Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato anche in francese col titolo De la France, cosí: «Io posso essere indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando, in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora, con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde. Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele, raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti. Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore; ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici, e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».

È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva. Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne, un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti. Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di aprire l'Atta Troll. Eccone alcune:

«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne accenni tu con quello schernevole crollar della testa?

«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria! perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera. Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.

«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!

«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.

«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ... mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta? Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato! E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su la propaganda rivoluzionaria!

«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al Père-Lachaise, come tu povero Börne.

«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di maschere.

«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte! mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che puzza di sauerkraut e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione, quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un sogghigno di scherno!