Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero affatto esclusi da quelli uffici nei quali era il governo dello Stato: sedeano bensì nel Consiglio del Comune, potevano essere dei Cinque della mercanzia, siccome più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata una Balía per la condotta d’una guerra o di altro negozio di gran momento, era costumanza di porvi almeno uno dei grandi, che in certi casi andavano anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di Parte guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al Comune. Rinnovarono al tempo stesso anche i penali Ordinamenti della giustizia contro a’ grandi, i quali erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in questo solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore tutta la casa e schiatta di lui era tenuta pagare al Comune lire tremila, ora si corresse che i soli parenti fino al terzo grado fossero tenuti, ma riavendo il danaro quando rendessero preso il malfattore o lo uccidessero. Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di grandi furono per sospetti mandati chi in qua chi in là a confine: a molti, che avevano pigliato servigi co’ signori di Lombardia o ch’erano andati cercando fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero dentro al termine di due mesi sotto pena di ribelli. I libri dei ribelli essendo stati arsi, vennero fatte le nuove liste dove alcuni furono aggiunti, ed altri rimessi in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati per antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, furono ad essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. I grandi rimasti si ritrassero la maggior parte in contado alle loro possessioni, quivi tenendosi quieti quanto potevano maggiormente. Furono poi levati dal novero de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, uomini della città e del contado, o per la grazia che si avessero acquistata appresso al popolo, o più sovente perchè le case loro fossero venute in depressione da non temerne;[194] e nel contado non pochi, tuttochè avessero sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione di lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi grandi fatti di popolo essere per cinque anni nè de’ Priori, nè de’ Dodici, nè Gonfalonieri di compagnie, nè capitani delle Leghe del contado. E se alcuno dentro dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani, fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di quelli che furon fatti di popolo, e vollero essere veramente popolani, mutarono i loro casati, a ciò astretti, o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, ebbe rimesso in istato quelli che prima erano abbassati.

Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte dei grandi, scaduta prima e dimezzata con la oppressione dei Ghibellini, i quali serbavano con più costanza e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo perduto con la morte di Corso Donati il solo braccio che fosse atto a sorreggerla tantoch’ella mantenesse il grado suo nella Repubblica. Veramente le famiglie che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto è lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si erano aggregate alla nobiltà quando era prossima a cadere, cresciute essendo pei commerci:[195] di tali uomini si poteva costituire un patriziato. Ma gli guastavano le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono ai costumi del nuovo popolo di Firenze che gli teneva come stranieri; e dopo averli cacciati via, gli parve essere sollevato, e fatto libero di trattare le cose sue più alla domestica. Allora però venne a scoprirsi e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che ne’ traffici è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; o come oggi si direbbe, tra ’l capitale ed il lavoro: ed il popolo minuto, che aveva in uggia la sovranità dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso, andò in traccia di un padrone solo. Inoltre mancò, in città esposta a continue guerre, l’educazione delle armi che presso i nobili risedeva, e mancò al popolo quella tempra del corpo e dell’animo, la quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando virtù dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi medesimi, ch’è il pregio e l’anima e la forza della militare professione. Chi però guardi alla meschinità ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia si combattevano, dirà che al popolo di Firenze non fu gran perdita il tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali in tutta quella età più aspri erano che generosi. Pure qualcosa venne a mancare a questo popolo ridotto allora tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve sinchè durarono i tempi floridi della libertà, quando la vita si espandeva in tanti modi e i cittadini facevano acquisto alla patria loro, per via delle opere dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze.

I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo stato, nè fatti accaddero d’importanza se non che in ordine ad altre cose che dipoi vennero a conseguenza, e che in appresso registreremo. Successe lugubre l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita pestilenza, che dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno e nei primi susseguenti quasichè tutta l’Europa; distruggendo (come scrivono) tre quinte parti della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza degli autori contemporanei, e per il novero che poi ne fecero insieme il Vescovo e la Signoria. Il che però non si può intendere che fosse dentro alla città sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano fuggiti e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia di necessità correggere, dentro al contado o al dominio, che era a quel tempo molto angusto. Lamentano anche il peggioramento dei costumi, per quella certa stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè egli si avvezza troppo allo spettacolo della morte, la più comune delle umane cose; e per le subite ricchezze dalle insperate eredità, e pel disciogliersi d’ogni vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte di Magistrati nei cinque mesi che infuriò il morbo. Scrivono pure come alla pestilenza seguitasse carestia pel difetto delle braccia, e perchè il popolo degli artigiani ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti ricchi e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti a vil prezzo comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo per esso strabocchevoli mercedi: lo stesso facevano i lavoratori delle terre, gli opranti e i servi parlavan alto.[196] Che molti vizi e corruttele venisser su da quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche solo basterebbe a dimostrarcelo il Decamerone: ma le migliori virtù passavano tanto più oscure e men lodate quant’esse erano meno rare; e argomento di virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, privati uomini e popolani. Narrano essi come per la viltà anche talvolta dei congiunti, molti perissero derelitti; ma poi raccontano altresì come cessato il terrore primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, quando i chiusi nelle ville non isfuggivano il morire. Dicono della moneta estorta dai falsi medicanti, ma soggiungono che per coscienza molti anche poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero fatte co’ testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia di Or San Michele n’ebbe a sè sola fino a trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la cupidità degli amministratori con brutto esempio e grave scandalo: minori lasciti ma considerevoli ebbero pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia e lo Spedale di Santa Maria Nuova.

Capitolo V. DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. ENTRATE E SPESE DEL COMUNE.

Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci guida infino a qui, nè altra migliore avremo noi tra quanti scrissero delle cose nostre. Vedemmo già come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse le Istorie infino al termine della vita sua. Giovane insieme con l’Alighieri, formava sè stesso alla grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta rettitudine la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza di pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di buoni tempi e di quieto vivere, ma sì di animi che abbiano sicurezza di sè medesimi e interna pace. Era Giovanni di quei buoni uomini da lui sovente posti in iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile, e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, pacati e forti perchè cercavano insieme al proprio il comun bene, e il vero sempre in ogni cosa. Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto intorno allo stato di Firenze ed alle forze della città ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il quale sebbene risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere la narrazione, a questo luogo dove incominciano tempi nuovi, risorgendo la città in breve ora da quei mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano afflitta. Da molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe statistica di Firenze; massimamente in quella parte la quale spetta alle scuole pubbliche e alla coltura di questo popolo: e più altri lumi sono da trarne circa alla pubblica economia ed alle tasse ed al maneggio della civile amministrazione, materia amplissima agli studi cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un poco spostato qui l’ordine delle materie per farne a tutti più chiara e agevole la lettura; la quale se a molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa d’avere interrotto in questo luogo con le parole del Villani il nostro racconto.


Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava la città d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e il suo contado, Colle di Valdelsa e la sua corte; e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, e teneva diciotto castella murate del distretto e del contado di Lucca: e del nostro contado e distretto quarantasei castella forti e murate, senza quelle di propri cittadini; e più terre e ville senza mura, che erano in grandissima quantità.

Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa venticinque mila uomini da portare arme da quindici anni infino in settanta, tutti cittadini, intra’ quali millecinquecento cittadini nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune.[197] Erano in Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene troviamo che innanzi che fosse fatto il secondo popolo che regge al presente, erano i cavalieri più di dugentocinquanta: che poichè il popolo fu, i grandi non ebbono stato nè signoria come prima, e però pochi si facevano cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da novanta mila bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l’avviso del pane che bisognava nella città: ragionavasi avere continui nella città da millecinquecento uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando i religiosi e frati e monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Stimavasi avere in questi tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta mila uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava i fanciulli (imperocchè ogni maschio che si battezzava in San Giovanni, per averne il novero metteva una fava nera, e per ogni femmina una fava bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque alle sessanta centinaia, avanzando più il sesso mascolino che il femminino da trecento in cinquecento per anno.[198] Troviamo i fanciulli e fanciulle che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli che stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei scuole, da mille in mille dugento. E quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica in quattro grandi scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le chiese in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese de’ Frati religiosi, troviamo essere centodieci; tra le quali sono cinquantasette parrocchie con popolo, cinque badie con due priori e con da ottanta monaci; ventiquattro monasteri di monache con da cinquecento donne; dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta in trecento cappellani preti. Trenta spedali con più di mille letta da allogare i poveri e infermi.

Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o più, e facevano da settanta in ottanta mila panni, che valevano da un milione e dugento migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne più di trenta mila persone. Ben troviamo che da trent’anni addietro erano trecento botteghe o circa, e facevano per anno più di cento migliaia di panni; ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora non ci entrava e non sapeano lavorare lana d’Inghilterra, come hanno fatto poi.[199] I fondachi dell’arte di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani erano da venti, che faceano venire per anno più di dieci mila panni, di valuta di trecento migliaia di fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze, senza quelli che mandavano fuori di Firenze.[200] I banchi de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro che si batteva era da trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro, e talora quattrocento mila; e di danari da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa venti mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; Notai secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe di Speziali cento,[201] molti altri mercanti, merciai e di molte ragioni artefici. Erano da trecento e più quegli che andavano fuori di Firenze a negoziare.[202]

Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la gabella della macinatura e per gli fornai, che ogni dì bisognava alla città dentro centoquaranta moggia di grano; non contando che la maggior parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con loro famiglie stavano quattro mesi l’anno in contado, e tali più: l’anno 1280, che era la città in felice e buono stato, volea la settimana da ottocento moggia. Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque mila cogna; e quando vi è abbondanza, circa dieci mila più. Buoi e vitelle l’anno quattro mila, castroni e pecore sessanta mila, capre e becchi venti mila, porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni anno per la porta a San Friano quattro mila some di poponi.