IX.[30]
Carissima contessa,
Se mi sarà dato di finire questa mia avanti che annotti, essa Le verrà sollecita annunziatrice di una mia gita (quarta o quinta) allo Splugen.
Il cielo era una benedizione di Dio sulla natura, e la terra un rendimento di grazie, e l'anima mia pacata nella pacifica armonia dei versi virgiliani.
Quanto e come soavemente mi facevano pensare quei versi, su quei monti! Ma verso sera mutò il paesaggio e l'anima. Le basti ch'io non ho mai chiuso un occhio la notte, e da ciò indovini lo stato dell'anima mia. Ciò non ostante stamattina, grazie a Dio e a Virgilio, ero di nuovo in pace con la natura e con me. Quanta pietà nelle parole dei Troiani sbattuti dal naufragio!
«Dî tibi, si qua pios respectant numina, si quid
Usquam justitia est, et mens sibi conscia recti,
Praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt
Saecula? qui tanti talem genuere parentes?»[31]
Glieli ho scritti in latino, perchè Ella si avvezzi a leggerli e a ripeterli latinamente. Nessuno ha scritto versi latini così belli come Virgilio: un tempo pensavo che Orazio, ma ora no.