pieni d’inganni e di tradimenti; ed è rimasta questa maledetta arte in Firenze, in quelli che ne sono rettori, di promettere bene e fare il contrario, se non sono provveduti o di grandi prieghi o di grande utile.[193]» In altro luogo conchiude: «ch’erano male retti dai nobili e peggio dai popolani.»