Ogni spagnuolo accompagnava allora con la sua chitarra le semplici «coplas» d'un inno al valore; ogni madre insegnava alle sue fanciulle la storia d'un prode, secondo che l'aveva udita narrare da un qualche poeta. Anche la gentilezza dell'amore, anche la cortesia verso le donne somministrava materia a dilicate od a flebili melodie. E la pietá, facendo tacere per alcun momento gli odii nazionali, non negava una lagrima poetica neppure a Zayda e a Balaya, belle e sventurate amanti di principi moreschi.
[p.207]
II
|Della poesia castigliana durante il secolo decimoquinto|[6]
I re d'Aragona, verso la fine del secolo decimoquarto, avevano introdotto nei loro Stati i «giuochi florali», instituiti giá da piú di un sessant'anni in Tolosa, onde promovere l'esercizio della «gaia scienza» de' trovatori. Vedevansi concorrere d'ogni parte gli ingegni a quelle feste, e con gara ardita contendere pei premi promessi a' piú valenti. La pubblica solennitá di tali cerimonie, la maggiore diffusione delle cognizioni e degli scritti, l'esempio invidiato dell'Italia, la maraviglia che destavano le opere degli antichi poeti di Grecia e di Roma, delle quali allora si andava rendendo piú comune la lettura in tutta l'Europa, ed altre consimili circostanze ponevano vieppiú sempre in onore la poesia: questa che delle belle arti è la prima ad essere coltivata, allorché i popoli si accostano alla loro civilizzazione.
Giovanni secondo era un principe inetto a governare; e sotto di lui la Castiglia, perduta in faccia agli stranieri ogni importanza, era lacerata al di dentro dall'orgoglio fazioso de' nobili. E nondimeno quella etá portava tanto amore alla poesia, che all'inetto principe l'esercitarla e 'l proteggerla ottenne anche politicamente qualche benevolenza. Molti de' grandi, che gli avrebbero non mal volentieri tolto lo scettro, cosí sconveniente alla sua mano, si unirono intorno a lui per forza di simpatia poetica, e, verseggiatori anch'essi, prestarono aiuto al re verseggiatore. Cosí Giovanni secondo, bene o male, si mantenne sul trono; e, in mezzo alle turbolenze del regno, la corte di lui, piuttosto che un consiglio di statisti, pareva in certo modo una profezia lontana del [p.208] nostro «Serbatoio d'Arcadia». Vogliamo dire che il re e i cortigiani, né piú né meno de' pecorai d'Arcadia, fossero o no provveduti di alcuna disposizione attiva per la poesia, tutti sudavano a far dei versi. Scriveva «coplas» il contestabile don Alvaro, e «coplas» scrivevano il duca d'Arjona e don Enrico de Villena e 'l marchese di Santillana e cento altri eccelsi magnati.
Fra questi magnati, per altro, alcuni non erano al tutto indegni di qualche lode letteraria. La lingua s'avvicinava giá molto alla sua perfezione; nuovi metri, trovati da' poeti della corte del re Giovanni, prestavano nuovi istromenti alla poesia; ed ella si era rivolta in gran parte a dipingere la passione dell'amore. E se la smania di parer dotto (o, in altri termini, la pedanteria) non avesse guastato l'intelletto al marchese di Santillana; se, innamorato, com'egli pareva essere, di Dante, ne avesse investigato lo spirito poetico ne' suoi principi moventi anziché nelle minute particolaritá delle invenzioni; per opera di lui, poiché ingegno e volontá non gli mancavano, la poesia spagnuola non solamente avrebbe potuto dare maggiore soavitá agli affetti dell'elegia, ma ben anche aspirare a piú alte concezioni e distendersi maestosamente fra' palmeti indigeni, senza prepararsi la necessitá di agognare, come fece in appresso, gli allori stranieri.
Ma i maestri di convento, in mano de' quali stava allora la somma dell'educazione giovanile, avevano messa in capo al Santillana, del pari che a tutti i loro discepoli, una falsa e stramba idea della poesia: come se, incapace di poter dire splendidamente il vero, ella consistesse in un tessuto perpetuo di misteri, di allegorie e di spiattellate sentenze morali. D'altra parte, la maraviglia o, piú veramente, l'idolatria de' tempi per la novitá dell'erudizione solleticava a lui l'ambizioncella, e persuadevalo ad ostentare in qualche modo il catalogo de' tanti libri ch'egli aveva letti. Non è dunque strano che il marchese cedesse alla corrente. Da' suoi contemporanei ottennero infatti largo applauso, siccome portenti di bellezza poetica, i difetti appunto che rendono oggidí noiosa la lettura delle opere di lui; oggidí che nel poeta cerchiamo il poeta e le sue forti sensazioni, non la fredda pompa [p.209] della sua vasta memoria, non l'arguzia delle sue allegorie, non la magistrale ripetizione delle sentenze rubate di peso al catechismo.
Del resto, alcune brevi canzoncine del Santillana fanno fede ch'egli avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne' Romanzi del Cid e in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari! E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di servire?
Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisse El doctrinal de privados. Ove non sia una compiacenza estetica, è almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare dalle discordie civili i castigliani.