E ponga in opra quel c'han posto in carte
Cato e Virgilio e Plinio e Columella
E gli altri che insegnâr sí nobil arte,

E di mia mano innesti e pianti e svella
La spessa de' rampolli inutil prole
Che fan la madre lor venir men bella,

E con le care figlie e, se 'l ciel vuole,
Spero co' figli, a tavola m'assida
La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...

Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si risente:

Bocche mi paion di balene e d'orche
Le porte de' palagi e le colonne....

I pavimenti miei sien fiori ed erbe,
Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,
E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:

Né curi ire a palazzo o stare a' banchi
E domandar che faccian Turchi o Galli,
S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.

Non sia obbligato a suono di metalli
Giorno e notte seguir piccol zendado,
Forbir arme e nutrir servi e cavalli.

E, qual si sia, contento del mio grado,
Non cerchi di chi scende o di chi poggia,
O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.