Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere dei Fiorentini, i quali ebbero in quella mossa d’un tratto solo anche San Gimignano, nobile terra e cospicua sempre per le alte torri che ivi rimangono in molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture di cui l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero nascimento:[211] la quale però certo è che venne a decadere, perduto ch’ebbe con l’indipendenza la pienezza della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno illustri e poi consumano sè medesimi. Matteo Villani scrive che i Sangimignanesi d’allora in poi dimenticate le contenzioni vissero in pace, badando ognuno a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il corso di altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. Vedemmo già come la terra di Prato si fosse data in perpetuità al Duca di Calabria per non volere la signoria de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono questi per diciassette mila cinquecento fiorini d’oro dalla regina Giovanna di Napoli figlia di quel Duca, bisognosa di moneta e che aveva altro da pensare: al quale mercato diede mano il gran Siniscalco Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella corte. E per essere signoria libera, la recarono a contado; diedero l’estimo ai Pratesi, e i privilegi come ai cittadini del Comune di Firenze: gli antichi ordini annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del Potestà tutti i giudizi di maggior conto: lo stesso fecero a San Gimignano. In Prato soleva dominare la famiglia dei Guazzalotri;[212] sette di questi, i Fiorentini perchè sapevano dovere essere malcontenti, tratti in Firenze con lieve scusa, fecero tutti decapitare per sola iniqua ragion di Stato. Ma il sangue sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato: ebbero infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori da Carrara uccisi con tale parità di circostanze che raro incontrasi nelle storie. Avuta Prato, i Fiorentini volsero l’animo a Pistoia. Ribelle non era, perchè la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo il pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero porvi guardia di pochi soldati, con che giurassero mantenere lo stato presente; questi, guidati da un leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno i rettori di Firenze vollero mattamente dare alla città.[213] Contro alla quale andati poi con oste molto più numerosa (e vi furono tra gli altri duemila cittadini di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia per accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, riformarono lo stato di quella città, rimettendovi la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più guelfi e più amici dei Fiorentini.[214]

Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo ad assicurarsi di Pistoia contro a un pericolo soprastante. Un gran delitto si commetteva allora in Italia, e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra le politiche scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, il quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, vendè per dugentomila fiorini d’oro la patria sua all’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti. Era Milano città più atta a nutrire la potenza che a vivere in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti. Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e Piemonte ventidue città; aveva la mano nelle cose di Romagna fin presso a Roma, allora vuota della sedia pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo vista di occupare Pistoia, per indi invadere la Toscana. Il trattato d’una lega con Siena e Perugia e con Mastino della Scala, pel quale si tenne congresso in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini consuete dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di lui si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già fatto lega co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti di Toscana. Ma co’ Fiorentini tranquillava; ed essi contenti d’avere Prato e Pistoia, non si provviddero altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale ad un tratto Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva in gran forza giù nel piano di Pistoia. Quivi gli giunsero ambasciatori del Comune di Firenze, a’ quali rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere pace ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di tutta Toscana: gli ambasciatori se ne tornarono. E l’Oleggio, che al vedere Pistoia essere ben guardata non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi conduceva l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: dove stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne per mancamento di vettovaglia, volgendo addietro per la Valle di Marina, andare a porsi nella pianura larga e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma sprovveduti, che abitavano quella valle. Di qui l’esercito del Biscione (questo nome gli davano per la biscia ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini che a lui rendevano sicura la via di Bologna, intantochè i Tarlati e gli altri Ghibellini di verso Arezzo si erano mossi: quell’indomabile vecchio di Piero Saccone, in età allora di ottanta anni o più, disperse l’aiuto dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la Scarperia. I Fiorentini, che da principio all’appressarsi dei nemici avevan sospetto di quei di dentro la città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero, ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: ad un Visdomini e ad un Medici venne fatto penetrare con loro gran lode nell’assediato castello; il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi e di steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani i molti assalti che ad esso diedero gli inimici;[215] e nell’ottobre di quell’anno 1351, tanto apparato di forze cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una Repubblica disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, che alla difesa del patrio suolo da sè bastavano; la potenza dell’Arcivescovo non aveva fermezza d’ordini sufficienti nè a comporre uno Stato forte nè a tentare le imprese grandi.

I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, se tanta mole di principato si mantenesse in Lombardia: quindi sprovvisti di ogni altro aiuto, i Papi essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini condotte al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero manomessa per l’occupazione di Bologna la compagnia delle città libere delle quali erano essi a capo, deliberarono accostarsi fra tutti i principi a quell’uno, a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia una potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.[216] La famiglia dei Visconti aveva nome di ghibellina: ma questo nome già invecchiato, più non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto di unità;[217] l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare senza l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in fatto a disconoscere quella suprema autorità che prima era la forza loro. Carlo IV di Boemia voleva scendere in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito che lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il principio del diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; e si appagava d’ogni omaggio, a lui parendo fare assai quando ottenesse di autenticare le franchigie delle città che si reggevano a repubblica; usato modo anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV dai suoi taccia di semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini quando era caso di mantenere o d’ampliare lo Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano chiamato già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro a’ Pisani nella Sardegna, e poi gli vedemmo sotto le mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi odiose di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con Cesare tirava seco altre conseguenze.

Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, il fatto stava contro al diritto: dottrinalmente non rinnegavano esse quell’alta sovranità che i legisti mantenevano e in questo popolo tanto guelfo viveva sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione; romano infine era l’Impero qual che si fosse l’imperatore, e le due somme potestà si congegnavano per tal modo che l’una all’altra erano necessarie. Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte da notari e da cancellieri, i quali s’intitolano imperiali auctoritate notarius, imperiali auctoritate judex. Certo che un principe alemanno male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè ebbe essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma quale si fosse quella imperiale supremazia, valeva però generalmente nella cristianità;[218] e dove manchi o non sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso e positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite nè certezza, ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. Ora ai politici Fiorentini sanare questa illegalità pareva essere cosa buona e da non perderne l’occasione, taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero loro di tutte poi accomunare le forze vive della città, togliendo via quelle esclusioni che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incremento, se troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, che poi turbarono la Repubblica.

Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,[219] era venuto in Firenze a trattare dell’accordo, verso la fine di quell’anno 1351, un tedesco vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimorato segretamente tutto quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune la notte andavano a parlamentare seco, andò la pratica molto innanzi. Ma non si venne a conclusione finchè nell’aprile dell’anno vegnente, fatti certi come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie[220] nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa Clemente VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle scomuniche, fino ad investirlo della città di Bologna e a lui mostrarsi molto propenso; i Fiorentini, rimasti soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze dell’Arcivescovo, si accordarono per la chiamata di Carlo in Italia, e pubblicarono il trattato.[221] Promise il detto vicecancelliere che dentro luglio verrebbe Carlo in Italia; ed oltre ai patti consueti del fornire cavalieri e del pagare moneta, i Fiorentini si obbligavano a riconoscerlo come Imperatore vero, con che egli assolvesse quei tre Comuni dalla condennagione in che erano incorsi fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse dei dominii e terre che essi avevano acquistate, mantenesse gli statuti della libertà dei detti Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero vicari dell’Imperatore mentre che fossero in ufficio: promettevano i Fiorentini pagare ogni anno in nome di censo danari ventisei per focolare, tributo di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai luoghi minori secondo i patti di dedizione; e gli altri Comuni, quello che era consueto all’Imperatore per antico. Subito poi furono mandati a Praga a Carlo ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e che gli dicevano le concessioni essere grande abbassamento della imperiale maestà; dall’altra banda, per i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il tempo del mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare e popolano contegno di questi, che offese Carlo ed i cortigiani suoi;[222] non si poterono accordare. Questo sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio di Stato è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì ultimo di giugno, condizionata però: non si voleva l’Imperatore obbligare a tempo certo per la passata, e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il trattato non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero giunte le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò quindi l’ambasciata senza effetto per allora, benchè in Udine rimanessero due di quegli ambasciatori a continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia, fratello naturale di Carlo IV:[223] e i Fiorentini, altro non potendo, fecero pace con l’Arcivescovo.

Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed inopinata. «La nobile città di Genova e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine e di quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte le nazioni che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia; per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna dai Veneziani e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero conoscere altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno Arcivescovo di Milano. E di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e le altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Mentone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e deposto il Doge e il Consiglio, prese la signoria e il governamento delle dette città e distretti; e aperte le strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al Comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.[224]»

Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire pace pe’ Genovesi che in addietro erano ad essa tanto nemici; ma i Veneziani vollero guerra, e strinsero lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga di Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e non fidandosi di potere tutti insieme resistere alla sua tanta potenza, si accordarono di fare scendere in Lombardia l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente, infino allora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: andò tra gli altri in Avignone Giovanni Boccaccio, singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice, su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già corso impegno, e da pertutto fu divulgata la fama che in breve passerebbe l’Imperatore in Italia. Dove era egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano, moriva, lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, esca novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero il passo all’Imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della corona del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli nelle città murate, la notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona guardia. Di verso Toscana niuno si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa, dove andò Carlo a porre stanza.

Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all’eletto Imperatore e al suo Consiglio che il Comune di Firenze s’apparecchiava alla difesa, e avendo a mente gli assedi che il quarto e il settimo degli Arrighi aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare le loro castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie ed ogni altra cosa di valuta. Poi gli mandarono ambasciatori in compagnia con quelli di Siena, come era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo, i Fiorentini esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro imposto, dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo Principe,» senza ricordarlo Imperatore o fargli atto di soggezione: del che i baroni e consiglieri intorno a lui pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella baldanza de’ suoi. I Senesi per contrario magnificando la imperiale Maestà, a lui offersero senza alcun patto la signoria del Comune: e in questo tempo i Samminiatesi e i Volterrani se gli diedero liberamente. I Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato in Pisa loro ambasciatori; e quei di Firenze volendo parlare in nome anche dei Pistoiesi, Carlo interpose quelle parole del Vangelo: ætatem habent, ipsi per se loquantur. Gli Aretini sostennero la libertà del Comune loro perchè non la manomettessero i Tarlati, i Pazzi e gli Ubertini, i quali erano con l’Imperatore; i Perugini si tennero fuori, come uomini di Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli per non offendere i Pisani fu contento di esortare quei cittadini alla pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice con molti prelati e signori d’Allemagna, e cavalieri in grande numero.[225]

Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, come propenso che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevano i Fiorentini procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in quelle corti.[226] I patti furono quasichè gli stessi in Firenze concordati; ma in luogo del censo di ventisei danari per focolare, che male a grado i Fiorentini voluto avrebbono consentire,[227] si obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e più quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di tutto quello a che la città fosse obbligata verso l’Impero, o che fosse di ragione per la città stessa e per le terre del contado e del distretto, o per altro qualsivoglia titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè la pratica si tenesse in consiglio molto stretto, gli obbligò a dare l’intera somma. I Fiorentini promettevano di rimettere i banditi per cagione d’ubbidienza prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione contro ad essi pronunciata: manteneva quello che prima era convenuto quanto al riconoscere il Gonfaloniere ed i Priori come vicari suoi: il che importava poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo così in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, e nell’esercizio della potestà sovrana mantenendo per espressa clausula di trattato le forme usate insino a qui, mores laudabiles; e perciò «non si mandino ufficiali se non del popolo e comune, secondo le leggi: siano quelli sindacati con le forme che sono prescritte dagli Statuti: il magistrato dei Priori riceva sommissioni e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti all’Impero.[228]» Un articolo speciale manteneva l’indipendenza del Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma delle provvigioni qualunque si fossero (tra le quali erano quelle contro a’ nobili) e degli acquisti fatti in più anni dalla Repubblica, fu l’osso più duro,[229] perchè in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, e bramando qualcosa fare a pro dei grandi che aveano l’animo a lui volto.[230] Durava l’accordo quanto la vita di Carlo; di che le due parti si contentarono egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome principe elettivo, le ragioni dell’Impero.[231]

Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori e sindachi del Comune prestando omaggio all’Imperatore e sacramento di fede, sotto la condizione de’ patti e convenienze le quali erano state prima fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere patenti accettata una protesta dei Fiorentini, per la quale s’intendesse che il giuramento di fedeltà non obbligava il Comune di Firenze più in là che non fossero obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di Toscana, e senza pregiudicare ai privilegi e diritti insino allora esercitati dal Comune di Firenze.[232] Aveva Carlo promesso inoltre di non entrare della persona sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè a dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi sue genti armate: ma questo egli disse in voce nel giardino de’ Gambacorti ed in presenza di testimoni, perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea bramato vedere Firenze, fu deliberato non ricevere; molti però di quei signori, passando, furonvi albergati sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo, richiese Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, uno grande e uno popolare, con dugento barbute di gente eletta, con l’insegna del Popolo (il giglio ed il rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna del Popolo di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» Il quale per Volterra e Siena andato a Roma, fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile 1355, dal Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il Pontefice gli aveva posta condizione che non dovesse ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei Nove, e di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il quale essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento tutto popolare che aveva Carlo istituito. Aveva in Arezzo accomunato la città ai Ghibellini ed ai Guelfi, con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi in San Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, di nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: da essi accolto ed onorato, alloggiava nelle case loro; ma bentosto nacquero tumulti per operazione della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi morirono dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo minuto inclinava per l’Imperatore. Il quale pigliando grande sospetto dei Gambacorti, tre di essi fece decapitare, con sua vergogna ed ingratitudine male trattando quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII avolo suo:[233] quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche e le città che i Visconti signoreggiavano, fece ritorno in Allemagna.[234]