[Appresso l'uficio del poeta è, sí come per le cose sopradette assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la veritá sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i valorosi poeti si troverá da chi con diligenza ne cercherá. Ma ciò che io ora ho detto, è da intendere sanamente. Io dico «la veritá», secondo l'oppenione di quegli tali poeti; percioché il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della cattolica fede, non poté la veritá di quella nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; percioché, se altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non sarebbe stato buon poeta.]

[E, percioché i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio esaltatori dell'opere de' valorosi uomini, per li quali li stati de' regni, delle province e delle cittá si servano; e, oltre a ciò, quegli ne' lor versi di fare eterni si sforzarono; e similemente furono grandissimi commendatori delle virtú e vituperatori de' vizi: estimarono lor dovere estollere con quel singulare onore che i principi triunfanti per alcuna vittoria erano onorati; cioè che dopo la vittoria d'alcuna loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro, a dimostrare che, come l'alloro serva sempre la sua verdezza, cosí sempre era da conservare la lor fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il senato di Roma, al qual solo apparteneva il concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad un poeta conceduta, ch'egli concedette ad Affricano, a Pompeo, a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli biasimano. E se per avventura volesson dire:—Noi gli biasimiamo perché furon gentili, le scritture de' quali sono da schifare sí come erronee;—direi che da tollerar fosse, se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, cosí gentili come i poeti furono, fossero similemente schifati; il che non avvenendo, non si può forse altro dire se non che singular malivolenzia il faccia fare.]

[Ma da rispondere è alle obbiezioni di questi valenti uomini fatte contro a' poeti.]

[Dicono adunque, aiutati dall'autoritá di Platone, che i poeti sono da esser cacciati delle cittá, quasi corrompitori de' buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro della sua Republica non lo scriva; ma le sue parole non bene intese da questi cotali fanno loro queste cose senza sentimento dire. Fu ne' tempi di Platone, e avanti, e poi perseverò lungamente, ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali, per acquistare ricchezze e il favore del popolo, componevan lor commedie, nelle quali fingevano certi adultèri e altre disoneste cose, state perpetrate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella etá aveva mescolati nel numero degl'iddii; e queste cotal commedie poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femmine, della cittá ad udire. E non gli traeva tanto il diletto e il disiderio di udire, quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del commedo procedevano; i quali erano in questa forma: che una spezie di buffoni, chiamati «mimi», l'uficio de' quali è sapere contraffare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena, informati dal commedo in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle persone, gli atti delle quali dovevano contraffare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il commedo diceva, facevano. E, percioché spesso vi si facevano intorno agli adultèri, che i commedi recitavano, di disoneste cose, si movevano gli appetiti degli uomini e delle femmine, riguardanti, a simili cose disiderare e adoperare; di che i buon costumi e le menti sane si corrompevano, e ad ogni disonestá discorrevano. Perciò, accioché questo cessasse, Platone, considerando, se la republica non fosse onesta, non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle cittá. Non adunque disse d'ogni poeta. Chi fia di sí folle sentimento, che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della cittá, il quale è dalle leggi chiamato «padre d'ogni virtú»? chi Solone, che nello estremo de' suoi dí, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone, non solamente lo scapestrato vivere degli ateniesi regolarono, ma ancora composero i costumi de' romani, giá cominciati a divenire grandi. Chi crederá ch'egli avesse cacciato Virgilio, chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? chi crederá ch'egli avesse cacciato il venerabile mio maestro messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo esemplo d'onestá? chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi cosí fatti poeti cacciasse, cui riceverá egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio Catellina, Neron cesare? Ma in veritá questa obbiezione potevano essi o potrebbono agevolmente tacere. Non è egli sí gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle cittá: Omero abitò il piú per li luoghi solitari d'Arcadia; Virgilio, come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato d'ogni usanza d'uomini; e, se investigando si verrá, questo medesimo si troverá di molti altri.]

[Dicono oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo: «Daemonum cibus sunt carmina poëtarum». Le quali parole senza alcun dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima pístola letto, avrebbe potuto vedere di quali versi san Girolamo avesse inteso; e massimamente nella figura, la qual pone, d'una femmina non giudea, ma prigione de' giudei, la qual dice che, avendo raso il capo, e posti giú i vestimenti suoi, e toltesi l'unghie e i peli, potersi ad uno ismaelita per via di matrimonio congiugnere: forse con minor fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a' poeti allegate. E, accioché questo piú apertamente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo, se non, per quegli atti che la scrittura di Dio dice dover fare, se non, una purgazione del paganesimo o d'altra setta fatta, potere qualunque femmina nel matrimonio venir de' giudei: e cosí, purgate certe inconvenienze del numero de' poeti, restare i versi de' poeti non come cibo di dimonio, ma come angelico potersi da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta, poi che Costantino imperadore, battezzato da san Silvestro, diede luogo al lume della veritá; percioché per la santitá e sollecitudine dei papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopradetti comici e ogni disonesto libro ardendo, par questa poesia antica purgata, e potersi, ne' libri autorevoli e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.]

[Non dico perciò (che è quello, a che san Girolamo nella predetta pistola attende molto) che il prete o il monaco, o qual altro religioso voglian dire, al divino oficio obbligato, debba il breviario posporre a Virgilio; ma, avendo con divozione e con lagrime il divino oficio detto, non è peccare in Spirito santo il vedere gli onesti versi di qualunque poeta. E, se questi cotali non fossero piú religiosi o piú dilicati, che stati sieno i santi dottori, essi ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de' demòni, non solamente non essere stato gittato via o messo nel fuoco, come alcuni per avventura vorrebbono, ma essere stato con diligenzia servato, trattato e gustato da Fulgenzio, dottore e pontefice cattolico, sí come appare in quello libro, il quale esso appella delle Mitologiae, da lui con elegantissimo stilo scritto, esponendo le favole de' poeti. E similmente troverebbono sant'Agostino, nobilissimo dottore, non avere avuto in odio la poesia, né i versi de' poeti, ma con solerte vigilanza quegli avere studiati e intesi: il che se negare alcun volesse, non puote; conciosiacosaché spessissime volte questo santo uomo ne' suoi volumi induca Virgilio e gli altri poeti; né quasi mai nomina Virgilio senza alcun titolo di laude.]

[Similmente e Geronimo, dottore esimio e santissimo uomo, maravigliosamente ammaestrato in tre linguaggi, il quale gli ignoranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi non intendono, con tanta diligenzia i versi de' poeti studiò e servò nella memoria, che quasi paia nulla nelle sue opere non avere senza la testimonianza loro fermata. E, se essi non credono questo, veggano, tra gli altri suoi libri, il prologo del libro il quale egli chiama Hebraicarum quaestionum, e considerino se quello è tutto terenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi assertori, induce Virgilio e Orazio; e non solamente questi, ma Persio e gli altri minori poeti. Leggano, oltre a questo, quella facundissima epistola da lui scritta a sant'Agostino, e cerchino se in essa l'ammaestrato uomo pone i poeti nel numero de' chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere.]

[Appresso, se essi nol sanno, leggano negli Atti degli apostoli e troveranno se Paolo, vaso d'elezione, studiò i versi poetici, e quegli conobbe e seppe. Essi troveranno lui non avere avuto in fastidio, disputando nello areopago contro la ostinazione degli ateniesi, d'usare la testimonianza de' poeti; e in altra parte avere usato il testimonio di Menandro comico poeta, quando disse: «Corrumpunt mores bonos colloquia mala». E similmente, se io bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide poeta, il quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezzatori de' poeti, quando dice: «Cretenses semper mendaces, malae bestiae, ventres pigri». E cosí colui, il quale fu rapito insino al terzo cielo, non estimò quello, che questi piú santi di lui vogliono, cioè esser peccato o abbominevole cosa aver letti e apparati i versi de' poeti. Oltre a tutto questo, cerchino quello che scrisse Dionisio areopagita, discepolo di Paolo e glorioso martire di Gesú Cristo, nel libro il quale compose Della celeste gerarchia. Esso dice e proseguita e pruova la divina teologia usare le poetiche fizioni, dicendo intra l'altre cose cosí: «Etenim valde artificialiter theologia poëticis sacris formationibus, in non figuratis intellectibus usa est, nostram, ut dictum est, animam relevans, et ipsi propria et coniecturali reductione providens, et ad ipsum reformans anagogicas sanctas Scripturas»; ed altre cose ancora assai, le quali a questa somma seguitano. E ultimamente, accioché io lasci star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi nemici del poetico nome, non esso medesimo Gesú Cristo, nostro salvadore e signore, nella evangelica dottrina parlò molte cose in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico? Non esso medesimo incontro a Paolo, abbattuto dalla sua potenza in terra, usò il verso di Terenzio, cioè: «Durum est tibi contra stimulum calcitrare»? Ma sia di lungi da me che io creda Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da Terenzio prendesse. Assai mi basta a confermare la mia intenzione, il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parola e la sentenzia prolata giá per la bocca di Terenzio, accioché egli appaia che del tutto i versi de' poeti non sono cibo del diavolo. Che adunque diranno questi li quali cosí presuntuosamente s'ingegnano di scalpitare il nome poetico? Certo, al giudicio mio, e' non gli possono giustamente dannare, se non che co' versi poetici non si guadagnan danari, che credo sia quello che in tanta abbominazione gli ha loro messi nel petto, perché a' loro desidèri non sono conformi.]

[Resta a spezzare l'ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia abbia cacciate le muse poetiche da Boezio, sí come femmine meretrici e disoneste, e i conforti delle quali conducono chi l'ascolta, non a sanitá di mente, ma a morte. Ma quel testo, male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro a' poeti. Egli è senza alcun dubbio vero la filosofia esser venerabile maestra di tutte le scienze e di ciascuna onesta cosa; e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e commosso dello esilio a gran torto ricevuto, egli, sí come impaziente, avendo per quello cacciata da sé ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedi opportuni a dover cacciar via le noie che danno gl'infortuni della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto, e per conseguente mettessero compassion di lui in altrui. E questa gli pareva sí soave operazione che (senza guardare che egli in ciò faceva ingiuria alla filosofica veritá, la cui opera è di sanare, non di lusingare il passionato), che esso, con la dolcezza delle lusinghe del potersi dolere, insino alla sua estrema confusione avrebbe in tale impresa proceduto; e, peroché questo è esercizio de' comici di sopra detti (a fine di guadagnare), di lusingare e di compiacere alle inferme menti, chiama la Filosofia queste muse «meretriculae scenicae», non perché ella creda le muse esser meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo l'ingegno dell'artefice che nelle disoneste cose le induce. Assai è manifesto non esser difetto del martello fabbrile, se il fabbro fa piú tosto con esso un coltello, col quale s'uccidono gli uomini, che un bómere, col quale si fende la terra, e rendesi abile a ricevere il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che le Muse sieno qui istrumento adoperante secondo il giudicio dell'artefice, e non secondo il loro, ottimamente il dimostra la Filosofia, dicendo in quel medesimo luogo che è disopra mostrato, quando dice:—Partitevi di qui, Serene dolci infino alla morte, e lasciate questo infermo curare alle mie muse, cioè alla onestá e alla integritá del mio stilo, nel quale mediante le mie muse io gli mostrerò la veritá, la quale egli al presente non conosce, sí come uomo passionato e afflitto.—Nelle quali parole si può comprendere non essere altre muse, quelle della filosofia, che quelle de' comici disonesti e degli elegiaci passionati, ma essere d'altra qualitá l'artefice, il quale questo istrumento dee adoperare. Non adunque nel disonesto appetito di queste muse, le quali chiama la Filosofia «meretricule», sono vituperate le muse, ma coloro che in disonesto esercizio l'adoperano.]

[Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma percioché in altra parte piú distesamente di questo abbiamo scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra impresa ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio, poeta, e non fu popolar poeta, ma solennissimo, e le sue opere e la sua fama chiaro il dimostrano agl'intendenti.]