«E li parenti miei». È colui che si manifesta qui, Virgilio; e prima si manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto dice, «furon lombardi». Dove è da sapere che Virgilio fu figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva quell'arte, cioè di comporre diversi vasi di terra; e la madre di lui, secondo che dice Servio Sopra l'«Eneida», quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furono lombardi, cosí dinominati da Lombardia, provincia situata tra 'l monte Appennino e gli Alpi e 'l mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse, fu chiamata Gallia, da' galli che quella occuparono e cacciaronne i toscani; e prima che Gallia si chiamasse, quella parte dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quegli èneti che seguirono Antenore troiano dopo il disfacimento di Troia. La cagione perché Lombardia si chiama, è che, partitisi certi popoli dell'isola di Scandinavia, la quale è tra ponente e tramontana in Oceano, chiamati dalle barbe grandi e da' capegli, li quali s'intorcevano davanti al viso, «longobardi», e sotto diversi signori, e dopo lunghissimo tempo in varie regioni venendo, dimorati, si fermarono in Ungheria, e in quella stettero nel torno di quarantasei anni; poi, a' tempi di Giustiniano imperadore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco, chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano, ed essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe e metterebbelo a filare colle femmine sue, sdegnato rispose che, s'ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, percioché egli ordirebbe tal tela, ch'ella non la fornirebbe di tessere in vita sua; e carichi molti somieri di diversi frutti, con una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il quale allora era re de' longobardi, mandandolo pregando che egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli frutti nascevano. Albuino, che giá in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi popoli vicini, li quali si chiamavano ávari, in Gallia con tutti i suoi maschi e femmine, piccoli e grandi, ne venne, e con la loro forza, e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e, toltogli il nome antico, da sé lo dinominarono Lombardia, il qual nome infino a' nostri dí persevera.
«Mantovani, per patria, amendui». Mantova fu giá notabil cittá; ma, percioché d'essa si tratterá nel ventesimo canto di questo pienamente, qui non curo di piú scriverne.
«Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi». Qui dimostra Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua nativitá. E' pare che l'autore voglia lui esser nato vicino al fine della dettatura di Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse; percioché se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro De temporibus, scrive lui essere morto l'anno dello 'mperio d'Ottaviano Cesare…[1], che fu avanti la nativitá di Cristo da quattordici o quindici anni; e il predetto Eusebio scrive, nel detto libro, della sua nativitá cosí: «Virgilius Maro in vico Andes, haud longe a Mantua natus, Crasso et Pompeio consulibus»; il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura (la qual tenne quattro anni e parte del quinto) bene venti anni.
«E vissi a Roma». Certa cosa è che Vergilio, avendo lo ingegno disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cremona, e di quindi n'andò a Milano, lá dov'egli studiò in medicina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia, e vedendo i poeti esser nel cospetto d'Ottaviano accetti, se n'andò a Napoli, e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo. E quivi similmente dimorando, sí come egli medesimo testimonia nel fine del libro, avendo prima composto la Buccolica, e racquistato per opera d'Ottaviano i campi paterni, li quali a Mantova erano stati conceduti ad un centurione chiamato Arrio, compose la Georgica. Poi, sí come Macrobio in libro Saturnaliorum scrive, mostra mentre che scrisse l'Eneida si stesse in villa: il dove non dice, ma, per quello che delle sue ossa fece Ottaviano, si presume che questa villa fosse propinqua a Napoli, e prossimana al promontorio di Posillipo, tra Napoli e Pozzuolo. [E portò tanto amore a quella cittá che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose notabili con l'aiuto della strologia; percioché, essendo Napoli fieramente infestato da continua moltitudine di mosche, di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame, sotto sí fatta costellazione che, postala sopra il muro della cittá, verso quella parte onde le mosche e' tafani da un padule indi vicino, vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò né mosca né tafano. Fecevi similmente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni
[Footnote 1: In bianco nei codd. [Ed.].] cavallo che avesse i dolori, o altra naturale infermitá, avendo tre volte menatolo d'intorno a questo. Fece, oltre a questo, due teste di marmo intagliate, delle quali l'una piagnea e l'altra ridea, e posele ad una porta, la quale si chiamava porta Nolana, l'una dall'un lato della porta, e l'altra dall'altro; ed avevan questa proprietá, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli, e disavvedutamente entrava per quella porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piagnea, mai non potea recare a fine quello per che egli venuto v'era, e se pure il recava, penava molto, e con gran noia e fatica il faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la bisogna sua.] E però credo che egli vivesse poco a Roma, ma che egli talvolta vi usasse, questo è credibile.
«Sotto il buono Augusto», cioè Ottaviano Cesare, il quale, essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare, nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per testamento gli lasciò questo nome di Cesare. Poi, avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleopatra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio di Roma; ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di Scizia, genti ancora appena da' romani conosciute, a domandare l'amicizia e la compagnia sua e de' romani; e, oltre a ciò, avendo i parti renduti i regni romani tolti a Crasso e ad Antonio; parendo a' romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono, adorare per iddio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo della republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di Numacio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè accrescitore. Ma, percioché in molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto. Chiamalo il «buon Augusto» l'autore, percioché, quantunque crudel giovane fosse, nella etá matura diventò umano e benigno prencipe e buono per la republica.
«Nel tempo degl'iddii falsi e bugiardi». Sono falsi, non veri iddii, «quia dii gentium daemonia»: «bugiardi» gli chiama, percioché il demonio, sí come e' medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna.
[Lez. III]
«Poeta fui». Apresi ancora qui Virgilio per questo nome di «poeta» piú all'autore; [intorno al qual nome, chiamato da molti e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi. È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l'uficio del poeta, e che onore sia retribuito al buon poeta. Estimaron molti, forse piú da invidia che da altro sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un verbo detto «poio pois», il quale, secondo che li grammatici vogliono, vuol tanto dire, quanto «fingo fingis»: il qual «fingo» ha piú significazioni; percioché egli sta per «comporre», per «ornare», per «mentire» e per altri significati. Quegli adunque che dall'avvilire altrui credon sé esaltare, dissono e dicono che dal detto verbo «poio» viene questo nome «poeta»; e percioché quello suona «poio» che «fingo», lasciati stare gli altri significati di «fingo», e preso quel solo nel quale egli significa «mentire», conchiudendo, vogliono che «poeta» e «mentitore» sieno una medesima cosa; e per questo sprezzano e avviliscono e annullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando: i poeti per autoritá di Platone dover esser cacciati delle cittá. E, oltre a ciò, prendendo d'una pistola di Geronimo a Damaso papa De filio prodigo questa parola: «Carmina poëtarum sunt cibus daemoniorum»; quasi armati dell'arme d'Achille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente insultano; aggiugnendo a' loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice:—«Quis—inquit—has scenicas meretriculas ad hunc aegrum permisit accedere, quae dolores eius non modo nullis remediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis?»—E, se piú alcuna cosa truovano, similmente, come contro a nemici della repubblica, contro ad essi l'oppongono.]
[Ma, percioché a questi cotali a tempo sará risposto, vengo alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome del «poeta». Ad evidenza della qual cosa è da sapere, secondo che il mio padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo suo fratello, monaco di Certosa, gli antichi greci, poiché per l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi dell'anno, e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dover essere colui il quale con perpetua ragione dá ordine a queste cose, e quello essere Iddio, e tra loro gli ebbero edificati templi, e ordinati sacerdoti e sacrifici; estimando di necessitá essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire alcune parole, nelle quali le laudi degne a Dio, e ancora i lor prieghi a Dio si contenessero; e conoscendo non esser degna cosa a tanta deitá dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico con l'altro, familiarmente diciamo o il signore al servo suo: costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano, queste parole trovassero. Le quali questi sacerdoti trovarono; e, per farle ancora piú strane dall'usitato parlare degli uomini, artificiosamente le composero in versi. E perché in quelle si contenevano gli alti misteri della divinitá, accioché per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero quegli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi greci fu appellato «poetes»; il qual vocabolo suona in latino, «esquisito parlare»; e da «poetes» venne il nome del «poeta», il qual nulla altra cosa suona che «esquisito parlatore». E quegli, che prima trovarono appo i greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E, perché ne' lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente «poeti», ma «teologi»; e per le opere di costoro dice Aristotile che i primi che teologizzarono furono i poeti. E, se bene si riguarderá alli loro stili, essi non sono dal modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leggiamo, sotto velamento di parole nella prima apparenza fabulose, l'opere ammirabili della divina potenza. È vero che coloro, spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto esser vero, sí come da verace dettatore stato dettato; quello, che i poeti finsero, fecero per forza d'ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavan vero, sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de' quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divinitá e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderá e aprirá, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverá sotto alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similmente nella presente opera, sí come io spero che nel processo apparirá. E cosí si cognoscerá i poeti non essere mentitori, come gl'invidiosi e ignoranti li fanno.]