Eravi ancora il Parlamento generale o Consiglio pubblico, nel quale intervenivano i tre maggiori uffizi. Tutti gli altri Consigli e le dodici Capitudini ragunavansi in Santa Reparata ogni due mesi, quindici giorni dopo l’entrata de’ nuovi Priori, facevasi alla presenza di tutto il popolo, erane capo il Podestà. Era lecito ad ognuno del numero delle capitudini o de’ consoli proporre tutto quello ch’egli avesse stimato essere benefizio del Comune. Esaminavansi dopo le proposte da’ Priori se niuna ve ne conoscevano buona o da potersi fare proponendola altra volta ne’ Consigli minori e doveasi vincere come l’altre provvisioni e riforme.

Le riforme e provvisioni e deliberazioni de’ Consigli erano distese e scritte a’ libri e rogati de’ sindacati, e le procure che occorrevano farsi per il Comune di Firenze dal notaio delle Riformagioni, il quale doveva essere della provincia di Lombardia di là dal Reno, ma non del luogo donde fosse il Podestà o Capitano. Eleggevasi per il Consiglio del Comune, e durava l’uffizio suo un anno, ma poteva essere raffermato.

Le Capitudini delle Arti erano ventuna, oggi, le chiamiamo Consoli. Ciascheduna di esse aveva il Gonfalone entrovi la divisa della sua arte. Erano sottoposte al Difensore o Capitano obbligati a difendere l’uffizio suo, e seguirlo con arme e senza a sua richiesta, giuravanlo in mano sua, e nelle loro era giurata l’osservanza di questo da tutti i loro sottoposti. Eleggevano le sette Capitudini maggiori ogni sei mesi due signori della Zecca; uno era de’ mercatanti di Calimala, e l’altro di quelli del Cambio e due saggiatori dell’oro e dell’argento. I Signori avevano cura che non si coniasse se non buona moneta, e che la forestiera non buona non corresse; e però la libra pisana e la lucchese inferiori alla fiorentina, erano sbandite, siccome ogni moneta piccola di Toscana, e’ fiorini più leggieri d’un grano si tagliavano. Le medesime sette Capitudini insieme con i Priori eleggevano sei cittadini e un uffiziale forestiero sopra l’abbondanza delle vettovaglie. Chiamasi l’uffiziale il Giudice, i cittadini i sei della Biada; l’uffizio de’ cittadini durava due mesi, sei quello del Giudice; facevano questi condurre grano di diverse parti, il più di Romagna e di quello di Siena. Ne’ tempi di gran carestia per non aggiungere afflizione agli afflitti, facevansi ferie per le cause civili. Dodici danai per ogni staio di grano era dato dal Comune a chi ne conduceva a vendere in Firenze di fuori dello Stato; e chi ne conduceva più d’una soma era sicuro per il viaggio e per sei giorni di stanza, per debiti suoi privati e per rappresaglie, che fossero concedute contro la sua Comunità. Il fare rappresaglie era un sequestrare e rattenere tutti gli effetti pubblici e privati di una Comunità e le persone. Concedevansi le rappresaglie contro quelle Comunità, che non amministravano o si pretendeva che non amministrassero giustizia, o al Comune di Firenze o suoi sudditi, e se fra certo tempo non era soddisfatto il creditore, convertivasi l’equivalente in uso suo. Da questo ne nascevano molti inconvenienti e molti disastri nel negoziare, facendo l’una Comunità rappresaglia contro l’altra. Per sfuggirle emendava il Comune di Firenze il danno che pativa alcun forestiero di rubamenti fattigli nella città o contado; i denari però erano pagati, non trovandosi il delinquente, da quella Comunità o popolo nel quale era seguito il delitto. Ma se pure contro il Comune di Firenze erano concedute per causa privata, erano i principali obbligati a dar soddisfazione; se per pubblica si veniva agli accordi, e satisfacevasi, e molte volte usavasi mettere una gabella sopra le robe de’ Fiorentini che passavano per quella Terra, che faceva la rappresaglia, finchè fosse satisfatto a quel debito. I danari che si pagavano o riscuotevano per il Comune di Firenze, passavano tutti per mano de’ camarlinghi della Camera, i quali erano tre; stavano in ufizio due mesi, e proponevano ne’ Consigli gli stanziamenti da farsi per le spese occorrenti. Tutti i pagamenti facevano con il consiglio di due dottori fiorentini a questo eletti ogni due mesi, chiamati avvocati del Comune, registravasi il tutto ne’ libri pubblici per il notaio della Camera, l’uffizio del quale durava quanto quello de’ Camarlinghi.

Per i fatti della guerra eleggevansi per i rettori e’ Quattordici o Priori e per i Richiesti per quel tempo, ed in quel numero che a loro pareva, alcuni cittadini de’ principali con nome di Capitani di guerra. Provvedevano questi le cose necessarie per la guerra, intervenivano ne’ Consigli che appartenevano ad essa, e facendosi esercito, parte di loro andavano e parte ne rimanevano nella città; finito il loro uffizio non s’eleggevano altri, se non era il bisogno. Chiamavansi questi nei tempi più moderni i Dieci della guerra. In difetto loro era solito concedersi per i Consigli balía ed autorità al Podestà. Capitano e Priori sopra la fortificazione della città, sue castella e contado sopra il condurre soldati e sopra ogni cosa spettante a guerra per un tempo determinato. Negli eserciti comandava il Capitano generale della guerra, ch’era forestiero e signore, ed eleggevasi solo quando n’era il bisogno per quel tempo che pareva agli elettori. Il modo dell’elezione era il medesimo di quello del Podestà e Capitano. Conduceva seco un numero di cavalieri e di fanti espresso nella sua condotta. Fra i cavalieri ne dovevano essere alcuni di corredo. Pagavansi al Capitano generale della guerra tutti i danari, tanto dello stipendio suo quanto de’ soldati condotti da lui. Ogni soldato dell’esercito gli era sottoposto, due o più de’ Capitani di guerra andavano con esso con titolo di suoi consiglieri, che insieme con lui il tutto deliberavano. Davasegli un notaio pagato dal Comune, che scrivesse tutto quello che gli occorreva. Non essendo Capitano generale di guerra e bisognando cavalcare, per capo della cavalcata o esercito andava il Podestà, non potendo egli, il Capitano del Popolo o Capitani di guerra. Cavalcata ed andata si chiamava quella dove non si spiegavano i padiglioni, esercito dove si spiegavano. Alcuno de’ giudici de’ malefizi del Podestà andava in esercito per amministrare giustizia. I Connestabili e Capitani di fanti e di cavalli erano condotti per i sindachi del Comune, con quel numero di soldati che avevano in ordine. La rassegna de’ soldati facevasi ogni mese, o quando pareva a’ consiglieri, alla presenza del Capitano, per nome e cognome. Gli eserciti erano composti di mercenarii, ausiliari e sudditi, di fanti e cavalieri. I fanti erano pavesari, balestrieri, arcieri e lancieri. I cavalieri erano o alla leggiera o alla grave, ogni soldato a cavallo chiamavasi cavaliere; di corredo addimandavansi quelli di dignità fatti da’ principi e signori. Gli ausiliari erano pagati da chi li mandava. I mercenarii e sudditi dal Comune. I cavalli mercenarii alla leggera avevano fiorini cinque il mese, quelli alla grave nove o poco più o meno. Ne’ sudditi non era altra cavalleria che quella delle cavallate. Le cavallate s’imponevano a chi più aveva il modo, e a’ Guelfi ed a’ Ghibellini ordinariamente per un anno; per tutto il tempo avevano da 40 fiorini a 50. Imponevasi ordinariamente da 500 fino in 2000, secondo i bisogni; a chi era imposto cavallata era obbligato a tenere un cavallo armigero non di maggior prezzo di fiorini 70 nè di minore di 35, con esso doveva andare in esercito quando gli era comandato, o mandarvi altri in suo luogo; per ogni giorno che cavalcava aveva soldi 15, se era cavaliere di corredo o giudice 20. I cavalli tanto degli stipendiati, quanto delle cavallate si bollavano del bollo della città e stimavansi alla presenza degli uffiziali del Comune, del Capitano e de’ soldati; se il cavallo si guastava, moriva, o era ferito, o ammazzato in servizio del pubblico, mandatane la fede tra cinque giorni a’ Capitani di guerra, gli era pagato la valuta del danno, s’era guasto, se morto, dell’intiero prezzo; finchè non gli era emendato non era obbligato a ricomprarne di nuovo, e la paga gli correva come se l’avesse avuto, e dopo pagato aveva tempo alcuni giorni a provvedersene. Non poteva un cavallo essere emendato più d’una volta, e per questo gli emendati si contrassegnavano. Per arrolare ed assegnare i soldati e stimare i cavalli, erano eletti ogni anno sei cittadini. Negli eserciti generali andavano le cavallate di tutti i sesti. Nelle imprese minori andavano d’un sesto solo, o di più alla disposizione del consiglio de’ savi o Richiesti e de’ capitani di guerra, e l’uno e l’altro ogni tanti giorni si cambiavano. L’esercito generale si bandiva più giorni avanti, e due o tre prima che si muovesse si cavavano l’Insegne e Gonfaloni di Firenze, e spiegati appendevansi ad un luogo vicino alla città e quivi si faceva la massa. I soldati a piè del contado erano eletti per gli vicari, ed eranne loro capi; i vicari erano de’ migliori cittadini di Firenze. Eleggevansi per i Priori capitani di guerra e Richiesti, quando occorreva per quel tempo che si credeva che fosse per bisognare, mandavasene in tutte le provincie principali dello Stato, o solo in quello che pareva a’ medesimi elettori. I vicari avevano soldi 30 il giorno, i fanti 4, i guastatori 3. Se le cavallate di tutti i sesti andavano in esercito, alcuni de’ fanti del contado restavano a guardia della città sino al ritorno loro, ed i cittadini sospetti il più delle volte per quel tempo si mandavano fuori; se l’esercito si faceva contro i Ghibellini, non cavalcavano i Ghibellini delle cavallate, ma i loro cavalli erano fatti prestare a’ Guelfi. I soldati di guardia delle fortezze erano dello Stato, i castellani cittadini ogni due mesi erano rassegnati per uno de’ cavalieri compagni del Potestà di Firenze; le paghe erano maggiori e minori secondo la qualità del luogo. Per sapere gli andamenti de’ nemici stipendiavasi uno per capo di ricevere e mandare spie. Per l’occasione della guerra o per altre spettanti al Comune mandavansi ambasciadori in diversi luoghi, eleggevangli i Priori, per cosa di molta importanza il Consiglio dei Richiesti; l’istruzioni erano loro date per gli elettori. Gli elettori erano de’ più degni cittadini, o no, secondo il negozio che aveano da trattare, o il personaggio cui erano mandati. In ogni ambasciata di qualche conto andavano cavalieri, dottori e cittadini privati ed un notaio. In quelle di grande importanza andava alcuna volta il Podestà, e l’ambasciata facevasi onorevolissima. In quelle di poco rilievo andava un cittadino privato e talvolta un solo notaio. Giuravano gli eletti per ambasciatori in mano del Podestà di fedelmente trattare i negozi loro imposti, nè per loro ottenere grazia o privilegio alcuno, se contraffacevano erano condannati in lire 1000. Il salario non poteva esser più di soldi 50 il giorno, e questo non si dava se non a chi conduceva seco almeno quattro cavalli, che secondo il numero di essi si eleggeva il salario, ma non andava ambasciadore che almeno non ne avesse due: il Podestà quando andava in ambasciata aveva lire 12 il giorno. I cavalli, che in ambasciata si guastavano, o morivano, erano dal Comune emendati. Mandavasi ambasciadori ancora per negozi di persone particolari e d’altre Comunità, ma pagavansi da quelli in servizio de’ quali andavano. Le lettere pubbliche scrivevansi in latino in nome del Podestà, Capitano e Priori, ed ogni sei mesi era eletto un notaio in Dettatore di esse. Con questa forma di governo si resse la Repubblica di Firenze dall’anno 1280 al 1292, nel quale si cominciò l’elezione del Gonfaloniere.

Nº III. (Vedi pag. [259].)

ISTORIA COMPENDIATA DI SAN GIMIGNANO.

Questo difetto è nella storia, che non si trova quasi mai scritta dai vinti. Quello che si dicesse di Firenze dentro ai castelli e durante la lunga caccia patita da essi, ognuno può agevolmente figurarselo, perchè la vita dei castelli fu argomento favorito di molti racconti, sebbene in Italia meno che altrove. Ma dei piccoli Comuni chi potesse sapere le storie qui solamente nella Toscana, si vedrebbe innanzi come una serie di piccoli drammi, dove non sempre ai Fiorentini toccherebbe la parte migliore. Vero è che in tutti sottosopra le cose medesime sempre verrebbero sulla scena, e ciò tanto più quanto più il campo fosse angusto: ma insomma l’Italia si formò a quel modo, e ha la sua cellula nel Comune, ed i più piccoli ne sono i primi vitali ingredienti. Non è dei più piccoli quello che ora ci cade tra mano, ed è dei più noti. San Gimignano è visitato da molti stranieri; nessun’altra terra o castello di Toscana ritiene più della età di mezzo e meno fu invaso dalle susseguenti: in quelle torri e nelle chiese e nelle case di forti pietrami è pure qualcosa di non ricoperto dal fino intonaco dei tempi moderni; le antiche memorie se ne conservano il possesso, la nuova vita v’è poco entrata. Lo stesso accade generalmente; e per esempio nell’Inghilterra, le città più anticamente monumentali si vanno a vedere con grande rispetto, ma in quelle è sempre nelle strade la gente più rada e pare si muova più lenta che altrove.

Di San Gimignano abbiamo origini favolose, le vere ci mancano. È ameno il sito, capace il suolo di molti frutti, mite il clima: natura di luogo in tutto diversa da quella più aspra dove fu posta Volterra, che aveva il dominio di quel territorio. Qui era sorto già un castello, anticamente come noi crediamo, sebbene la prima certa memoria che se ne abbia non salga oltre all’anno 929, nè altra notizia ce ne rimanga per tutto il primo secolo dopo al mille. Le torri però in tanto numero, e antichissime, dimostrano avere quella terra (il come s’ignora) avuto potenza di famiglie nobili assai di buon’ora; tanto non crebbe nei primi tempi la vicina Colle, nè Poggibonsi che era stato castello imperiale. Tenevano i Vescovi la signoria di Volterra, e contro ad essi ebbe a combattere San Gimignano per la sua propria emancipazione, la quale fu intera nei primi anni che seguitarono dopo alla pace di Costanza. Dal 1200 cominciano atti di gente libera, il governo in mano di Consoli, e da principio il Podestà, uno degli uomini della terra stessa. Intanto Volterra anch’essa cercava sottrarsi ai Vescovi, uno dei quali cacciato di sede ebbe soccorso dai Sangimignanesi nemici al popolo di Volterra da cui si erano distaccati. Di qui lunghe guerre che si allargarono in più vasto campo, quando le innumerabili divisioni formarono quella dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma in questa lotta San Gimignano si rinforzava e le libertà sue ebbero autentico riconoscimento da Federigo II imperatore l’anno 1241. Era uno di quei Comuni tenuti dai militi, che è dire dai nobili, i quali sapevano meglio intendersi con l’Imperatore; e seco andavano di gran cuore contro al popolo di Volterra.

Prevalse pertanto assai tra questi la potestà imperiale; pagavano volentieri a Federigo il feudo solito pagarsi ai Vescovi; i Potestà usarono chiamarsi tali Dei et Imperatoris gratia. Ma ciò non toglieva che al pari degli altri Comuni andassero contro a quella medesima potestà, facendo per l’ampliazione del loro contado guerra ai castelli che n’erano il nido. Seguirono gli anni della gran contesa per cui salivano e scendevano con tanto fragore più volte ciascuna delle due contrarie parti: San Gimignano modificava secondo i casi le istituzioni sue cittadine, piegandole verso alla parte popolare come i tempi volevano. Il popolo era ivi come a Siena rappresentato da un ordine che si chiamò dei Nove, ristretto però nè mai caduto nel maggior numero: quella terra ricordava sempre le origini sue, e manteneva le istituzioni che ad essa erano naturali; troppe torri aveva per essere mai bene guelfa.

Correvano allora tempi magnifici a San Gimignano: sorgeva il pubblico Palazzo con altri edifizi, fioriva quella piccola repubblichetta richiesta più volte per ambascerie dalle città e dai signori vicini, di lei più possenti; i suoi magistrati andavano arbitri o pacieri di grandi vertenze. Rimane tuttora in quelli archivi documento dell’ambasceria che Dante Alighieri vi esercitò in nome della Repubblica di Firenze agli 8 di maggio 1299; orava dinanzi al Potestà, che era dei Tolomei da Siena, esortando il Consiglio generale a farsi più vivo e rafforzare la lega toscana, verso alla quale parevano essere le volontà dubbie, secondo le varie parti che dividevano i Sangimignanesi. A procurare la concordia poco di poi venne della persona sua in San Gimignano il Cardinale d’Acquasparta come Legato di Bonifazio VIII; si fece una pace, ma fu presto rotta. Potenti famiglie nemiche tra loro per gelosia di grandezza cittadina si chiamavano guelfi o ghibellini, o bianchi o neri o di quanti altri nomi sa l’odio cuoprirsi; nè mancarono a San Gimignano i consueti ammazzamenti, come in ogni altra delle minori o delle maggiori terre d’Italia. Questo ripetersi da per tutto degli stessi casi, questo inutile rivoltolarsi durante più secoli, viene oggi chiamato da un nobile ingegno bellezza di storia. A noi non pare; anzi agl’Italiani facciamo colpa del non avere saputo men tristo rimedio inventare contro al sonno, malattia dei popoli peggiore d’ogni altra per la parentela che ha con la morte.