Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso? Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia, che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai e trovai.

E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del tempo minuti, ore, anni.[59]

Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste Gli Ideali in ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi, sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida, senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie ne rimanevano di vita»[60].

Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in voi, dire—Io non farò mai di cosí bei versi:—letta la terza, voi potete pensare—Questo è un alto documento della dignità e serietà della vita, che posso anche io seguire.

Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.

L'Italia, Oenotria, la terra del vino, non ha la poesia del vino; come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché in vino veritas. Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici, industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei toreadores della menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali, non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo, cordiale.

Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la galante spigliatezza delle chansons à boire francesi, fu il Rolli, nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come nelle francesi, e piú che negli scolii greci, il vino s'accorda all'amore e la nota epicurea prevale.

Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno
Presto è al ritorno, presto al partir:
Di giovinezza godiamo il fiore,
Sian l'ultim'ore tarde a venir...

Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,
Quella bottiglia di vin clarè:
Duchi e regnanti or non vogl'io,
Ma sol, ben mio, brindisi a te....