GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE
Furono in que' tempi piú uomini nell'arte metrica ammaestrati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testificanti e la scienza e alcun de' piú memorabili casi di Dante, de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondimeno, piú tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti, fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, sí come piú laudevoli al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici diliberai come segue:
Theologus Dantes nullius dogmatis expers,
quod foveat claro philosophia sinu:
gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,
hic iacet, et fama pulsat utrumque polum:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuit, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis;
Atropos heu! laetum livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,
exilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem Numinis annis,
ad sua septembris idibus astra redit.
XV
RIMPROVERO AI FIORENTINI
Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata malivolenza de' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; niuna publica lagrima gli fu conceduta, né alcuno uficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente sí dimostrò, i fiorentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti, che fra loro niuna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia rimangansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono, ci volgiamo.
XVI
FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE
Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo giá divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:—Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono!—Alla quale semplicemente una dell'altre rispose:—In veritá egli dee cosí essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?—Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.
Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l'abito conveniente alla maturitá, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.