. . . . . Di trofei recinto
Te Corcira adorò; d'Itaca i solchi
Al tuo apparire germinàro, offrendo
A te raro tributo; e Cefalene
Ancor ne serba la memoria dolce.
Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta,
Decretata già in ciel: quando alle ricche
Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo,
Tremàro. Ahi come abbandonate e sole
Stavan sui freddi talami le meste
Consorti cinte dai piangenti figli!
Ahi come il sangue uman sparso dall'uomo
Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro
Era la lance di giustizia, e come
Tutto era notte, tempesta, spavento!
Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora.
Al Memmio nome l'omicida infame
Getta il pugnale, ed all'aratro torna,
Onde sien carchi di Britannia i pini
Del dolce frutto di Zacinto onore.
Ma fra altre lodi molte c'è uno sfiatatoio allo spirito democratico:
Pèra colui che il popolar talento
Deluse primo e calpestò la plebe
Schiava, già donna di sé stessa e d'altri.
Chiudo la serie delle citazioni con due terzine del Robespierre, che il Foscolo stesso mandava come saggio, in una lettera del '96, al Costa:
Tal del Giordan sul margo un dí solía
Pianger l'arsa Sionne e il tempio infranto
L'ispirato dall'alto, Geremia.
E ad ogni verso del funereo canto
Contemplava le meste onde scorrenti
Tacito, immoto, con le luci in pianto.
Non sono gran che, ma pure il pensiero ricorre ai versi dei Sepolcri che rappresentano l'Alfieri, e alla figura dell'Alceo nell'inno alla nave delle muse.
Finalmente il 4 gennaio del 1797 fu nel Sant'Angelo recitato, e per nove sere ripetuto con irruzione che formar potrebbe epoca (cosí si scriveva allora l'italiano in Venezia), il Tieste. E il diciottenne tragedo aveva anche in pronto un Edipo, recitabile (attesta egli nell'indice), ma da non istamparsi; e meditava Focione e i Gracchi.