Tornando al Parini e all'Impostura, comincia con un'entrata molto franca in mezzo alle cose [1-6].

Venerabile Impostura,
Io nel tempio almo a te sacro
Vo tenton per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,
Cui gran folla urta di gente,
Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa [85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima del mondo.

Tu degli uomini maestra
Sola sei. Qualor tu dètti
Ne la comoda palestra
I dolcissimi precetti,
Tu il discorso volgi amico
Al monarca ed al mendíco.