«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero, scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride ... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro, in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David, quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia. Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro: Povero pazzo!»[11]

E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla Giovine Alemagna, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva la sinistra hegeliana, specie di montagnardi che tutte le idee del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93, che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si smarrí.

E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland. E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su l'Alemagna. E quei della poesia delle tendenze erano pure figlioli, piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del '93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella dura sinistra hegeliana, che deportava gli eleganti e poetici ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza nell'arcipelago del nulla! E poi quella politische Tendenzpoesie (orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci, quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il confiteor fra i socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni, cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato francese!

Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali, parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare e formare l'Atta Troll. L'orso del Heine, come il veltro di Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13, è il costituzionale del '18 col suo buon vecchio diritto, è il girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne, l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza, ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre romantico, sempre orso. Heine nell'Atta Troll sembra aver fatta sua l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, Yo contra todos y todos contra yo: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento della romantica poesia.

Lo afferma esso il poeta nelle Confessioni: «Dopo aver dati de'colpi a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni, a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense (in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo, e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la corona e vestito la blouse, mi avrebbero a punto a punto decapitato. Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei sogni; e scrissi Atta Troll, il canto del cigno d'un'età che declina; e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente nell'acqua.[13]»

Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la tenia romantica che gli dà il mal umore.

Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann. «Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi, sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la poesia politica delle tendenze pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo, sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con pelle tutta di neve immacolata.[14]»

In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in tale contrasto è la novità originale dell'Atta Troll. In mezzo al regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore del Canzoniere vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola delle tendenze; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle tendenze cade nella tendenza egli stesso.

V.

E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione della diversità che intercede grandissima fra l'Atta Troll e le altre zoepiche (epopee bestiali sonerebbe improprio e sgarbato), che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate nel correre del nostro secolo. Il Reineke Fuchs, che Volfango Goethe lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento, dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua medievale, del tempo delle canzoni di gesta, e dall'arte classica onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni, tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di motivo personale. Gli Animali parlanti del Casti, composti dopo la tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal primo canto.