Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo. Gli stessi caratteri ebbe la Somma di san Tommaso, guida interiore dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità. Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza.

Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine), ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie.

Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa, necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto, levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua scritta della nazione.

Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che giovane lo aveva usato nella Vita Nuova senza che paresse a lui di far male, quando più adulto si diede a scrivere il Convivio, fece nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo De Vulgari Eloquio, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre, curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita. Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee, il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua, ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De Vulgari Eloquentia,» scrive il Boccaccio nella Vita dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una dottrina dell’Eloquenza Volgare, siccome aveva già nel Convivio annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma una scelta o pesatura (librata regula; Lib. I, cap. 18) delle voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia, la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il vagheggiato italiano illustre chiama in più luoghi latino illustre (così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato dell’Eloquenza Volgare.

A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile, e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro, ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante scriva che il volgare cercato da lui andava peregrinando e albergando negli umili asili. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia, nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro de Monarchia poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del Poema, la quale voleva non fosse Commedia, mesce più delle altre alle volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere, non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia, cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema.

A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità sufficiente, mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse proprio quello che a tutti è comune (Cap. 18). Ma (prosiegue egli) noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia corporalmente dispersa, perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe, qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione. Intende egli dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto introcque, usato una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto, ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito. Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare; ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva, scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani, tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva.

Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro, da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra, o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco.

Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate, le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la corte e la città, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura. Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina: ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno, e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava insensata l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare. Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso, gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra, e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia universale.

Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo, e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto; in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo: una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini, ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua, cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato senza affettazione.

In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita. Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le piaghe mortali d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe indarno, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca.