Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,—per vero,—un frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma (vediamolo in una recente e accurata traduzione)

Via, non piú di questa guisa
con fracasso ed ululato
a la scitica maniera
non si bea, ma centellando
fra soavi inni d'amore[63]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

—Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato la lirica!