Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie, talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo ingrandirsi della Repubblica.[332]

Capitolo IX. LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.]

Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere.

Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica invasione, a regni fiorenti.

La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei Siciliani.

Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti, nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico dovette qui essere più scarsa che altrove.

Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia, le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica, perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo. Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini meglio a riceverlo preparate.

Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato, volle e seppe essere cittadino.

Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione; poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i poveri e i deboli difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura; in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè disputavano l’impero sul mondo.

Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza. Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo, mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse. Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la rettitudine.