Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da' suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportaro. Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della fortuna, e uscito di quella cittá, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, piú anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertá costretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo. Egli primieramente rifuggí a Verona. Quivi dal signor della terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Faggiuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona. Ma, essendo giá dopo la sua partita di Firenze piú anni passati, né apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar disperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati gli Alpi, come poté se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitudini vane tolto le avea, restituisse. Udí adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose opportune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di potere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con prieghi, con lettere e con ambasciate s'ingegnò di rimuovere il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerlo intorno alla sua cittá, estimando quella contro a lui non potersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato vano. Assediò Arrigo la cittá di Fiorenza; e ultimamente, vana vedendo la stanza, se ne partí e, non dopo molto tempo passando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo dí, il quale alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII

DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima cittá di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta, ne' liberali studi ammaestrato e amatore degli scenziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Romagna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare, con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ció volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo dí di lui.

Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale né gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né gli stimoli della moglie, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il súbito e impetuoso mutamento della fortuna, né le faticose circuizioni, né il lungo e misero esilio, né la intollerabile povertá, tutte imbolatrici di tempo agli studianti, non poterono con le lor forze vincere, né dal principale intento rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, sí come assai chiaramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è riposo continuo, e a' quali l'ampie facultá senza alcun lor pensiero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De' quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, né scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli impeti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.

XIII

MORTE DI DANTE

Abitò adunque Dante in Ravenna piú anni nella grazia di quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo giá al cinquantesimosesto anno della sua etá pervenuto, infermò, e come fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione delle colpe commesse, a Dio, del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo MCCCXXI, il dí che la esaltazione della santa Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ricevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo perpetuo prenda merito delle fatiche passate.

Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri de' piú eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori, con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso medesimo, a commendazione del trapassato poeta e a consolazione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essendogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica sepoltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto, le venerabili ossa dimorano.

XIV