Lib. V, Cap. I. — Prologo.
«Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile se con somma virtù non si governa e regge: ma quando s’aggiugne ai vizi, l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo, assai è manifesto che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al quale soleano ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi gli infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per i cristiani tanti sono i potenti re, signori e tiranni, comuni e popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla sua suggezione: la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi della Magna, i quali hanno continuato lungamente a eleggere e promuovere all’impero signori di loro lingua: i quali colla forza teutonica e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara hanno voluto reggere e governare il romano impero; la qual cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede le sue leggi e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria di quello.»
Nei capitoli sopracitati è istorica filosofia, e, a creder nostro, della migliore. Qui è la dottrina del Machiavelli circa le mutazioni dei regni, e qualche cosa anche di più, senza di che non riuscirebbe quella altro che a sterile empirismo; e qui la retta interpretazione di quella solenne ma spesso travolta e abusata sentenza che ogni potere viene da Dio. Si noti pure come l’appellazione data di barbari ai settentrionali, goffa e sguaiata al tempo nostro e pedantesca nel cinquecento, fosse plausibile tuttavia quando di fresco era cominciato quello che fu a noi risorgimento precoce e rapido anche troppo, e che ad essi era un principiare con passi deboli per allora. E aveva il fatto mostrato sempre, fino dal tempo della invasione, come i popoli germanici a petto agli uomini italiani di quella età fossero incapaci, non che a fare con loro insieme mischiato buono e compagnia, ma nemmeno anche a bene opprimerli.
Quel che però giova maggiormente in questo luogo di rilevare, perchè fu troppo dimenticato, è l’imperiale supremazia attribuita alla città ed al popolo di Roma, secondo il giure che fu solenne tra gli Italiani del medio evo, e senza il quale viene a frantendersi nel creder nostro mezza l’istoria. Cotesto giure fu il principio e il fondamento della dottrina guelfa: ma quella pure che l’Alighieri promosse nel libro della Monarchia, non differiva se non in quanto per lui era la monarchia del mondo direttamente trasmessa da questo popolo agli Imperatori; laddove i guelfi diceano il popolo avere concessa e trasmessa l’elezione ai principi dell’Allemagna, non da sè ma per delegazione da lui fatta alla romana Chiesa ed ai Pontefici, investiti per questa via del civil diritto, come essi erano del divino. Era più antica la controversia di quel che sembri a prima vista; ed a togliere di mezzo i Papi che vi si erano interposti, veniva il popolo di Roma originariamente a professare la stessa dottrina che i giuristi più assoluti nell’inalzare e nel difendere le ragioni dell’Impero. Ma rinnegando l’autorità sia dei Pontefici sia del popolo, secondo facevano i moderni ghibellini ed i Tedeschi generalmente, dice bene Matteo nostro, che l’imperiale potestà non era più altro che un fatto, o il diritto della forza senza ragione d’autorità.
Allorchè papa Leone III l’anno 800, il dì del Natale, dopo la messa, all’improvvista poneva sul capo d’un re Franco il diadema imperiale d’Occidente, e gli vestiva le spalle del manto dei Cesari; quella sorpresa e quasi diremmo quella commedia di tanto pondo, non si vuol credere che avesse altro motivo, tranne il pensiero di trasferire tutta in chiesa di San Pietro quella imperiale investitura, che il popolo di Roma avrebbe data nel Campidoglio. Al diritto di pontefice, supremo capo della cristianità, Leone volle in sè congiungere anche il diritto di naturale e legittimo rappresentante o delegato della città di Roma, togliendo via la controversia con la solenne autorità del fatto. I Pontefici non si arrogarono in quella età, nè più altre dopo, in via giuridica la sovranità di Roma: e il diritto di questo popolo e quello assunto dai Pontefici, e quello proprio degli Imperatori i quali avevano la material forza e la traevano d’Allemagna; questi diritti e questi fatti confusamente s’intramezzarono gli uni negli altri per molti secoli, così com’era e doveva essere ogni diritto in quella età, per le moltiplici tradizioni e la mancanza di norme certe. Questo faceva Leone III; ma poco dopo ecco un altro fatto incontro a quello, e fu manifestazione grande e solenne del fondamento che per sè Carlo voleva dare al nuovo impero attribuitogli. Quando innanzi la morte sua faceva egli la divisione fra tre suoi figli dei possedimenti ch’erano quasi l’Europa intera, al maggior figlio, che dopo lui doveva essere imperatore, assegnò Carlo tutto il settentrione e tutti i popoli di tedesco sangue, sovrapponendo anco nel diritto quella porzione che aveva in sè tutta ormai la material forza, a quelle due che erano assegnate ai due minori fratelli coll’inferior titolo di re, come una grande incubazione che la Germania dovesse fare sulle regioni del mezzogiorno. Questa per lui era la consacrazione della forza, e così egli la intendeva: due re dovevano con autorità minore spartirsi i popoli di latino sangue cui era odioso il nome regio, ed i Tedeschi non bene usciti dal paganesimo e dai boschi, ebbero il titolo imperiale che importava la signoria del mondo.
L’ardimento di Leone che s’arrogava un diritto nuovo, e il testamento di Carlo Magno, furono come fonti a due rivi, o a meglio dire, a due torrenti che s’urtavano e incalzavano mischiati insieme nell’alveo stesso. Ma il fatto di Leone non riusciva all’effetto suo senza creare lungo contrasto; e la contesa tra la città ed i Pontefici romani durava quanto l’altra contesa tra essi Pontefici e gl’Imperatori, cioè tutta quanta l’età di mezzo. I signori dei castelli intorno a Roma e nella città stessa, ora col popolo s’intendevano, ed ora al popolo contrastavano come successori dei patrizi di Roma antica, e non s’appellavano o male erano ghibellini. Cola di Rienzo ed il Colonna continuavano sconciamente la divisione che in Roma antica era tra ’l popolo e il senato, ma volevano lo stesso entrambi quanto al negare o contrastare la sovranità pontificale: e in faccia poi agli Imperatori, se il consacrarli si apparteneva al Papa solo come pontefice, una figura di elezione si manteneva nella città di Roma, nè in altro luogo la coronazione sarebbe stata tenuta buona; e comunque i Papi risedessero in Avignone, a Roma andavano Arrigo VII, e Lodovico di Baviera e Carlo IV, a cercare la corona quivi deposta dai primi Cesari. Nè in Costanza Sigismondo fu sacrato imperatore, benchè ivi il Papa fosse presente, e solenne l’occasione quanto altra mai nella cristianità; ma in Roma egli, e poi Federigo III. Dopo del quale essendo Roma caduta già nella condizione di città suddita ai Pontefici, e i nuovi fatti e gli ordinamenti nuovi dovunque venuti a soverchiare l’idea dominatrice del medio evo, perchè i principi e le nazioni aveano titolo da per loro; cessava ben tosto la necessità di accattare da Roma antica l’imperial titolo e la potestà: e Carlo V, nel coronarsi imperatore in Bologna, io non so bene se più intendesse di rinnalzare Clemente VII, o di abbassare la Sede di Roma facendo il Papa uscirne fuori a consacrare sopra alla testa di Carlo V la nuova forma e disusata di quella potenza che egli del tutto riconosceva dalla sua spada e dalla fortuna.
Dopo lui nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona, chè non avrebbe legato gli animi nella Germania mezza protestante; e la potenza di casa d’Austria stava oggimai ne’ possedimenti. Quelli d’Italia appartenendo al ramo spagnuolo dei successori di Carlo V, la scemata potestà dei tedeschi Imperatori fu agli Italiani poco gravosa: quei di Germania avevano l’alta sovranità dei feudi imperiali, che ad essi davano ingerenze nei minori stati per ogni resto indipendenti; scarso provento ne ritraevano, e nelle guerre di religione un qualche raro sussidio d’armi. Il diritto pubblico del medio evo reggeva tuttora gli Stati d’Europa; ma soverchiato dai fatti nuovi, più non valeva se non a dare qualche pretesto alle aggressioni e ad allungare i negoziati.
Per il possesso della Toscana all’estinzione di casa Medici gran tempo prima antiveduta, i principi grossi aguzzarono le armi, e i diplomatici le penne: l’Imperatore metteva innanzi l’antico dominio e le ragioni dell’Impero; ma dopo averla prima assegnata ad un principe spagnuolo, parve giovasse a mantenere quel che appellavano equilibrio darla per ultimo ad un Lorenese. I Medici in quella decrepitezza della famiglia loro, e nel politico abbassamento cui tutta Europa gli costringeva, pure serbarono qualche dignità; e come erano per le origini e per l’ingegno e le tradizioni, si dimostrarono cittadini. Sopra ogni cosa volevan essi l’indipendenza della Toscana, che era oppugnata in via legale dagli scrittori imperialisti; e di tale controversia giova qui dire alcune cose spettanti alla materia nostra. Un libro col titolo De Libertate Civitatis Florentiæ ejusque Dominii fu impresso a Pisa nel 1721, ed a Firenze, ma senza data, l’anno dipoi, regnante ancora il terzo Cosimo. Per le memorie che ne rimangono, da prima sarebbe stato quel libro messo insieme dal senatore Niccolò Francesco Antinori, il quale mandato in gioventù da Cosimo III a studiar legge in Salamanca, fu auditore della giurisdizione e degli studi di Firenze e di Pisa, quindi inviato agli imperatori Giuseppe I e Carlo VI nelle controversie per la successione. Il testo latino che a stampa si legge, è dal Fabroni attribuito a Giuseppe Averani, cui altri aggiungono il senatore Filippo Buonarroti e l’auditore Bonaventura Neri Badia, ternario d’uomini molto insigni: Neri Corsini, ambasciatore in Olanda, a Londra e a Parigi, e che poi fu cardinale, divulgò di questo libro una versione francese. Replicava due anni dopo da Milano, ma pur senza data, Filippo Barone di Spannaghel con due grossi volumi in folio, e ponderosi di molta noia; il frontespizio, che è stranamente lungo, comincia così: Notizia della vera libertà Fiorentina, considerata nei suoi giusti limiti ec. Il privilegio di Carlo IV, che fu occasione al discorso nostro, e un altro simile poi concesso da Roberto imperatore nell’anno 1401, e una pretesa ricompera della sua propria indipendenza, che la Repubblica avrebbe fatta dal primo Rodolfo di casa di Habsburgo già sino da quando fu istituito il priorato l’anno 1282 (sul quale tema aveva scritto molto ampiamente il Borghini);[341] cotesti punti e molti altri vengono in campo nella contesa che inutilmente si combatteva con gli argomenti della legalità. Gli autori toscani sembrano talvolta dimenticare quel nesso che univa all’Impero le città libere del governo loro; le quali chiudevano all’Imperatore in faccia le porte e a lui negavano collegarsi, come si è visto nel caso nostro; ma non sapevano in via giuridica negargli il censo, e lo affrancavano qualunque volta abbisognassero, per loro utile, dell’imperatore. Cessata poi l’opportunità, pareva ai nostri aver fatto troppo, e quindi è che di quell’accordo, che fu di tutti il più solenne, gli antichi storici volentieri tacciono, se pur se ne eccettui Matteo Villani che lo promosse: alla Repubblica ed al principato premeva egualmente non dare armi alle pretensioni, che ogni tratto rinascevano, della imperiale supremazia. Ma il Tedesco, per l’incontro, senza altro discorso chiama ribelli quelle città e provincie, le quali avevano scosso il giogo quando ai lontani Imperatori mancò la forza che lo teneva fermo; nè mai rifina dal predicare la beatitudine che sarebbe stata alle città italiane, vivere suddite ai Tedeschi: si fonda bene egli sul diritto di conquista, ma oblìa che di pari a questo diritto va quello pure di emancipazione.
Nella Biblioteca Riccardiana è un esemplare di questo libro con postille marginali d’Anton Maria Salvini. Giuseppe Sarchiani le trascriveva in altro esemplare che è presso di noi, e con esse noi vogliamo por fine al discorso, perchè sieno a edificazione di quelli che credono soli intendersi di libertà, e tanto forse non si aspetterebbero da un letterato degli ultimi anni di casa Medici. Daremo pertanto delle note del Salvini quelle che spettano a politica, omesse altre, le quali sono di mera filologia: la nostra copia fu raffrontata sul volume Riccardiano.
«Non bene libertas pro toto venditur auro. — Nella tragedia inglese, Il Catone di Addison, Sempronio repubblicante romano così si esprime: Lucio tenero sembra della vita; Ma ch’è vita? non è in piedi starsi, E la fresc’aria trar di mano in mano, O il sol mirare: è libero esser, vita. Allor che libertà è andata, viene Insipida la vita e senza gusto. — »