Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non si soglia da noi; ma ci spediremo brevemente di un’altra guerra di maggior conto, della quale più ne importa esporre le cause che narrare le battaglie, perchè non fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 una co’ Pisani infinta pace, e la mala volontà era continua tra’ due popoli. Pisa ghibellina parea soffocasse dentro terra le ambizioni crescenti ognora dei Fiorentini e i commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per la pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino a ducento mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a trenta mila; da indi in su doveano pagare gli uni e gli altri due soldi per libbra. Ma dopo cacciati i Gambacorti, venuto il governo di Pisa in mano della fazione che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore di costruire altre navi per la sicurezza del mare infestato di frequente dai pirati, fecero a tutti essere comune la gabella dei due soldi, togliendo via le franchigie: avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero sopportato per l’agiamento del porto e la comodità delle strade. Ma superbia e guasti animi credo potessero più del computo; e la Repubblica decretando che i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato termine, s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio di Firenze andasse al Porto di Talamone, con l’agevolare le strade a quel porto e col disporre le albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i mercanti e vetturali pisani venivano presi e rubati sulla via. Quindi aggravarono il divieto decretando che chi procurasse o consigliasse o in palese o in segreto tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona. Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del mare con grande balía, nel quale entravano due de’ grandi perch’era ufficio del Comune, e perchè i grandi per le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle cose della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile danno e solitudine della città loro, tanto che vi ebbero congiure per le sofferenze degli artefici e il desiderio che aveva il clero dell’antico reggimento. Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova Simone Boccanegra, del quale erano grandi amici, e n’ebbero sei galere, sperando per quelle chiudere Talamone, e che ogni naviglio fosse menato a scaricare a Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza a fare armare galere; chè prima d’allora non aveva la Repubblica avuta armata nel mare; ed alle mercatanzie loro si procacciarono una via di Fiandra per terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa lietamente comportando per mantenere l’impresa.[268] Tentarono anche i Pisani Talamone per mare e per terra, ma lo trovarono ben guardato dai Fiorentini e dai Senesi: lo strano impegno continuava, cercando i Pisani a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza le navi, le quali andassero non che a Pisa a Corneto ed in altri porti, avendo armate a questo effetto in Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno. Con le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la grida che sotto piccolo nolo avrebbono caricate con sicurezza per Talamone le mercatanzie sulle galere del Comune di Firenze; ed i Pisani, per la meglio, mandarono il bando che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini era proposito mostrare ai Pisani che senza loro ed il loro porto potevano fare, ch’era un averli a discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti i Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire il segreto, confessa pure che a cercare sottilmente lo stato in che erano le due città, questa materia aveva dentro più che al difuori non apparisse.[269]
Così cercavano le due parti di schermirsi dalla guerra che poi nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; da chi voluta, mal si direbbe. Ai Fiorentini era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno, avendo i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente retta da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano Belfredotti), ma debole sempre contro alle insidie o agli assalti delle maggiori città vicine, per la scarsezza dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano i Pisani tentato Volterra, che allora sarebbesi accordata per la meglio ricevere da Firenze il Capitano di guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini, cortesemente avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro discorso occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze del tiranno per via d’un’altra scelleratezza, fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero quella città e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio ai Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai luoghi forti ed alle marine. E frattanto Piero Gambacorti con la forza di settecento soldati ungheri era fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la quale sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini. Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio Lupo, nobile di Parma dei marchesi di Soragna, si diedero in fretta a provvedersi di gente; scegliendo uomini volonterosi ed atti alla guerra, che formassero le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si era dovuto anche pe’ contadini il servizio personale commutare in una tassa, che essi pagavano con grande loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni e soldati forestieri:[270] bene potevano essere chiamati quando era necessità, scontando la tassa, come avvenne in questo tempo; ma era servigio dannoso e disutile: e tutto il nerbo della guerra stava negli Ungheri e Tedeschi.[271]
Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e abbiamo registro[272] di ventisei compagnie, la maggior parte di forestieri, le quali sotto varie insegne e nomi diversi furono in quegli anni tenute a soldo dai Pisani. Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano per le strade loro passeggiare baroni e cavalieri armati d’ogni nazione: tra gli altri, un Ridolfo ed un Giovanni di Habsburgo vennero l’anno 1365 agli stipendi dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona tolto ai Pisani furtivamente, questi riebbero per assalto. Di Val di Nievole si portò la guerra tosto in Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate castella di picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari e rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; quando per dappocaggine o malizia dei consiglieri o commissari che la Repubblica inviava a stare a guardia del capitano, Bonifazio fu deposto da quell’ufficio; egli accontentatosi nobilmente di servire nella qualità di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da Camerino, che gli aveva tolto il luogo suo. Viveva quegli poi molti anni in Firenze, dov’ebbe cittadinanza, ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la fondazione d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene anche oggi il suo nome.[273] Ridolfo avuta con lungo e faticoso assedio la terra di Peccioli, e corso anch’egli inutilmente devastando il piano e distruggendo nobili possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon frutto non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, condotto dai Fiorentini con quattro galere, facea buona prova; tenendo questi a grande onore umiliare Pisa colà dov’era la forza sua; tantochè avendo occupato per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo le rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali fino ai giorni nostri restarono appese alle colonne di porfido presso alla porta maggiore del tempio di San Giovanni. Altre due galere aveva mandate in servigio della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli grande Siniscalco del regno di Napoli.
Continuava la guerra tutta quella state, nè per il verno cessavano le due parti dall’assalire castelli, avendo i Pisani tentato Barga e Pescia e Santa Maria in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre i Fiorentini sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi avere Lucca per trattato, da quella furono ributtati per la diligenza dei Pisani. Avevano questi sul principio della guerra (se fede intera prestar si debba al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori per bando crudele.[274] E in Garfagnana si raccendeva feroce la guerra nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri da Baschi capitano de’ Pisani avendo rotte due grosse bande di cavalieri e fatto prigioni i due valorosi capitani che avea mandati Piero da Farnese a rifornire le castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe splendida rivalsa presso al Bagno a Vena, dove la battaglia due ore e mezzo fu combattuta pertinacemente con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con la spada in mano, e seco molti valenti uomini e le insegne dei Pisani. Del che in Firenze fu molto grande e popolare allegrezza, entratovi Piero quasi trionfalmente: e subito quindi correva egli sotto Pisa e fino alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù di soldato e perizia di capitano. Ma egli moriva in quei giorni della peste ch’avea ritoccato di nuovo in Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del quarantotto: di lui fu grande e universale compianto, ed ebbe esequie splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna una statua equestre di legno che stette infino a questi ultimi anni nel maggior tempio; dove Piero da Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di quando egli, mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato dai suoi, montò sopra un mulo da soma e a quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu tanto allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al modo stesso come era morto Giovanni, Matteo Villani che la storia sua condusse infino all’ultimo giorno della vita: quando s’apprestava a raccontare l’esequie di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta, continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo suo figliuolo, più letterato dei suoi maggiori, ma istorico troppo da meno, al breve saggio che egli ne diede.
Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la guerra, dacchè i Pisani ebbero condotta ai loro stipendi una compagnia d’Inglesi che aveva nome la Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro a Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela da dosso; era egli avverso ai Fiorentini e amico ai Pisani: avriano potuto i Fiorentini farsi innanzi, molti di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra gli altri essendo guida in Italia della compagnia; ma invece trassero di Alemagna poche altre genti capitanate dal conte Arrigo di Monforte, all’uopo scarse e di minor conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato camminavano inverso Firenze per il piano di Pistoia infino alle porte, guastando al solito case e ville, correndo palii e impiccando asini; finchè ritrattisi all’udire le campane di Firenze suonare a stormo, discesi a Empoli per i poggi, di là per il Chianti si andarono a posare nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa terra e il castello di Figline. Campeggiarono tutto il Valdarno ad agio loro alquanti dì, ed all’Incisa avendo rotta l’oste fiorentina che si faceva loro incontro,[275] un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze da opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era capitano messer Pandolfo dei Malatesti, il quale o che pe’ mali ordini del governo gli paresse necessario, o che a pro suo volgesse in mente consigli malvagi, chiedeva gli dessero giurisdizione di sangue nella città e fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che negatogli e tumultuando la città che ricordava il Duca d’Atene, male potevane avvenire; quando saputosi che gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando i poggi del Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura e s’acchetarono i sospetti.[276] E già il verno soprastava, nel mezzo del quale non si ristavano quella dura gente degl’Inglesi dal correre e dare il guasto alle terre cercando preda. Con maggior impeto e più ordinata battaglia si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera; e più volte ebbero a sè propizia la fortuna delle armi, tenendo stretti nella città i Fiorentini con disagio e con pericolo molto grande; quando ecco si videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra loro dividersi e insieme combattere, essendo una parte già compra, e l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a Cascina rimanendo vinta in molto grossa battaglia. Ed in quei giorni anche fu preso ed abbruciato Livorno per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato nelle compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, come i nobili spesso facevano, e di rado utile alla patria sua. Così tra le due città rivali erano venute a pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano V già s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni sofferti e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente consigliavano, e che Giovanni dell’Agnello, che si era in Pisa levato a doge, promoveva pe’ suoi privati disegni. Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze pubblicata non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali quali com’erano state innanzi la guerra: tornava meglio alle due città se non l’avessero cominciata.[277]
La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento di dignità, veniva a rendersi ogni giorno più, non che odiosa agli Italiani, subietto amaro alla riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e Urbano V, benchè francese, non prima assunse il pontificato che pose mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. Questo annunziava egli col pigliare il nome d’Urbano. Muovevanlo i danni che ne venivano alla Chiesa, e lo squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul papato i re di Francia, ed ultimamente per le guerre di quel regno parevagli fosse male sicura ivi la dimora: vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli al dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le armi e per le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia della presenza dei papi, che il nuovo stato costituisse e gli acquistasse la moral forza; si confidava con la presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni e dalle rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;[278] sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti che fu insigne per malvagità anche tra gli uomini della casa sua, e che d’ogni erba faceva fascio. Si accordava al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva questi passando in Italia nel tempo stesso che il Pontefice, meglio rialzarvi l’imperial nome e confortarne l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza di Bernabò, che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo suo. Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella primavera del 1367, e dimorato alcuni mesi in Viterbo, a’ 16 ottobre faceva l’entrata solenne e lieta veramente nella desolata Roma, in mezzo al corteggio dei signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e l’Imperatore e il Re d’Ungheria la regina Giovanna di Napoli e i signori di Mantova e di Padova e di Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti, alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento si rifiutarono aderire. Oltre al tenere in gran sospetto quell’amicizia tra ’l Papa e Cesare, pensavano come per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà più forte nella propria difensione e alla unità del comando, le forze di quante in Italia erano compagnie, cioè delle sole milizie vere che allora sapessero tenere il campo e mantenessero disciplina. Ma fuori anche di tutto ciò, per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni cosa; e della quale non saprei dire se fosse Carlo o più avido o più bisognoso.[279] Egli disceso nel maggio del 1368, trovata l’impresa più dura che in lui fossero l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti per molto danaro e piccioli ossequi o concessioni da loro fatte; e la lega fu disciolta, ed egli con poche armi recavasi in Toscana.
Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a Roma, accrebbe quivi lo splendore di quei giorni al Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in Siena, della quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo; ma ora cercando mettere in palagio un suo Vicario, infuriò la plebe, ed ei dovette salvarsi nelle case dei Salimbeni con suo pericolo e vergogna. A Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto lo stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero Gambacorti, dal quale ottennero essi la conferma degli antichi privilegi e aggiunta di nuovi, cosicchè allora per sempre cessarono dal fare porto a Talamone. Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani ricuperava dopo ventisette anni l’indipendenza; riordinandosi a governo per allora popolare e molto amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano le solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, come vedemmo, fossero libere le città una per una e spicciolate, ma non formassero uno stato di più insieme, e non facessero acquisti di terre senza il beneplacito di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra essere stata contro ai patti del 55, e grave scandalo gli pareva che la Repubblica si arrogasse dare castella in feudo ai signori del distretto, a sè rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da Lucca e da Siena e da Pisa e dai Visconti avuti buon numero, tornò in Germania soddisfatto. Ma lasciava però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione di San Miniato; non poteva quella terra dimenticare l’essere stata rôcca ai Vicari dell’Imperatore; e molti avendo e possenti nobili usati al vivere ghibellino, le istituzioni popolari male vi sapevano allignare: quelli umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini, partito lui, di già si erano accampati sotto alle mura della città, allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo si ritraessero, avendo avuto egli dall’Imperatore il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica questa volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva essere ben guardata. Ciò nonostante in un primo scontro ebbe la peggio, ed i nemici erano corsi fino alle porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si tenne finita in Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il capo, e i ragazzi della plebe fiorentina addosso a loro inferocivano. Si disperderono le casate dei Sanminiatesi, e una donna della famiglia dei Borromei, portò a Milano le sue ricchezze.[280] Il Pontefice, che da gran tempo lodevolmente sollecitava le città e i principi dell’Italia a unire insieme gli sforzi loro contro alle straniere Compagnie, si era da ultimo collegato ai Fiorentini; talchè quella guerra si protrasse fiaccamente qualche altro mese in Lombardia, finchè una pace venne conchiusa massimamente perchè il Papa si era tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne egli a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370.
Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica: l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni. Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze, la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato. Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona, o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282]
Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo, che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285] le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363, poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma (come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti, più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie: questo si ottenne a gran fatica.[289]
Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano: egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di paperini, giocando sul nome quasi che fossero paterini. La setta degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi, dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi.