Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;[258] ed egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa tra i Ricci e gli Albizzi ed alla zuffa in Mercato Vecchio attribuisce tutto quel fatto dell’ammonire, scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione la quale allora ebbe principio, a quelle che furono prima tra’ Cerchi e i Donati, e tra gli Uberti e i Buondelmonti. Ma le fazioni che in antico si combattevano con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,[259]» perchè il governo popolare era oggimai costituito. Armate erano tuttavia le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, come erano quelle ad ogni pretesto de’ maggiori cittadini; e armate pure noi troviamo quelle dei Bordoni.[260] Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato di Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo privati i nobili del governo dello Stato, cadeva questo in democrazia, contro alla quale gli ambiziosi dapprima insorsero con l’escludere i nuovi uomini e forestieri, poi col batterli come Ghibellini: il che era stato più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci fossero nate inimicizie, quanto almeno noi sappiamo. Si noti pure come della contesa tra quelle due case, Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non faccia parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, quasi temesse di nominarli, battuto essendone egli stesso come seguace della contraria parte: ma nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè da Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque vissuti in una età oramai sicura da quei timori e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli mettono innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle sètte; ma il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie è tutta cosa del Machiavelli.

Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che indi nacquero, dovette essere pure incentivo, benchè taciuto dagli storici, il trattato che si fece nel corso appunto di quegli anni con l’imperatore Carlo IV. Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 le prime mosse del magistrato di Parte guelfa contro a’ Ghibellini, dichiara egli in solenne modo ciò essere stato per le apprensioni che allora dava alla Parte guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo con questo stesso Imperatore, e noi dicemmo con qual mistero pei molti ch’erano a ciò avversi. Nell’aprile del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di molti. Dopo di che un’ambasceria andò in Germania per la ratificazione; ed ecco subito le contrarietà in Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno a mani vuote, che fu in settembre dell’anno stesso. L’accordo per allora andò a monte, nè altre parole se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacque la Parte guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; sinchè alla fine tre anni dopo, e quando era l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con violenza quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. Così a me sembrano quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel legamento che pur dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso poi noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di Parte guelfa, e quasi essere soperchiato, un poco innanzi alla seconda venuta in Italia dello stesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoichè Carlo si fu partito.

Dicemmo noi come la parte che più era popolare, ed alla quale apparteneva Matteo Villani, promovesse quel trattato per cui venivasi ad autenticare il governo delle Arti costituite dopo il 43: quello stesso Imperatore aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo Villani, che è il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n’è grande sostenitore, molto era avverso al magistrato di Parte guelfa; dal quale venne anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla quale i Ricci presiedevano: e di Uguccione, ch’era capo di questa famiglia, dice il Velluti,[261] ch’egli «recava a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.» Uguccione andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima volta, e quando tornarono gli altri quattro colleghi suoi, perchè la parte contraria ad essi ed al trattato in Firenze prevaleva, rimase in Udine a cercare se la pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in Pisa; e andato a lui ambasciatore, e nate essendo difficoltà, venne in Firenze a procurare si conchiudesse a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le facoltà agli ambasciatori:[262] alla fine sottoscrisse quel trattato, e fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per contrario, niuno degli Albizzi ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli ottimati voleano fare a sè sgabello del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali tradizioni, contro all’abuso del nome guelfo: qui stava il nodo della contesa. Ma vero è poi che le due parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi franche e sicure le volontà ed i propositi di ciascuna, com’era al tempo di quelle guerre che prima i grandi ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’ grandi.

Capitolo VII. LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.]

L’occasione o il pretesto pel quale si armavano allora le case dei possenti cittadini era l’entrata in Toscana della grande Compagnia; di quell’esercito di ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia, miseria non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento noi vedemmo per alte contese accozzarsi le nazioni; ora guerre da per tutto, ma un combattersi alla rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga conto: nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse meglio. La Francia invasa e calpestata per cento anni dagli Inglesi, che ad entrambi fu ruina e arretramento di civiltà; in Allemagna l’Impero debole, ed un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure dei feudi e per argomenti di genealogie, come in Italia per le disuguali fortune dei popoli e pei contrasti tra le città. Nella Germania era la guerra fine a sè stessa ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra noi la grassezza della vita e le arti e i commerci facevano un popolo tanto proclive alle discordie, quanto alieno dalle armi; queste avevano di che pagare, fidate ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse civili fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere al soldo della Repubblica e avere in mano le forze sue. Infatti costoro allorchè s’accorsero in Italia essere grande numero, ed i paesani disusarsi ogni dì più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in compagnie vivendo di ratto, anzichè del soldo che spesso mancava; avvisandosi che se a loro venisse fatto di occupare alcuna buona città, le altre tutte facilmente a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a guardia dell’Impero, e poi l’avevano per sè tolto: muovevangli ora le stesse occasioni e le cupidità stesse, ma essendo già in loro cessato l’impeto delle invasioni prime, per anche non erano fatti capaci alle conquiste per via d’eserciti regolari.

In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato le vaganti Compagnie: lo stesso in Italia, cessata la guerra del Re d’Ungheria contro alla regina Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi uscito del reame insieme ai soldati ch’erano stati con la Regina e col marito di lei Luigi di Taranto, fece di tutti una Compagnia in numero forse di tremila cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e le altre vicine contrade.[263] Dipoi essendo il governo della Compagnia venuto alle mani di un cavaliere provenzale dell’ordine degli Spedalieri di Gerusalemme, il cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i nostri lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo grande alla preda, tirò a sè quanti più fossero per l’Italia uomini d’arme senza soldo, talchè si trovarono seco bentosto settemila paghe di cavalieri, che cinque mila o più erano in arme cavalcanti, con più di millecinquecento masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la Compagnia per fare male e «pascersi della carogna.[264]» Le femmine lavavano i panni e cuocevano il pane, Fra Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da fare farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non entrava in terre murate, mantenersi in abbondanza. Avevano l’anno 1354 vernato nella Marca; donde accennando verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che erano i più esposti, vedendo potersi per le offerte di Fra Moriale senza loro danno levare la Compagnia da dosso, diedero a questa il passo e le vettovaglie per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di cose che a loro fossero necessarie. Lo stesso avea fatto il Vescovo di Foligno e poi fecero i Senesi e gli Aretini, patteggiando con la Compagnia; la quale scorreva baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando le biade dei campi pe’ loro cavalli e quante altre cose potessero giugnere, e predando uomini e bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi trapassato San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, perchè avevano preso la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro all’Arcivescovo di Milano per centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini d’oro; e nell’accordo si leggono registrati fino a dugentotrentaquattro uffiziali. Avuta poi la condotta, se n’andarono per Val di Rubbiana alla Città di Castello, avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia a Currado conte di Lando[265] e fecelo suo vicario, egli recandosi a Perugia e più tardi a Roma; dove per comando di Cola di Rienzo fattogli processo come a pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la Romagna e la Toscana e la Marca, gli fu tagliata la testa. Non credo che fosse pura di tradimento e di avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta si avesse quell’antiquario della libertà romana, il quale perchè sapeva lejere li pataffi,[266] si credè nato a resuscitare la potestà tribunizia in quella Roma che fu deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le torri armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in mezzo alla città stessa.

Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte di Lando condusse nel Regno la Compagnia, dimorata quivi ad agio più mesi per la scioperatezza del re Luigi di Taranto: indi poi tornò nella Marca, e tratto danari da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, si fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i Signori di quelle città contro ad Egidio Albornoz Legato del Papa, che ivi guerreggiava da più anni. Ma stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi da ogni parte per vaghezza della preda, non per affrontare nemici in campo. Vivevano senza far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che a ciascuno meglio pareva accordarsi con la Compagnia per danaro che contrastare con quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di Narni a predicare l’indulgenza con grande solennità; dove fu tanto il concorso, che non poteva egli resistere a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo, e in pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica in Romagna anche suoi soldati, e vi andarono masnade di cittadini e contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava al Comune di Firenze più di centomila fiorini, questa che riusciva non altro poi che una beffa. Imperocchè il Legato anch’egli scendeva agli accordi con la Compagnia per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua parte dovè il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, passata di nuovo contro a’ Signori di Milano, tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358.

In fin da quando la Compagnia la prima volta fu in Romagna, i Fiorentini vedendo ch’ella era in parte dove in un dì potea valicare l’Alpe ed entrare nel Mugello, formarono con bell’ordine una nuova milizia di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone secondo l’estimo tanti per cento; e nel distretto ne feciono scegliere a ciascuna comunanza, terra o castello, quelli che si conveniano. Ordinarono pe’ loro soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a casa apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, avesse venti soldi al mese, ed i conestabili quaranta; e quando erano in servigio, fiorini tre al mese. Nella città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme i balestrieri; e i vincitori aveano premio un bello e ricco balestro marcato del marco del Comune. Col mezzo di questa e di altre buone provvigioni i Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche per accordo gli Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento dei loro fedeli. Quivi fecero una tagliata per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi buoni ordini salvavano allora da ogni assalto la Toscana: ed allontanandosi la Compagnia, il Conte di Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo, passò in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, del quale comprava terre e castelli e riscotendo quelle che aveva impegnate. Appresso era stato con l’Imperatore, mostrandogli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi al Conte non si vergognava dare titolo di suo Vicario in Pisa; e fu detto gli desse in occulto maggiore legazione, se a lui venisse fatto di riporre sotto l’imperiale soggezione qualche altra parte della Toscana.

Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio 1358 trovò che avevano i Caporali della Compagnia chiesto il passo ai Fiorentini per la Toscana fino a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che rifiutato dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; ma il Conte scelse venire a patti; così che essendo la Compagnia in Val di Lamone, dovesse per la via di Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte ed a Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune dando loro la panatica per cinque dì, a loro spese. Gli ambasciatori mandati dai Fiorentini erano rimasti con la Compagnia per più sicurtà della condotta, sebbene fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i patti a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, e prese albergo in mezzo all’Alpe presso Biforco: ma come è uso di gente siffatta quando si sente potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le rapivano con brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori delle montagne, tra molte loro felicità, hanno invidiabili occasioni: quelli di Val di Lamone e i fedeli del conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro vantaggio, dove potessero nel trapasso rifarsi dei danni e vendicare gli oltraggi che avevano ricevuti. Il Conte di Lando, affrettandosi prima del giorno, mise sua gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia gli ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo con ottocento a cavallo e cinquecento pedoni e con le cose di più valuta. Era il cammino che avevano a fare aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti; e tale passo è detto le Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Per dove cercando i primi passare, furono dai villani assaliti e con le pietre indietro rispinti. Il Conte di Lando, che s’avea tratto la barbuta di testa e mangiava a cavallo, sentendo ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, e più ne gettavano con mano sopra la gente del Conte ch’erano nel basso, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo d’alto cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da cavallo un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani dalle ripe: ma poco gli valse; chè gli Ungheri, gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri stivali non potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e il cavallo ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa molti e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che erano scesi alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi per la morte di molti di loro inviliti, per la strettezza non erano abili in alcun modo a mostrare la loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance manesche. Il Conte, assalito da buon numero di loro, fe’ con la spada bella difesa; e alla fine non potendo s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed un villano il ferì con la lancia nella testa, chè s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, smontarono da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno poteva meglio, su per le ripe e pe’ burroni si diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro mariti almeno col voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento e’ danari e altri arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle circostanze dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato per moneta dai villani in luogo sicuro, fu quivi raccolto dal signore di Bologna Giovanni da Oleggio, che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga, egli curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.[267]

Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le schiere che già erano passate innanzi cominciavano a sbigottire. Ma con esse erano gli ambasciatori del Comune di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto, che le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. Gli ambasciatori che nonostante si sentissero in lealtà pure temevano per sè stessi, usando una autorità che non era commessa loro, ai molti armati che erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi da quelli, lasciando libero il cammino; e le due schiere si ridussero quel giorno stesso in Dicomano. Dove abbarrati come potessero con botti ed altro legname stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune aveva all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila erano balestrieri scelti, e quattrocento cavalli; ma più temevano gli Alpigiani, poichè gli avevano assaggiati. Udito in Firenze il romore di quei fatti, i rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono per il contado a far gente, che là si trasse da ogni parte per non lasciarli passare. E sebbene uno degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in Firenze, ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata e posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero in tre altri Consigli molto numerosi di richiesti, il preso partito fu ogni volta confermato e dato ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve tutti occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le uscite fossero più larghe; grande il numero dei pedoni mandati dal Comune o che per volontà vi erano tratti; gran voglia avea il popolo di levare di terra una volta quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse (crede Matteo Villani), in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della Compagnia per lungo tempo in Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori (un Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali contavano in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero più che al Comune i capitani mandati a reggere quelle genti; il potestà si trovò essere uomo di poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi della Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi insieme con gli ambasciatori, deliberarono trarre fuori a salvamento i rinchiusi e porli a Vicchio; il che era farli signori di tutto il piano di Mugello. Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate e le fosse, ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco furono messi alla retroguardia. E avendo fasciata la Compagnia co’ balestrieri del Comune di Firenze, li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare del pane che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne che non potendosi raffrenare i fedeli dei Conti dall’appiccare la mischia, i balestrieri ebbero comando dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo capitanata e non sapendo cui obbedire nè offendere, non si partiva dalle poste: il che vedendo quei della Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un aguato di cento Ungheri che si avevano lasciato addietro, avendo colto quei balestrieri che si erano fatti innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia, sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno cavalcando quarantadue miglia, non si fermò finchè si ridusse a salvamento in su quello d’Imola. Gli ambasciatori, fornito il servigio, tornarono a Firenze; e a chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La gran Compagnia vicina a disciogliersi per la mancanza de’ suoi capi, e indi ricomposta da un altro tedesco, Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta l’anno dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al contado di Firenze, trovò questo essere ben guardato, nè bastò a prendere sua vendetta. Quella volta Bernabò Visconti aveva mandato contro alla Compagnia aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri di Puglia in proprio e per comandamento di quel Re amico alla Repubblica.