☼
Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete. Farà dunque il Tartufo.
Ma Cluvien dal mio destino
D'imitar non m'è concesso.
Dell'ipocrita Crispino
Vo' seguir l'orme da presso.
Tu mi guida, o dea cortese,
Per lo incognito paese.
Di tua man tu il collo alquanto
Sul manc'omero mi premi:
Tu una stilla ognor di pianto
Da mie luci aride spremi:
E mi faccia casto ombrello
Sopra il viso ampio cappello.
É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.
Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita! Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é drammatico!
Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,
Dalle forche e dall'esiglio
Sempre salvo? A me fecondi
Di quant'oro fien gli strilli
De' clienti e de' pupilli!
☼
Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'amabil lume e il fervido pensiere, ci sono i rai della verità e le zanne fiere del mostro orrendo dell'Impostura, c'è un E me nudo nuda accogli che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que' due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.