DEGLI AUTORI DEL FOGLIO PERIODICO «IL CAFFÉ»
Agli scalini del duomo vendevansi qui in Milano, sono pochi dí, al prezzo fisso di dieci soldi il volume, tanti libri e libracci usati, quanti bastavano a formare alla rinfusa un mucchio, del diametro di forse otto passi ed alto un mezz'uomo e piú. Passava di lá casualmente uno degli estensori del nostro giornale, e, datosi a frugare per entro a quel caos di sapienza avvilita e di pazzie umane mantenute tuttavia in eccessiva onoranza dalla tariffa del venditore, trovò modo di spendervi dietro anch'egli, bene o male, uno scudo. Raccomandò il prezioso acquisto alle spalle d'un fattorino del libraio senza bottega, avviandolo alla contrada tale, casa tale, numero tale; e, sborsato il prezzo, entrò in duomo, probabilmente per farvi orazione: i maligni dicono, per pigliarvi il fresco.
Sull'ora del pranzo tornato egli a casa, trovò il fagotto de' libri buttato in terra a piè della seggiolina della portinaia, che, sudicia né piú né meno di tutte le sue consorelle, pure non aveva voluto metter mano su di esso, per paura, diceva, d'impolverarsi, e soltanto si degnò di additarlo con un calcio allorché ne sopravvenne il padrone. La schifiltá della donna pareva essere una strana disarmonia in quella cameretta. Misurando con un'occhiata tutto il lercio dello stanzino e dell'abitatrice, un uomo filosofo avrebbe avuto di che fantasticare assai sulla ignobilitá corporale dell'umana razza e sul perpetuo ondeggiamento de' principi morali da cui muovono le nostre azioni. Una portinaia schiva d'imbrattarsi di polvere un dito! All'amico nostro, accostumato da molti anni a veder tante __inconseguenze__ [p.182] e incongruenze e contraddizioni razionali e morali e sociali…, bastò di ridere alcun poco del bislacco sussiego della donnicciuola.—Va'—le disse—l'anima tua è screziata come l'abito che porti indosso.—Era una vestetta rattoppata con piú cenci, l'un d'un colore l'un d'un altro.—Ma io non rido di te, rido dei molti a cui tu somigli.—Nel dir questo, egli, che s'era fatto allo sportello verso l'androne e vedeva la strada, mandò uno sguardo di allusione a tre bei carrozzini, che lesti lesti scorrevano allora appunto per di lá. Poi, rientrato, spolverò alla meglio i suoi libri, se li recò sotto 'l braccio, salí le scale e li depose sullo scrittoio.
Il dí susseguente, l'amico nostro riandò i vari frontispizi, e gli nacque il pensiero gentile di dividere con alcuni suoi vicini la sapienza comperata. Studiò di proporzionare il dono ai bisogni di ciascheduno di essi: voleva anche in tale inezia essere utile al prossimo. E però, sbandita ogni idea, ogni apparenza di beffa, mandò sul serio come lettura proprio opportuna i seguenti libri ai seguenti individui.
Ad un ricco giovinetto uscito non ha guari di collegio, una discreta traduzione italiana delle Lettere di lord Chesterfield al proprio figliuolo.
Ad un classicista, gli Elementi delle cognizioni umane ad uso de' fanciulli (edizione di Parma), ed i due Galatei, l'uno di monsignor Della Casa, l'altro di Melchiorre Gioia.
Ad un romantico, un libro stampato in Venezia del 1563 ed intitolato Pungilingua e trattato di pazienza di fra Domenico Cavalca da Vico Pisano (edizione citata dai compilatori della Crusca).
Ad uno sposo recente, un grosso volume e mezzo scucito, intitolato Nouvelle manière de defendre et de fortifier les places irrégulières à l'usage de ceux qui ne sont pas géomètres, par P. I. de Bellersheim.
Ad un illustrissimo borioso, le Osservazioni di Francesco Redi intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi.
Ad un postulante, L'uomo di corte di Baldassar Graziano (traduzione dallo spagnuolo).