Reservatio Regia, si contrafieret.

Item, si dictus Populus et Comune vel singulares persone adversus prestitam fidem, Iuramentum et obedientiam debitam negligentia quavis, temeritate vel pertinatia excederent, reservat sibi dominus Rex potestatem plenariam penas quascumque reales vel personales infligendi iuxta decretum Regium, secundum delictorum et excessuum qualitatem.

Pro Aretinis.

Item, circa predictas gratias concessiones et indulta, ubi locus extiterit, addi debeat infrascripta clausola que sequitur in hec verba: Salvo quod predicta non vendicent sibi locum in terris et castris Comunis Aretii nec in eorum curiis, que presentialiter pignori tenentur per Comune Florentie; que castra et terras liceat Comuni Florentie predicto retinere, donec ipsum Comune Florentie consecutum fuerit a Comuni Aretii creditum ad quod dictum Comune Aretii tenetur dicto Comuni Florentie. Et facta solutione dicti crediti per dictum Comune Aretii prefato Comuni Florentie ut predicitur, statim ipsum Comune Florentie teneatur et debeat eadem pignora restituere dicto Comuni Aretii.

Nº V. (Vedi pag. [275])

MATTEO VILLANI.

Lib. IV, Cap. 77. — Come fu offesa la libertà di Roma dai Toscani.

«Vedendo i falli commessi per li comuni ghibellini di Toscana, che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperatore, ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani.... parteciparono la cittadinanza e la libertà di quel popolo, la cui autorità creava gli imperadori; e questo medesimo popolo, non da sè, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette l’elezione degli imperadori a sette principi della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, che il popolo predetto faceva gli imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’impero, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali eran sottoposte al popolo e al senato e al comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo i nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è assai manifesto che la maestà di quel popolo, per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa e di Siena e di Volterra e di Samminiato, fu da loro offesa, e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente per l’invidia ch’avea l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.[339]»

Cap. 78. — Di quello medesimo.

«Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa del sommo impero, è lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperatori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una che seguita ne’ fatti del mondo la Santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo impero in quello,[340] e questi sono dinominati guelfi....: e l’altra parte seguitano l’impero, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo a Santa Chiesa, e chiamansi ghibellini.... e seguitano il fatto; che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato; ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una e ove l’altra, comecchè tutti si volessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperatori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini che i guelfi; e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, e morti gli imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a Santa Chiesa e alle loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare che la lingua latina....; e i costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e disusati e strani agli Italiani, la cui lingua e le cui leggi e costumi e i gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramenti a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gli imperatori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna reggere gli Italiani, non lo sanno e non lo possono fare; e per questo essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per esser per controversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù o per ragione di intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ragioni le città e i popoli che liberamente gli ricevono, convien che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella città o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agli imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gli imperatori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città.»