Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522-1600), non era già un letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi; e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.

Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi; qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto; qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio, l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo esultante ed allegro in suo decoro—Signor, voglio che prendiamo de' tordi e gli godiamo insieme—: quell'altro mi dice voler ch'io vada con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono essere.

Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta malinconia mi sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro, ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro, e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga, che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!... Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia, si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto piacevolo e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno, cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia. Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti, che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana, ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve, dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro, ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli, partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille colori, simili a tappeti finissimi che vengono di Levante. A queste cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro, le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco, dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia.[48]

Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa? Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del Giorno, provano il contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni, e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi bene della vita rustica o della libertà campestre; che la natura l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi della poesia italiana moderna.

III.

IL BRINDISI.