[Lez. IV]
«E cantai». Usa Virgilio questo vocabolo in luogo di «composi [versi»; e la ragione in parte si dimostrò, dove di sopra si disse perché «cantiche» si chiamano l'opere de' poeti; alla quale si puote aggiugnere una usanza antica de' greci, dalla qual credo non meno esser mossa la ragione perché «cantare» si dicono i versi poetici, che da quella che giá è detta. E l'usanza era questa: ch'e' nobili giovani greci si reputavano quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro canti e suoni usavano molto ne' lor conviti. E non erano li lor canti di cose vane, come il piú delle canzoni odierne sono, anzi erano versi poetici, ne' quali d'altissime materie o di laudevoli operazioni da valenti uomini adoperate, sí come noi possiam vedere nella fine del primo dell'Eneida di Virgilio, dove, dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, Iopa, sonando la cetera, canta gli errori del sole e della luna, e la prima generazione degli uomini e degli altri animali, e donde fosse l'origine delle piove e del fuoco, e altre simili cose: dal quale atto poté nascere il dirsi che i poetici versi si cantino. E per conseguente Virgilio, dell'opere da sé composte dice «cantai». Il qual non solamente compuose l'Eneida, ma molti altri libri, si come, secondoché Servio scrive, l'Ostirina, l'Ethna, il Culice, la Priapea, il Cathalecthon, le Dire, gli Epigrammati, la Copa, il Moreto e altri; ma sopra tutti fu l'Eneida, la quale in laude d'Ottaviano compuose. Poi, partendosi da Napoli, e andandone ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il detto Eneida, quello lasciò a due suoi amici valenti poeti, cioè a Tucca e a Varrone, con questo patto che, se avvenisse che egli avanti la tornata sua morisse, che essi il dovessero ardere; per che, essendo a Brandizio morto, senza potere esser pervenuto ad Atene, e Tucca e Varrone sappiendo questo libro in laude di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva, temettero d'arderlo senza coscienza d'Ottaviano; e perciò, raccontata a lui la intenzion di Virgilio, ebbero in comandamento di non doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con questo patto, che essi alcuna cosa non v'aggiugnessero, e, se vi trovasser cosa da doverne sottrarre, potessero. Il che essi con fede fecero. Poi Ottaviano, fatte recare le sue ossa da Brandizio a Napoli, vicino al luogo dove gli era dilettato di vivere, il fece seppellire, cioè infra 'l secondo miglio da Napoli, lungo la via che si chiamava Puteolana, accioché esso quivi giacesse morto, dove gli era dilettato di vivere.]
«Di quel giusto Figliuol d'Anchise», cioè d'Enea, del quale Virgilio nel primo dell'Eneida fa ad Ilioneo dire alla reina Dido queste parole:
Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter nec pietate fuit, nec bello maior et armis,
nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise fu della schiatta de' re di Troia, figliuolo di Capis, figliuolo di Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d'Enea, come qui si dice, «che venne da Troia». Troia è una provincia nella minore Asia, vicina d'Ellesponto, alla quale è di ver' ponente il mare Egeo, dal mezzodí Meonia, da levante Frigia maggiore, da tramontana Bitinia, cosí dinominata da Troio, re di quella. «Poi che il superbo Ilión fu combusto». Ilione fu una cittá di Troia, cosí nominata da Ilio, re di Troia, e fu la cittá reale, e quella, secondo che Pomponio Mela scrive nel primo della sua Cosmografia, che fu da' greci assediata, e ultimamente presa e arsa e disfatta. Chiamalo «superbo» dall'altezza dello stato del re Priamo e de' suoi predecessori.
E poi che manifestato s'è, egli fa una breve domanda all'autore, dicendo:—«Ma tu perché ritorni a tanta noia?» quanta è a essere nella selva, della quale partito ti se';—e quinci segue e fanne un'altra:—«Perché non sali al dilettoso monte, Ch'è principio e cagion di tutta gioia?».—
Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di questa seconda, nella qual dissi che con ammirazion l'autore rispondeva, e, col commendar Virgilio, s'ingegnava d'accattare la sua benivolenza. E, rispondendo alla dimanda di lui, gli mostra quello per che al monte non sale, e il suo aiuto addimanda, e dice:—«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte, Che spande di parlar sí largo fiume?».—Commendalo qui l'autore dell'amplitudine della sua facundia, quella facendo simigliante ad un fiume. «Rispos'io lui con vergognosa fronte». Vergognossi l'autore d'essere da tanto uomo veduto in sí miserabile luogo, e dice «con vergognosa fronte», percioché in quella parte del viso prima appariscano i segni del nostro vergognarci; comeché qui si può prendere il tutto per la parte, cioè tutto il viso per la fronte.—«O degli altri poeti» latini «onore», percioché per Virgilio è tutto il nome poetico onorato, «e lume». Sono state l'opere di Virgilio a' poeti, che appresso di lui sono stati, un esempio, il quale ha dirizzate le loro invenzioni a laudevole fine, come la luce dirizza i passi nostri in quella parte dove d'andare intendiamo. «Vagliami il lungo studio e il grande amore». Poi che l'autore ha poste le laude di Virgilio, accioché per quelle il muova al suo bisogno, ora il priega per li meriti di se medesimo, per li quali estima Virgilio sí come obbligatogli il debba aiutare, e dice: «Vagliami», a questo bisogno, «il lungo studio». Vuol mostrare d'avere l'opera di Virgilio studiata, non discorrendo, ma con diligenza. «E 'l grande amore». E per questo intende mostrare un atto caritativo, che fatto gli ha studiare il libro di Virgilio, e non, come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere e biasimare. «Che m'ha fatto cercare il tuo volume», l'Eneida.
«Tu se' lo mio maestro». Qui con reverirlo vuol muover Virgilio chiamandolo «maestro», «e 'l mio autore». In altra parte si legge «signore», e credo che stia altresí bene; percioché qui, umiliandosi, vuol pretendere il signore dovere ne' bisogni il suo servidore aiutare. «Tu se' solo colui da cui io tolsi», cioè presi, «il bello stilo», del trattato, e massimamente dello 'Nferno, «che m'ha fatto onore», cioè fará. E pon qui il preterito per lo futuro, facendo solecismo.
«Vedi la bestia», e mostragli la lupa, della quale di sopra è detto, «per cui io mi volsi», dal salire al dilettoso monte. E qui gli risponde all'interrogazion fatta; appresso il priega dicendo: «Aiutami da lei, famoso saggio»; nelle quali parole vuol mostrare colui veramente esser saggio, il quale non solamente è saggio nel suo segreto, ma eziandio nel giudicio degli altri per lo quale esso diventa famoso. «Ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi». Triemano le vene e' polsi quando dal sangue abbandonate sono, il che avviene quando il cuore ha paura; percioché allora tutto il sangue si ritrae a lui ad aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l'altro corpo rimane vacuo di sangue, e freddo e palido.
—«A te convien tenere altro viaggio». In questa quarta particella fa l'autore due cose: prima dichiara ciò che Virgilio dice della natura di quella lupa, e il suo futuro disfacimento; appresso gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da tenere, accioché egli possa di quello luogo pericoloso uscire. La seconda quivi: «Ond'io per lo tuo me'». Dice dunque:—«A te convien tenere altro viaggio», che quello il quale di tenere ti sforzi,—«rispose» Virgilio, «poi che lagrimar mi vide,—Se vuoi campar», senza morte uscire, «d'esto loco selvaggio», come di sopra è dimostrato. E, seguendo, Virgilio gli dice la cagione perché a lui convien tenere altro cammino, dicendo: «Ché quella bestia», cioè quella lupa, «per la qual tu gride», domandando misericordia, «Non lascia altrui passar per la sua via», non della lupa, ma di colui che andar vuole; «Ma tanto lo 'mpedisce», ora in una maniera e ora in un'altra, «che l'uccide. Ed ha», questa lupa, «natura sí malvagia e ria, Che mai non empie la bramosa voglia» del divorare, «Ma dopo il pasto ha piú fame che pria». Vuole Virgilio per queste parole rimuovere un pensier vano, il quale potrebbe cadere nell'autore, dicendo:—Quantunque questa bestia sia bramosa e abbia la fame grande, egli potrá avvenire che ella prenderá alcuno animale e pascerassi, e, pasciuta, mi lascerá andare dove io disidero;—il qual avviso si rimuove per quelle parole: «E dopo il pasto ha piú fame che pria».