NOTA INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI.[345]

Erano in torchio gli ultimi fogli del nostro Libro quando a noi giunse un nuovo scritto dove il chiarissimo signor Scheffer, dopo avere combattuto l’autorità dei due Malespini, si è volto a mostrare col metodo stesso falsa anche la Storia di Dino Compagni. Noi non conosciamo questo lavoro altrimenti che per l’estratto che ne ha dato con molta chiarezza il signor Cesare Paoli nell’Archivio Storico (serie 3ª, tomo XX): quindi non possiamo entrare in materia, nè per alcun modo pigliare in esame gli argomenti del dotto Tedesco. Vogliamo noi dunque solamente discorrere un poco intorno al metodo da lui tenuto, e di cui suole fare la critica uso frequente al tempo nostro. Consiste questo metodo nel seguitare l’autore a cui mirano gli studi del critico, da cima a fondo continuatamente se fosse possibile, e coglierlo in fallo d’errori o bugie e d’ignoranze o di contradizioni, sempre a minuto. Dalla somma di questi peccati ha fondamento la condanna: e in via d’esempio, a Dino istorico si dice sul viso, voi non siete esistito mai. Siffatto abito ha preso la critica, e in questo a noi pare che sia un qualche vizio. Cotesti falli dello scrittore, dovette il critico adoprare non poco studio a trarli fuori: le migliaia dei lettori gli avranno passati senza avvertirli: ed anche scoperti, nessuno gli avrebbe fatti argomento di condanna contro a tutto il libro, massimamente se scritto in secolo tuttora un po’ rozzo, da uomini i quali non si avevano pensato salire al grado e alla dignità d’autori, nè farsi a tanti materia di studio. La grande massa fa ponderosi cotesti argomenti, ma di ciascuno la gravità specifica è sempre la stessa. Intanto però sfido a trovare un racconto storico nel quale non siano di queste dubbiezze; vorrei mi fossero indicati due testimoni e narratori del fatto medesimo, i quali sieno di tutto punto tra loro d’accordo. Accade ogni giorno che un fatto avvenuto sugli occhi di mille ci pervenga oscurato dal contradirsi di quelli stessi che lo hanno veduto, perchè le rapide impressioni che il fatto ha destate entrando confuse, il prima e il dopo non bene si avverte o mal si ricorda: chi si è trovato in mezzo alle pubbliche perturbazioni, sa che egli medesimo non potrebbe essere sempre narratore sicuro, nemmeno di quelle cose nelle quali ebbe una qualche parte. La storia discende da queste fonti, e non saprebbe essere altro che un inganno, chi la guardasse in ciascun fatto separatamente, volta per volta e ora per ora. Nè tutta intera può mai sapersi; e a bene intenderla è mestieri formarsene in mente un giusto concetto, il quale rischiari le cose incerte e spesso mal note a quelli medesimi che primi furono a narrarle. Così nella storia i piccoli fatti non hanno valore prima che un pensiero comprensivo sia intervenuto ad accertarli e abbia poi dato a ciascuno d’essi il proprio suo luogo. Seguire altro metodo sarebbe traviarla, perchè ogni disciplina ha il proprio suo metodo, e in chi la professa induce un certo abito che ad altri studi mal si converrebbe. In via d’esempio, tostochè il chimico ha veduto il suo microscopio mostrargli un corpo, sa di certo quello essere un corpo, ne determina i contorni, lo vede muoversi; non potrà dire altro per allora, ma il fatto rimane e aspetta altri fatti a cui collegarsi; il chimico ha fatto già una scoperta. Ma imporre a tutte le scienze quel metodo stesso che alle fisiche s’appartiene, sarebbe un volere (come in simil caso già disse Bacone) regnare al modo degli Ottomanni strozzando i fratelli. Vorrei pertanto non si adoprasse in ogni cosa il microscopio, ma si tenesse a mente quella sentenza del Goethe, che il troppo guardare nel microscopio o nel telescopio sciupa la vista degli occhi.

Chiunque abbia letto con attenzione la Storia del Compagni ha sempre dovuto accorgersi come in certi luoghi la narrazione proceda intralciata, l’ordine dei tempi non sia mantenuto, e in quello dei fatti si trovino inciampi, quasichè lo specchio lucidissimo in cui si riflettono sia rotto o guasto o male commesso. Da ciò ad un tratto si venne a dire, l’Istoria è falsa: ma io discorro in tutt’altro modo. Se istoria non è, dunque è un romanzo, cioè buona o cattiva un’opera d’arte. Ma il romanziere o il novellatore non mai commettono di quei peccati, perchè raccontano una storia della quale sono essi inventori, dipingono uomini che dicono e fanno puntualmente ogni cosa a modo loro. Con questi vantaggi, a non procedere ordinati e a discordare con sè stessi bisognerebbe proprio averne gran voglia; e se la figura che essi medesimi hanno messo insieme uscisse storpiata, avrebbero i fischi. Guardiamo invece se agli errori di sopra accennati sieno possibili altre spiegazioni. Vi sono in primo luogo gli errori dei copisti; scusa consueta e buona sovente: vi sono poi quelle speciali o personali incompetenze cui furono esposti i primi scrittori per questo appunto perchè le cose narrate viddero con passione, e più che mai quando ne furono attori. Lo dirò a un tratto: Dino Compagni, buon uomo e un po’ corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d’un erudito o con l’accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno allegro dei primi fondatori d’un governo popolare, devoto a chi aveva saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo, ma per l’amore dell’ordine pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso Imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso e appassionato, e sempre rigido moralista: è un chiedergli troppo, pretendere che egli desse alla storia l’esattezza d’un registro minuto e impassibile. Si noti poi che le difficoltà risguardano o piccoli fatti da non badarvi o circostanze materiali che l’Autore in quella sua concitazione dimenticava: la sua Storia è tutta composta sopra una serie d’impressioni di cui l’evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo scrittore nel raffigurare sè medesimo dipinge il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi eguali per questo rispetto.

Cotesto uomo scrisse una Storia (se pure egli stesso diede quel titolo al suo lavoro) cioè un racconto delle cose da lui vedute e in parte fatte da un certo tempo a un certo altro tempo; poi finisce in tronco. O nulla di quanto si è fin qui discorso ha ombra di ragione, o quanti siano mancamenti di quel libro (nè sono poi tanti) potranno senza molta difficoltà gravare le spalle di Dino; ed anzi mi pare che sieno cose da non poter essere altro che sue, perchè in lui si spiegano, ma in altri sarebbero falli impossibili a commettere. I primi tempi erano sereni, la libertà giovane e Dino giovane; quando egli inveisce contro i vizi dei concittadini suoi è fiero e mordace, e senza paura. I punti oscuri tutti appartengono a quel periodo agitatissimo di conflitti tra’ Bianchi e i Neri, e soprattutto alla dimora in Firenze di Carlo di Valois. Ora in quei giorni, affermo essere impossibile ad uno scrittore cacciarsi fin dentro alle circostanze più minute, e bene tenere a mente ogni cosa; poi v’entra il velo delle passioni; le quali turbavano la vista dei fatti quando accadevano; poi da ultimo il buon Dino, in quel suo Priorato, può anch’egli avere avuto qualcosa che a lui piacesse più di nascondere che di confessare. Passati quei tempi, l’Istoria corre più tranquilla ma con minor vita, perchè l’Autore più non aveva le mani in pasta, ed era invece tra’ malcontenti e i messi da parte, o aveva paura. Tuttociò riguarda lui medesimo, e così com’egli cessò ad un tratto di scrivere prima che gli finisse la vita, potrebbe, chi vuole, fare congetture non tanto spallate circa le sorti del manoscritto. Il non aversene copia più antica dell’anno 1514, il silenzio intorno a Dino degli antichi scrittori; questi che furono i soli motivi capaci a far nascere qualche dubbio, destarono infine la sottilità dei critici a dare a quei dubbi la forza intera di una negazione. Chi non valuti le prove intrinseche e mi chieda quel che avvenisse del manoscritto in quei dugent’anni, mi stringerò a dire che non ne so nulla. Dino stesso può avere voluto lasciarlo giacere; poi della famiglia, almeno una parte andò raminga: di tutte queste cose ciascuno pensi quello che a lui torna meglio; per me dirò (e, dove osassi, l’affermerei), che quanto ovvii e naturali sono tutti quelli errori in bocca di Dino, tanto è impossibile che l’Istoria intera sia stata inventata in qual si sia tempo dopo a quello cui si riferisce.

Il che è tanto vero, ch’io non trovo in quale altro secolo un libro a quel modo potesse nemmeno venire in capo di fabbricarlo. Innanzi al 1514 la Repubblica era sempre viva, sotto altri nomi continuavano gli stessi contrasti, ma non v’era tempo da pensare ai Bianchi ed ai Neri; chi avesse scritto dei fatti loro, avrebbe mostrato senz’altro il viso o d’un Piagnone o d’un Arrabbiato. Più tardi e, in via d’esempio, sotto ai primi Granduchi, il rivangare quelle cose poteva essere un passatempo di qualche pericolo; nè a chi piangeva la libertà, sarebbe stato conforto l’usare di quelle rampogne. I libri che sotto al Principato si sono fatti, non sono che opera d’antiquari; mettere fuori insino all’ultima tutte le glorie di Firenze, fu negli scrittori pensiero unico. Gli studi intorno alla vita interiore dei Fiorentini ed allo stato della Repubblica non cominciarono se non dopo a che l’istoria vera dell’Italia, inaugurata dal Muratori, ebbe preso vita dalle idee politiche che, nate allora, crebbero sempre, e che solamente al tempo nostro può dirsi che siano alquanto mature; perchè il fare insegna pensare, e i nostri tempi sono un grande specchio capace a mostrare e a fare intendere gli antichi. Prima d’ora la Storia di Dino che non si curava se non per amore di stile o di lingua, era difficile inventarla; ed i Romanzi sopra quei tempi gli abbiamo veduti noi medesimi cominciare.

E un altro riflesso mostra ciò impossibile. Chi scrive a freddo, o chi si mette a dipingere sopra una tela le cose antiche o le non vedute, fa un’opera d’arte. Ma l’arte non deve mai voler essere troppo vera, in primo luogo perchè non potrebbe, e quindi perchè uscendo fuori della natura sua e abbassandosi, diverrebbe una materiale imitazione o piuttosto una copia cui manca la vita, e cui non si prestano se non le cose che stanno ferme. Il vero dell’arte sta nell’idea la quale deve compenetrare di sè la rappresentazione che l’arte produce. Non può quindi l’arte, nè deve, esprimere alcuna figura la quale si scambi con la realtà: questi (se non vado errato) sono i canoni della critica, dei quali il Lessing fu maestro solenne. Se dunque il libro del Compagni fosse un’opera d’arte, potrebbe esser vero, ma vero idealmente: nulla invece d’ideale è in quei racconti che sono una ripetizione del vero, o ne sono anzi una espressione viva e attuale come uscita da un affetto vario, ineguale, intermittente, quali sono gli affetti dell’uomo; ha qualche cosa in sè di crudo, esce fuori a caso. A questo modo le cose umane si raccontano ma non s’inventano; e indovinare tutti interi e tali quali furono gli affetti e i pensieri, la lingua e il linguaggio di più secoli prima, non fu mai concesso a ingegno nessuno. Fare un romanzo e scrivere io Dino, sono due cose che fanno ai cozzi; non è più arte ma una bugia, dentro a cui viene a morire l’arte. Questa ha per campo il verosimile, e si arresta dove le sue ragioni toccano a quelle del vero. Dove il Compagni non sia vero, e come questo gli avvenisse, abbiamo già detto; metteva passione in quel che scriveva, e la passione è negligente sempre d’ogni cosa che non sia lei stessa.

Ma si è poi detto essere falso quel libro suo per l’ignoranza di certe cose che un uomo presente doveva sapere, come sarebbe delle leggi e delle usanze che erano proprie della Repubblica Fiorentina. Quanto a me, di falli di tal sorta confesso e dichiaro non essermi accorto, nonostantechè quel libro mi sia stato assai tra le mani, e che un po’ di pratica di quelle faccende io pure dovessi avere acquistata. Non ch’io però creda saperne ogni cosa, il che fa che nei giudizi mi senta obbligo di andare adagio. Si allegano altri errori di fatto, quello, per esempio, tanto predicato, della Cappella di San Bernardo in Palazzo Vecchio, la quale non era al tempo di Dino. Ma bene potevano i Priori nell’antica residenza averne un’altra sotto quel nome; potè, come avviene in cento cronache, chi raffazzonò i luoghi oscuri o mal posti o mal definiti, avere ai Priori di tempo più antico dato la Cappella la quale avevano al suo tempo, o quella essere una postilla entrata nel testo. Cotesti falli non si avvertono, perchè nulla importano l’economia d’un libro; ma che un libro come quello sia d’un uomo del cinque o seicento, io dico e affermo essere impossibile. Nè uomo vi era che sapesse farlo, nè che a ciò avesse motivo bastante, nè l’istoria s’indovina, nè tanto in fondo si conosceva, nè si cercava quando l’Alfieri del Machiavelli fece un Tacito, nè quando il Giordani (che non badava altro che allo stile) cominciò a dire che il Compagni era il nostro Sallustio; e quanta ragione avessero entrambi non voglio io qui sentenziare. Noterò invece un argomento che per me serve a ribadire tutti gli altri. La storia finisce con una profezia solenne, che è una minaccia ai Fiorentini d’essere presi e rubati dall’Imperatore per mare e per terra. Quella profezia riuscì falsa; nè so a qual fine un romanziere ce l’avrebbe messa: e che egli si divertisse gratuitamente a regalare al suo autore un falso giudizio e subito smentito a vista di tutti, il solo pensarlo conduce all’assurdo. Nella Storia ho detto che Dino cessava perchè egli vide le sue profezie fallite e i tempi messi per una strada che a lui non piaceva: in questa opinione rimango tuttora.

NOTA CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI FIRENZE E GLI UOMINI DI POGNA.

(Vedi pag. [10].)

Nel Capitolo II ho scritto non doversi tener conto di un instrumento pel quale tra i Consoli di Firenze e gli abitanti del castello di Pogna in Valdelsa si sarebbero fatte certe promissioni; e in nota ho accennato alla falsità di quel documento, di cui il giovane Ammirato si era valso in un’aggiunta alla Storia del vecchio Scipione. Dopo avere scritto, mi è venuto fatto di sapere come il documento non è altrimenti falso e che solo per errore di data fu da quello Storico riferito all’anno 1102. Esso si trova a c. 74 t. del Registro XXVI dei Capitoli del Comune di Firenze. La Direzione dell’Archivio di Stato, da cui ebbi la notizia, si è pure occupata di veder bene la cosa; ed è chiaro per l’esame fatto, che il documento deve riportarsi al 1182, ossia al marzo del 1181 secondo lo stile fiorentino.