Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare, e fatte, essere ipso jure irrite e nulle, senza che prima fosse consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla Camera Apostolica, e più di essere ipso facto dichiarato e tenuto per Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare. Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295]
Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini, porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti, Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento; e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi; e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova essere scemata l’autorità di quel magistrato.
Capitolo VIII. GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]
Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica, questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati, lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti) pericolare la libertà.
I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’ Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini, usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297]
La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298] Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299] mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti: ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300] E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo, chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato, ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro, veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti.
Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie, per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto, perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori: quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila; poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse: queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare minutamente nell’istoria della Repubblica.
Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza, ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo a favellare.[304]
Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso anche le terre dei Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi e degli Aretini, costringendoli, com’era usanza, a riscattarsi dalle devastazioni per molto danaro. Siena bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo anche i Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: v’entrò anche Arezzo, ch’avea alle coste la minaccia dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi s’aggiunsero alla confederazione, bensì con patto di non inviare genti a soccorso di chi occupasse i possedimenti della Chiesa.[305] Laonde Firenze, a sè cercando più saldo appoggio e di maggiore riputazione, non temette collegarsi al più antico e più costante dei suoi nemici, Bernabò Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte guelfa, cercato indarno di storpiare quella lega, la quale si trova, nè senza ragione, biasimata da taluno di quelli stessi ch’erano pure dei più caldi per la guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, avvalorato in quello scrittore anche dai fatti che ne provennero. «Fu tenuto allora da molti buoni e savi cittadini che questo fosse de’ rei partiti che il Comune pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere e fare discredenti i prelati superbi, malvagi e ingrati, che allora reggevano e governavano la Chiesa di Dio, non dovevano però in tutto mortificare e disfare lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono stati d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, e con questa collegazione gli avevano sempre tenuti a freno: e però seguì che, disfatto lo stato della Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca di Milano, ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore ecclesiastico; e oltre a ciò spese la nostra città in detta guerra tre milioni di fiorini, di che seguì che i nostri mercatanti perderono molti avviamenti e traffichi per lo mondo; e forse per questo seguirono poi le discordie cittadinesche, per le quali il reggimento venne in mano de’ Ciompi e popolo minuto.[306]» Ma vero è poi, che ai Fiorentini quella guerra non parve che fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome avvenne, che la riputazione della possanza di Bernabò avrebbe condotto più agevolmente all’effetto che essi cercavano, quello cioè di rubellare al Papa lo stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro che prima solevano avere alle mani loro il governo delle città. Cotesta era guerra meno prode che efficace, e fu dagli Otto proseguita con sagace e appassionata operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e con gli amici che avevano sparsi per le terre della Chiesa, o man mano guadagnavano; in sè concordi, e senza intralcio d’altrui sindacati, portati a cielo da grande aura di favore popolare, encomiati delle opere loro perchè la città non si credette in altro tempo mai essere stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto Santi. Molto facevano col danaro, ma chi delle terre della Chiesa volendosi rubellare cercava aiuto d’armati, lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro scrittovi Libertà in bianche lettere a traverso: se alcuna terra si volesse dare ai Fiorentini, non l’accettavano. Così molte furono in pochi dì liberate: «poi, alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure alla Chiesa era tolta;[307]» e ciò bastava.
Città di Castello fu la prima che, levando rumore e soccorsa dai Fiorentini, si ribellasse: seguitarono Perugia, Orvieto, Montefiascone, Viterbo; in questa rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che infino allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: poi Todi, Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna Forlì dove tornarono gli Ordelaffi, come in Imola gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi Fermo ed Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città minori o terre o castelli: la prima cosa era atterrare le fortezze che i Legati dentro vi avevano fabbricato. «Pareva che intervenisse delle terre della Chiesa come d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre, rovina quasi tutto il resto.[308]» Allora il Papa assoldò in Provenza alcune migliaia di Brettoni, uomini in guerra valorosi, in pace crudeli, per fargli scendere in Italia. Citò a comparire i Signori ed i Collegi, e nominatamente gli Otto della guerra, sotto minaccia delle più gravi censure e pene che allora fossero in casi simili proferite, se rimanessero contumaci. Ma insieme volendo alla conciliazione aprire una via, mandò in Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e un Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di Castello e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, purchè non andassero più innanzi con la guerra. Per questo si tennero molte pratiche e consigli di richiesti; ed era la pace già deliberata, quando gli Otto, che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che in Bologna si era offerta, strinsero i trattati che avevano dentro e vi mandarono gente, sì che la città levata in armi cacciò il Legato: erano ancora gli ambasciatori in Firenze quando giunse la novella, e si fece grande festa decretando fosse quel giorno solenne allora e in perpetuo: tanto più sfoggiavano in cosiffatte dimostrazioni, quanti più erano i contrari.