III.
Ier mattina uscì di Firenze un Bino Signorello, parente del signor Malatesta, sotto pretesto di volere andare a Perugia, e per il transito si lasciò uscire di bocca parole che furono principio al maneggio d’accordo; e dopo molte pratiche fatte, essendo intrattenuta la cosa fin ad oggi, fu concluso che il prefato Bino scrivesse al signor Malatesta avere operato col Principe, che l’uno e l’altro di loro s’avessero ad abboccare insieme in certo luogo fuori delle mura poco lontano dalla terra, e così fu fatto. Questa sera s’aspettava il trombetta fuori colla risposta del signor Malatesta, se si contentava di questa conclusione, o sì o no, il qual trombetta non è venuto. Oggi abbiamo avviso da Napoli, che il Conte di Nugolara per grazia di Dio è fuori di pericolo, e che presto egli è per ricuperare la sanità. Del signor Marchese dicono che il male sarà un poco lungo.
Di sotto Firenze, alli 25 luglio 1530.
IV.
In questo mezzo è successo, che avanti ieri fu al signor Principe quel Cencio Guercio mandato dal signor Malatesta Baglioni, il quale altre volte è usato uscire fuori per queste pratiche d’accordo, ed ha fatto intendere a S. E, che il signor Malatesta era tornato a ricercare quel che altre volte era stato per lui ricercato, di mandare la persona mia a parlare a quelli eccelsi Signori nella forma che di quivi mi fussi ordinato, promettendo, in luogo di quella condizione che domandava S. E. (di prometterli che il punto di tor drento le Palle sarebbe accettato), una delle cose seguenti; o che essi Signori di buona voglia accetterebbono le Palle, o che uscirebbe di Firenze esso con tutta la gente da guerra, che sariano in numero di 5000 uomini. Fu a questa risposta detto che si contenteria di farlo, e tornato drento con tal conchiusione el prefato Guercio, mandò S. E. un trombetta a domandare il salvocondotto a quelli Signori per la mia sicurtà; li quali (come coloro che di tal materia non avevano notizia alcuna) risposero che prima che concedessero detto salvocondotto, volevano mandar fuori un loro cittadino per intendere quello che S. E. intendeva fare proporre a quella città; ed essendo stato concesso detto salvocondotto, con consulta e licenza del signor Malatesta, uscì fuori detto cittadino nominato Bernardo da Castiglione. Al quale fatto intendere S. E. che l’intenzione di voler mandare non era altro che per volere esortare quel popolo a volere ridursi all’accordo, prima che il volerlo vedere rovinare in tutto; fu in questa sentenza da lui dichiarato e risposto apertamente, che se questo accordo seguisse, di venire a condizione alcuna d’accettare drento le Palle, non ne parlasse più oltre, perchè quella città aveva determinato non volere di ciò intendere parola; ma in ogni altra cosa che si fusse addomandata a servizio dell’Imperatore, si disporrebbono di buonissima voglia; e senz’altra conclusione ritornato drento, non s’è di poi inteso altro. Stassi aspettando che risolva il signor Malatesta, parendo già si sia legato, per quello che ho detto di sopra, di quanto è passato per il detto Cencio col signor Principe.
Partito il presente cittadino dal campo, poco di poi vennero avvisi che il Commissario Ferrucci era uscito con la gente di Pisa e marciava verso Pescia, e che drento in Firenze si faceva apparecchio d’uscir fuori ad assalire il campo con tutta la forza di quella città. Per il che S. E. concluse d’andare in persona contra il Ferruccio, e lasciare il contrasto a me con quelli della terra; ed essi quello partito iersera con mille lanzichenech, mille spagnuoli, e altri tanti italiani. Restai io qui, dove tutta la notte siamo stati in espettazione che detti nemici dovessero uscire, e mai è uscito uomo. Questa notte il signor Principe ha rimandato mille spagnuoli a tempo, con avviso, che gli pare avere gente a bastanza con quelli di Fabbrizio Maramaldo, per combattere detto Ferruccio; il quale dicono avere circa 4000 fanti e 300 cavalli leggieri, e che marcia verso la Valle di Nievole. Di quello succederà ne darò avviso a V. E.
Data nel campo Cesareo sotto Firenze, 2 agosto 1530.
V.
L’E. V. intenderà quello che nelle qui allegate[261] si contiene, le quali ho intrattenute fino a quest’ora per potere dare notizia dell’esercito di questo Ferruccio; del quale questa mattina avemmo avviso essere stato alle mani con li nostri, in un castello non molto lontano da Pistoia, detto Cavinana; il quale essendo parimente occupato dall’una parte e l’altra, durò la pugna ivi dalle 19 ore fino passate le 22; e dopo molto contrasto fatto quivi, con poco vantaggio d’alcuna delle parti, essendo ridotta la pugna fuori della terra, quivi li nostri restorno in breve superiori, fatto tanta strage delli nemici che pochi restorno che non fossero morti o prigioni, fra’ quali fu il signor Giovanpaolo da Ceri, il signor Amico d’Arsoli; il commessario Ferruccio fu morto. Ma per grande che questa vittoria sia stata (importando indubitatamente il fine dell’impresa), ha recato più cordoglio che allegrezza, per la perdita del signor Principe, il quale per aversi voluto trovare ne’ primi combattimenti restò morto; cosa che universalmente a tutto questo esercito è dispiaciuta molto; specialmente a me per aver perduto un buon amico e signore, e tanto servitore quant’era a S. M., e non meno buon fratello di V. E., alla quale non dubito che a essa ancora ne peserà per tutti questi rispetti. Di quello che seguirà da qui innanzi farò che quella sarà avvisata, restando a me il carico di questo esercito, pure per ordine del prefato signor Principe quando partì di qua. Si manda il presente gentiluomo a S. M., che provveda di detto esercito come gli pare.
Del campo Cesareo sotto Firenze, 5 agosto 1530.