Un tempo era il mio genio
Languir per un bel ciglio:
Error degli anni teneri,
Pazzia di gioventú!
Quant'è miglior diletto!
Versar dentro il suo petto
Due fiaschi e forse più.

L'amore ci fa piangere
E 'l vino ci fa ridere:
Cui piace Amor lo séguiti.
Ché il vino io seguirò.
La dama, con sua pace,
Allora sol mi piace.
Che brindisi le fo[62].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella pittura, sí nella poesia.

Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del Rolli, di piú nuovo che non il Brindisi del Parini, bisogna pur troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana, ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica, le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia imperiale et iuvenum curas et libera vina referre. Orazio, poeta di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete, còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto, e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

—Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci: via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.—Ah sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore.—L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa. Séguito traducendo:

—Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno? Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio fedele.