In questi tempi avea in Firenze le infrascritte signorie forestiere, che ciascuna teneva ragione e avea corda da tormentare; cioè il Potestà, il Capitano e difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore degli Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia ovvero Conservatore del popolo, il quale avea più balía che gli altri. Tutte queste quattro signorie aveano arbitrio di punire personalmente: e più, il giudice della ragione e dell’appellagione, il giudice sopra le gabelle, l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di ufficiali ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, la corte del vescovo di Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica pravità.
La città era dentro bene situata e albergata di molte belle case, e al continovo in questi tempi s’edificava a farle viepiù agiate e ricche, recando di fuori belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese cattedrali e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. Oltre a ciò, non v’era cittadino popolano o grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande e ricca possessione con belli edifici e molto meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava, e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì magnifica cosa era a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i più credevano per li ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; senza i ricchi palagi, torri, cortili e giardini murati più di lungi alla città, che in altre contrade sarebbono chiamate castella. Insomma, si stimava che d’intorno alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abituri che due Firenze non ne avrebbono tanti.
ENTRATE DEL COMUNE.
Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in questi tempi per gabelle; e quando bisognava per le guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, con guiderdoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte gabelle furono levate per noi diligentemente da’ registri del Comune; e, come potrete vedere, montavano l’anno circa a trecento mila fiorini d’oro, talora più talora meno: che sarebbe gran cosa a un reame, nè il re Roberto ha d’entrata tanti, nè quello di Sicilia nè quello d’Aragona.
La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia e cose ch’entravano e uscivano della città, fiorini novanta mila dugento d’oro. La gabella del vino a minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto mila trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira l’anno, fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, vendendo a’ cittadini lo staio soldi quaranta di piccioli, e a’ contadini soldi venti, montava fiorini quattordici mila quattrocentocinquanta: queste quattro gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni de’ rubelli sbanditi e condannati valeano l’anno fiorini settemila. La gabella sopra i prestatori ed usurieri, fiorini tremila. I nobili del contado pagavano l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti valeva l’anno fiorini ventimila.[203] La gabella delle bestie e del macello della città, fiorini quindicimila; quella del macello del contado, fiorini quattro mila quattrocento; quella delle pigioni valeva l’anno fiorini quattro mila centocinquanta. La gabella della farina e macinatura, fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella de’ cittadini che vanno di fuori in signoria, valeva l’anno tre mila cinquecento. La gabella delle accuse e scuse, fiorini mille quattrocento. Il guadagno delle monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e piccioli, pagato l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I beni propri del Comune e passaggi valevano l’anno fiorini mille secento. I mercati nella città delle bestie vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, misure e paci e beni in pagamento,[204] fiorini secento. La gabella della spazzatura d’Orto San Michele e prestare bigonce, fiorini settecento cinquanta.[205] La gabella delle pigioni del contado, fiorini cinquecento cinquanta; quella de’ mercati del contado, fiorini duemila. Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono fiorini ventimila, e gli più anni montano troppo più. L’entrata de’ difetti de’ soldati da cavallo e da piè valeva l’anno fiorini settemila.[206] La gabella degli sporti delle case, fiorini settemila: quella delle trecche e trecconi, fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del sodamento di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni,[207] fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini cento l’anno. Quella de’ foderi di legname che viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella degli approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno fiorini dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli delle Arti, la parte del Comune si fa l’anno valere fiorini trecento. La gabella sopra le possessioni del contado, fiorini......; quella delle zuffe a mani vuote si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille in su,[208] fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, fiorini..... Somma da trecentomila di fiorini d’oro e più.
SPESE DEL COMUNE.
Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, cioè che erano di necessità per anno: il fiorino d’oro valeva tre lire e soldi due di piccioli.
Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire quindici mila dugento quaranta di piccioli. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, lire cinque mila ottocento ottanta. Il salario dell’Esecutore degli Ordini della giustizia contro a’ grandi con la sua famiglia, lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta cavalieri e cento fanti, fiorini ottomila quattrocento d’oro l’anno: quest’ufficio non è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice delle appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento. L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti, lire mille. L’ufficiale sopra la piazza d’Orto San Michele e della Badia, lire milletrecento. L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire mille. Gli ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati, lire dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del Comune e loro ufficiali e massari e loro notai e frati che guardano gli atti del Comune, mille quattrocento. Gli ufficiali sopra le rendite proprie del Comune, lire dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori Priori e di loro famiglia costa l’anno lire tremila secento. I salari dei donzelli e servitori del Comune, e campanai delle due torri, cioè quella de’ Priori e quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano, con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia de’ signori Priori, lire cinque mila dugento. Il notaio forestiere sopra le Riformagioni e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Per lo pasto de’ Lioni;[209] torchi e candele e panelli per li Priori, lire duemila quattrocento. Il notaio che registra nel Palagio de’ Priori i fatti del Comune, lire cento. I messi che servono tutte le signorie, per loro salario, lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, trombette in numero dieci con trombe d’argento, per loro salario, lire mille. Per limosine a religiosi e spedali, l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che guardavano di notte alle porte della città, lire diecimila ottocento. Il palio di sciamito che si corre l’anno per san Giovanni, e quelli di panno per san Barnaba e per santa Reparata, costano l’anno fiorini cento d’oro. Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune, lire milledugento. Per ambasciatori che vanno per lo Comune, stimati l’anno fiorini cinquemila d’oro e più. Per castellani e guardie di rôcche le quali si tengono per lo Comune di Firenze, fiorini quattromila. Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma l’opportune spese, senza i soldati a cavallo e a piedi, fiorini quarantamila d’oro e più l’anno. A’ soldati a cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero fermo, ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni che occorrevano al Comune; ma al continuo si può ragionare, senza quelli della guerra di Lombardia, non facendo oste, da settecento in mille cavalieri e altrettanti pedoni continuamente. Non facciamo conto delle mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica del Duomo), e di più altri lavori di Comune, che non si possono mettere in numero ordinario.[210]
Capitolo VI. GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.]
I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni aveva fatti e componevano il distretto, erano per la cacciata del Duca d’Atene perduti, come noi già notammo; ed a Firenze non rimaneva se non l’antico suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, ma sgombro però dalle giurisdizioni baronali o dai castelli che d’ogni parte ed a molto piccole distanze erano attorno alla città. Il danno però non si deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro il farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della ricchezza era dentro alla città stessa, componendosi l’entrate quasi interamente di gabelle cittadine: i luoghi soggetti si amministravano da sè stessi, perchè il diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel che andasse alla Repubblica, portava il carico della guardia: veramente il maggiore scapito era dei potenti cittadini che risedevano nelle terre suddite o potestà o capitani, o con altro titolo ed ufizio; e vi acquistavano clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro. Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva ad essere menomata di tutto il numero di quei soldati ch’essa imponeva in caso di guerra per ciaschedun luogo del dominio, e questi dovevano tenere in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli amici o averli sudditi veniva quasi all’effetto stesso; e sino a tanto che le città e le altre terre si governassero a parte guelfa o popolare, di cui Firenze stava a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla, perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla Repubblica mantenere nelle terre circostanti le signorie popolari; ed agli acquisti era condotta (quando non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. Tollerò quindi pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze cercò mutare in amistà, finchè gli umori che in esse nutriva non facessero un’altra volta quei luoghi medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica non abbisognasse per sua propria difensione porvi la mano ed assicurarsene.