Illuminato di tanto, tornai al § LI, onde sapere «perché nel piú bel secolo della romana letteratura la poesia teatrale non giugnesse a maggior perfezione». E qui confesso l'alta ammirazione che svegliò in me la logica semplice e chiara, e nondimeno profondamente intuitiva, con cui il chiarissimo Tiraboschi, sorretto da Orazio, ebbe la bontá di confidarmi che questo non fiorire della tragedia presso i romani proveniva dallo «strepito grande che facevasi nel teatro, sicché appena vi si potevano udire ed intendere i versi», ecc. ecc. «Garganum»—ripeteva il suggeritore del Tiraboschi—

Garganum mugire putes nemus aut mare tuscum, tanto cum strepitu ludi spectantur, ecc.

Che consolazione fu allora la mia, stimatissimo don Ruffino, nel vedere appagata cosí bene la mia curiositá! Questa è ben altra filosofia che quella di madama! Chi niega al Tiraboschi acume di speculativo intelletto, o è stolido o è mentitore o è novatore. Ecco come in poche righe viene dal sapientissimo Tiraboschi stabilito un gran principio filosofico, il quale, come tutti i gran principi filosofici dell'universo, riesce applicabile in ogni tempo ad altri fenomeni. In virtú di esso io mi sento capace di spiegare le ragioni per cui al teatro la tale o tal altra opera in musica non è bella. E dico cosí:—La tale opera non è bella perché non la si ascolta.—E mi guarderò bene dal ripetere col volgo:—Non la si ascolta perché non è bella.—

Cosí l'importunitá della veglia e l'opportunitá della lettera di V. S. contribuirono entrambe a convertire al Tiraboschi un amico traviato, quale davvero mi pregio di essere sempre di V. S. molto reverenda.

|Grisostomo|.

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XI

INTORNO ALL'«ORIGINE DELLE LETTERE» DEL ROSCOE[1]

L'eloquenza di Gian Giacomo Rousseau non bastò a persuadere all'Europa che le lettere fossero dannose all'umana societá. Nel discorso del ginevrino i popoli vollero ravvisare piú la bizzarria del paradosso che l'animo dell'oratore, e salvarono cosí il rispetto dovuto a quell'uomo singolare. Senza entrare a discutere una quistione puramente speculativa, che non condurrebbe ad alcuna utilitá pratica, chi considera l'attuale nostra civiltá, e non è stolido o perfido, vedrá essere dover suo il contribuire quel tanto che egli può al miglioramento della coltura pubblica, ed il combattere sempre piú la tristezza di quei pochi che vorrebbero far della sapienza un monopolio e tener nella ignoranza il prossimo, onde non trovar contrasti a' lor maligni disegni. Noi siamo ora in tale condizione, che il retrocedere in fatto di studi, e non giá il progredire, ci trarrebbe in precipizio.

E però, seguendo l'intendimento de' buoni, suggeriamo con ingenua persuasione agl'italiani di leggere il discorso fatto dal signor Guglielmo Roscoe all'Instituto reale di Liverpool; discorso che appunto è indirizzato a raccomandare la propagazione de' lumi in tutte le classi de' cittadini, siccome mezzo di prosperitá nazionale.