In quanto a te, se mai ti nascesse voglia di scrivere romanzi in Italia sul fare di questi, va' cauto e fa' di non lasciarti traviare in soggetti non verisimili, quando essi siano tolti di peso dalla fantasia tua. Ché se l'argomento ti viene prestato da una storia scritta o da una tradizione che dica:—Il tal fatto è accaduto così,—e tu senti che comunemente è creduto così, allora non istare ad angariarti il cervello per timore d'inverisimiglianze, da che tu hai le spalle al muro. Però nella scelta siati raccomandato d'attenerti piú volentieri ai soggetti ricavati dalla storia che non agli ideali. Né ti fidare molto a quelle tradizioni che non escirono mai del ricinto d'un sol municipio, perché la fama tua non sarebbe che municipale: del che non ti vorrei contento.

Finalmente, se i due componimenti del Bürger che ti stanno ora innanzi, e che furono immaginati per la Germania e proporzionati a que' lettori, non piaceranno universalmente in Italia, bada bene a non inferire da questo che la letteratura tedesca sia tutta incompatibile col gusto nostro. Vi hanno in Germania componimenti moltissimi fondati su maniere e su geni comuni a' tedeschi, a noi ed al resto dell'Europa colta. E il dire che un po' piú un po' meno di lucidezza di sole renda affatto opposte tra di loro le menti umane, ed inaccordabili onninamente le operazioni intellettuali di chi vive tre mesi fra le nebbie con quelle di chi ne vive sei, è puerilitá tanto piú ripetuta quanto ella è piú facile a dar vita ad un meschino epigramma. Se ne' greci e ne' latini troviamo cose ripugnanti al genio della poesia italiana e le confessiamo, perché infastidirci se ne' francesi, negli spagnuoli, negli inglesi e ne' tedeschi ne scopriamo parimenti [p.52] che vogliono da noi rifiutarsi? O legger nulla o legger tutto fa d'uopo. Però io, portando opinione che il secondo partito sia da scegliersi, credo che anche lo studio del Cacciatore feroce e della Eleonora sará utile in Italia, perché mostra da quali fonti i valenti poeti d'una parte della Germania derivino la poesia applaudita nel loro paese. Cercarono essi con somma cura di prevalersi di tutte le passioni, di tutte le opinioni, di tutti i sentimenti de' loro compatriotti, e trovarono cosí argomenti che vincono l'animo universalmente.

Facciamo lo stesso anche noi. E la poesia italiana si arricchirá di nuove bellezze, talvolta originali molto, e sempre caratteristiche del secolo in cui viviamo. Cosí vedremo moltiplicarsi i soggetti moderni e riescir belli e graditi quanto il Filippo, il Mattino, la Basvilliana e l'Ortis. E forse anche noi conseguiremo scrittori di romanzi in prosa, tanto quanto i francesi, gli inglesi e i tedeschi.

Figliuolo carissimo, se tu hai ingegno, com'io spero, ti sarai pure accorto che fin qui la lettera mia non fu che uno scherzo. La gravitá, con cui in questa tiritera di commento ho affastellate tante stramberie, è una gravitá tolta a nolo; e la costanza della ironia sbalza agli occhi di per sé. Ho voluto spassarmi a spese de' novatori. Ma con te, figliuolo, con te la coscienza di padre mi grida ch'io lasci le baie e mi metta finalmente sul serio.

Sappi dunque che fuori d'Italia gli uomini vanno carpone in materia di letteratura. Sappi che se tu, tralignando da' maestri tuoi, metterai naso ne' libri oltramontani, finirai anche tu col muso al pavimento. Questo voler dividere i lavori della poesia in due battaglioni, «classico» e «romantico», sa dell'eretico; ed è appunto un trovato d'eretici; e non è, e non può essere, cosa buona, da che la Crusca non ne fa menzione e neppure registra il vocabolo «romantico».

Tutti sanno che in Inghilterra e in Germania non si coltiva da letterato veruno né la lingua greca né la latina, e che non si ha contezza ivi degli scrittori di Atene e di Roma se non [p.53] per mezzo di traduzioni italiane. Separati cosí quasi affatto dalla conoscenza de' capi d'opera dell'antichitá, come potevano quegli infelici far poesie e non dare in ciampanelle? Poi vollero giustificare i loro strafalcioni; e congiurarono co' loro fratelli filosofi, e tentarono la metafisica e la logica e dettarono sistemi. Ma tutti insieme i congiurati diedero in nuove ciampanelle, perché la metafisica e la logica sono piante che non allignano che in Italia.

Figúrati che arrivarono fino a dire quasi: che la religione cristiana ha resa piú malinconica e piú meditativa la mente dell'uomo; ch'ella gli ha insegnato delle speranze e de' timori ignoti in prima; che le passioni de' cristiani, quantunque rivolte a oggetti esteriori, hanno pure una perpetua mischianza con qualche cosa di piú intimo che non avevano quelle de' pagani; che in noi è frequente il contrasto tra 'l desiderio e 'l dovere, tra l'intolleranza delle sventure e la sommessione ai decreti del cielo; che i poeti nostri, per non riescire plagiari gelati, bisogna che pongano mente a quelle tinte e dipingano oggi le passioni con tratti diversi dagli antichi; e che e che, e cento altri «che» di tal fatta, e miserabilissimi tutti. E davvero, a volere stramazzare quegli atleti, basterebbe, a modo d'esempio, instituire, come noi lo possiamo far bene e non essi, un paragone analitico tra Anacreonte e Tibullo da una parte, e 'l Petrarca dall'altra, e dimostrare come i patimenti dei due primi innamorati siano gli stessi stessissimi patimenti che travagliavano l'animo al Petrarca. E chi non sente infatti che que' tre amori, per somiglianza tra di loro, sono proprio tre gocciole d'acqua?

Alcuni cervellini d'Italia che non sanno né di latino né di greco, lingue per essi troppo ardue, vorrebbero menar superbia dell'avere imparate le lingue del nord, che ognuno impara in due settimane, tanto sono facili. Però fanno eco a tutte queste fandonie estetiche, che in fine non valgono né le pianelle pure di Longino, non che il suo libro Del sublime, che è la maraviglia dell'umano sapere. Il quale umano sapere non è mica progressivo e perfettibile, come i fatti pertinacemente attestano; ma è sempre stato immobile, e non può di sua natura patire incremento mai, per la gran ragione che «nil sub sole novum». [p.54] E questi cervellini battono poi le mani ad ogni frascheria che viene di lontano, e corrono dietro a Shakespeare ed allo Schiller, come i bamboli alle prime farfalle in cui si abbattono, perché non sanno che ve n'ha di piú occhiute e di piú vaghe.

Ma viva Dio! quello Shakespeare è un matto senza freno; traduce sul teatro gli uomini tal quali sono, la vita umana tal quale è; lascia ch'entri in dialogo l'eroe col becchino, il principe col sicario; cose che non sono permesse che agli eroi da vero e non da scena. E invece di mandarti a fiamme l'anima con belle dissertazioni politiche, con argomenti pro e contra, a modo de' nostri avvocati, egli ti pone sott'occhio le virtú ed i vizi in azione: il che ti scema l'interesse e ti fa tepido. Quello Schiller poi, se 'l paragoni, non dico con altri, ma col solo Seneca, ti spira miseria.

A buon conto gli stessi novatori, mentre si aguzzano alla disperata onde predicarne le lodi, sono costretti dal coltello alla gola a confessare che le opere di Shakespeare e dello Schiller, quantunque, come essi dicono, maravigliose in totale, non vanno scevre di magagne, se si guarda separatamente alle parti. E s'ha a dire bel libro di poesia quello che non può vantarsi incontaminato d'ogni menomo peccato veniale? I grandi poeti dell'antichitá sono invece fiocchi sempre di tutta neve immacolata.