|Sulla «Storia della poesia e dell'eloquenza» del
Bouterweck[1]|

I

Fra le molte opere filosofiche e letterarie del signor Federigo Bouterweck[2] non ci pare la meno importante questa che annunziamo. L'autore ne mandò alle stampe il primo volume l'anno 1801, e cosí via via gli altri fino al decimo, che uscí in luce lo scorso anno e che ce ne promette per lo meno un altro ancora.

Quest'opera, che contiene l'analisi di tutta la letteratura moderna dal risorgimento de' buoni studi fino pressoché ai giorni presenti, meriterebbe una traduzione italiana, specialmente per ciò che si riferisce a' popoli non italiani.

Le letterature straniere non sono comunemente troppo conosciute in Italia, quantunque pur tanto qui se ne parli da taluni o per lodarle o per biasimarle, secondo che la moda od altri impulsi meno innocenti comandano. E l'opera di un filosofo, che, netto d'ogni pregiudizio nazionale od individuale, consacra la propria mente alla limpida contemplazione della veritá per solo amore di essa, e parla del bello e del brutto che trovasi nelle varie letterature, investigandone finamente le ragioni e [p.74] spargendo ne' propri scritti gran copia de' lumi del suo secolo, riescirebbe forse di non poco vantaggio all'Italia ed opportunissima alla tendenza attuale della nostra civilizzazione.

Ne' tempi addietro coloro, che in Italia conoscevano alcun poco la letteratura de' greci e quella de' latini e la nostra, reputavansi dottissimi. Quindi que' dottissimi, riposando tranquilli col sentimento della gloria giá facilmente ottenuta, non pensavano mai a rivolgere i loro studi alle letterature moderne degli oltramontani. O se taluno pur si degnava di concedere ad esse qualche ora di ozio, lo faceva con sí tenue serietá, che piú che uno studiare era uno scartabellare inconcludente. I pedanti avevano d'uopo di un uditorio che tenesse alquanto del sempliciotto; e però andavano pascendo i padri nostri di fandonie pastorali, di leziosaggini amorose vòte d'ogni senso d'amore, di dicerie semierudite, e d'altre tali quisquiglie. E mentre proponevano superbamente siffatte miserie o proprie o d'altrui siccome gran belle cose, ed incitavano gl'italiani perché ne scrivessero di continuo, appena appena con una sterile lode, messa loro sul labbro non dal sentimento ma dalla tradizione, nominavano qualche volta le opere di Dante e del Machiavelli; e la sterilitá di siffatte lodi, piú che ad altro, serviva ad allontanare da que' sublimi libri gl'italiani. Poi gridavano e persuadevano che fuori di questa nostra avventurata penisola la sapienza era poca, e poco il buon gusto a paragone del tanto che regnava tra noi, e che inutil cosa era il por mente alle lettere straniere. E gl'italiani, poco meno che tutti, stavano contenti al detto de' pedanti, dal quale era magistralmente lusingata l'inerzia. Persuasione fatale che di presente ancora esercita un resto del suo impero, mantenendo negli animi d'alcuni un'ignoranza senza rimorsi, una cieca avversione a tutto ciò che sanno non esser frutto del suolo d'Italia.

L'amore della patria, questo carissimo affetto, che pure è figliuolo sempre della virtú, fu per maligna destrezza de' pedanti spogliato del bel candore della sua innocenza ed accoppiato all'odio d'altrui, turpissimo de' vizi sociali. Confuse per tal maniera le ragioni delle cose presso il popolo, che non sa far [p.75] distinzioni ogni tratto, e presso coloro che per interesse privato non le vogliono fare, l'Italia rimase gran pezza come separata dal resto de' viventi. E que' pochi che osavano far parola della comoditá di allargare i confini della nostra dottrina, rinforzando gli studi patri colla conoscenza degli studi stranieri[3], erano accusati come nemici dell'onore italiano, o per lo meno derisi e respinti nel silenzio della lor solitudine.

Ma i pedanti hanno un bel fare: lo spirito umano cammina sempre, e ad essi manca la forza per rattenerlo. Nell'ultima metá del secolo scorso il regno di quelle signorie cominciò anche tra noi a dare un crollo e ad inclinarsi verso la sua fiera catastrofe. Gli studi pigliarono voga maggiore per molte cagioni che non occorre di annoverare, ma specialmente per questa: che, a misura che veniva cadendo di mano a' frati l'istruzione della gioventú, il perpetuare ne' popoli l'insipienza, e con essa la timida subordinazione, cessava d'essere il fine unico a cui mirassero le intenzioni de' precettori. Quelle tra le opere de' greci e de' latini, che sono ricche di bellezze permanenti, furono gustate assai piú, perché spiegate con intelligenza meno superficiale. Per lo contrario i pedissequi imitatori di esse vennero perdendo sempre piú di credito, secondo che piú s'imparava a separare l'opportunitá dell'ammirazione dall'opportunitá dell'imitazione. Alle arcadiche fanciullaggini sottentrarono l'entusiasmo per Dante e per l'Ariosto e la ricerca di libri che inducessero a meditazione. Alcuni barlumi di una filosofia psicologico-letteraria fecero sospettare che vi avesse un tipo perpetuo ed universale del bello poetico, indipendentemente dalle opinioni municipali e dalle leggi e tradizioni scolastiche, indipendentemente dai soli fiori della locuzione. Si sentí la necessitá d'investigare l'essenza di questo tipo perpetuo; ma lo spirito analitico non era ancora [p.76] lo spirito de' tempi. Però intanto si cercò di guadagnar cognizioni. E la mente degli italiani, irrequieta tra l'ignoranza e la volontá di sapere, si volse ovunque per ottenerle. Allora gli stranieri principiarono a diventar meno stranieri per noi; e vari de' nostri, smettendo la ruggine antica, si affratellarono qualche poco con essi anche a viso scoperto. Cosí, secondando la nuova inclinazione degl'italiani, vedemmo comparire in Italia frequenti traduzioni di poesie e prose oltramontane; e vedemmo ben anche alcuni dei nostri dotti pubblicare storie, dissertazioni, discorsi intorno alle letterature delle diverse nazioni d'Europa.

Senz'animo di voler detrarre un minimo iota alla gratitudine che possano meritare tali fatiche, massimamente le tante e sí lunghe dell'Andrés[4], noi portiamo opinione che all'Italia manchi tuttavia un libro d'autore italiano sufficiente a darle un'idea compita dell'origine, de' progressi e dello stato presente delle lettere presso l'una o l'altra delle nazioni straniere, e che, per averne qualche esatta contezza, le bisogni cercarla fuori di casa. Gli scrittori nostri, che fino a questi ultimi anni ne parlarono, ci sembrano non abbastanza provveduti d'idee estetiche elementari: quindi non abbastanza franchi e risoluti nella scelta del bello, e spesse volte piú encomiatori imprudenti che critici pacati; o, se a quando a quando censori, uomini pressoché sempre di corta veduta. D'altronde lo studio dell'uomo e di tutte le sue relazioni col passato e col futuro non era ancora, a quel che pare, lo studio favorito per essi. La strettezza de' vincoli che congiungono sempre le lettere alle opinioni politiche, religiose e morali, a tutta insomma la civilizzazione dei popoli, era tuttavia un mistero in Italia. E però eglino consideravano i libri de' poeti e de' prosatori piú come semplici azioni individuali che come espressioni della qualitá de' secoli, piú come un lusso lodevole delle nazioni che come un bisogno perpetuo dell'uomo sociale; bisogno che rinascerebbe pur sempre di per [p.77] sé, se anche venissero meno ad un tratto tutti gli esempi della preesistenza di esso ne' popoli antichi. Quegli scritori, partendo sempre da princípi derivati da una critica o municipale o provinciale o tutto al piú nazionale, credettero di poter sottoporre ad esame l'Europa intera. Ed eglino pure, a simiglianza de' loro antenati, andarono rintracciando il bello quasi sempre negli accidenti esteriori della spiegazione de' concetti e della dizione, fermandosi, per cosí dire, sul limitare di un edificio a dar giudizio intero di tutto il complesso della sua bontá.

Non possiamo negare che in fatto di letterature moderne straniere il Cesarotti vide talvolta piú addentro d'ogni altro suo contemporaneo italiano. Nato piú per esser filosofo che per esser poeta e libero di molti pregiudizi, il Cesarotti avrebbe potuto riformare assai tra di noi l'arte critica, se si fosse dato a studi piú profondi. Ma quella sua facile coscienza, che tratto tratto lo faceva andar pago di cognizioni superficiali e che gli guastò il capo per modo da non lasciargli intendere il vero spirito di Omero, lo riscaldò alcuna volta come di un furore d'ammirazione, inopportuno alla filosofia, da farlo parere ne' suoi giudizi persona avventata e parziale. Ad ogni modo, dovendo noi per amore di brevitá tacere qui molti nomi di scrittori italiani, credemmo di dover fare questa breve menzione separata del Cesarotti, onde apparisca che, quantunque non troppo fautori del suo ingegno poetico, noi riconosciamo in lui, comparativamente a' tempi, un ingegno filosofico non comune.