Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupiscenza carnale, la quale, lusinghevole insino alla morte, con tutte quelle mortali dolcezze ch'ella porge, facendosi incontro alla sensualitá umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose tornarsi, con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendoglisi dinanzi dal volto; quasi voglia dire: rammemorando tutte quelle persone che giá sono state amate, tutti quegli atti, tutte le parole che giá sono state piaciute; le lagrime, la promessa fede, i rotti sacramenti con pietoso aspetto ricordandogli; con false dimostrazioni suadendogli che questa castitá, questo proponimento riserbi agli anni vecchi, e non voglia ora perdere quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali conforti, e altri molti a questi simiglianti, nel quarto dell'Eneida mostra Virgilio essersi Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla gloriosa impresa rivolgerlo, come giá assai dal buon principio hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.

Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per doverlo fare nelle abbandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora del tempo e dalla dolce stagione prese speranza di vincere questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del principio del dí credo sia da prendere l'ora o 'l tempo nel quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne, fu senza alcun dubbio il principio della nostra salute il principio della riconciliazione del nostro signore Iddio con la nostra umanitá, il principio del tempo accettevole, il quale per tante migliaia d'anni fu aspettato. E questo, percioché in quel proprio dí fu, cioè di venticinque di marzo, nel quale, sí come apparirá appresso, il nostro autore dice sé essere risentito dal sonno mortale. E cosí vuole adunque l'autore darne a vedere che, di ciò ricordandosi, prendesse buona speranza della misericordia di Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria. La stagione del tempo similmente gli die' buona speranza, conoscendo che in quella stagione era cominciato il tempo della grazia, e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata serrata, ed il nemico della umana generazione abbattuto: per che sperar si dovea di poter similmente abbattere i suoi ministri.

La seconda bestia, la qual si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla quale, come egli si confaccia, ne mostreranno alcune delle sue proprietá, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace ma temerario; e appresso è rapace e soprastante; ed è ancora altisono nel ruggir suo, intanto che egli spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai piú ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.

Dissi adunque il lione essere non solamente audace ma temerario; percioché, senza misurare le forze sue, non è alcuno animale sí forte (che ne sono assai piú forti di lui), il quale egli non presuma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile nel terzo dell'Etica, lá dove parla della fortezza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto il temerario presume, oltre alle sue forze, quello che a lui non s'appartiene. E questo vizio è il presumere alcuno di combattere con due o con tre o con piú; conciosiacosaché ciascuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire e segno di fortezza; dove l'andar contro a piú, potendogli schifare, è temeritá. In questo l'uomo superbo è simigliante al leone, percioché il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è alcuna sí grave, che egli non presuma di fare, quantunque a lui non si convenga, sol che egli creda per quello essere reputato magnanimo. E questa cechitá ha giá messo in distruzione molti regni, molte province e molte genti; questa fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi seguaci; questa fu cagione a Capaneo d'esser fulminato e gittato dalle mura di Tebe in terra; questa fu cagione a Golia d'essere ucciso da David, come la Scrittura ne dice.

Dissi ancora che il lione era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto piú può propria del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenir maggiore, esser piú temuto e di piú eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezzabel ad essere della torre sospinta, e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpitata, e divenir loto e sterco della vigna di Nabaoth: e Antioco re d'Asia e di Siria essere oltre al monte Tauro da' romani rilegato.

Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e ch'egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amos profeta dice: «Leo rugiet, quis non timebit?». Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sé e de' suoi gran fatti, e dilettasi e vuole che altri ne parli; quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialitá, Nabucdonosor, di se medesimo per divina operazione ingannato, lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simon mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboam, re de' giudei, de' dodici tribi d'Israel ne perdé nove.

Le quali cose sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo leone, al nostro autore apparito, intendere il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtú, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il suo altiero stato abbandoni, egli diverrá un menomo plebeio; né sará mai ad alcuna gran cosa chiamato, e intra' suoi di niuna reputazione avuto, sará dispettato, e da coloro, li quali esso ha giá premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrá, quando vorrá, risalire. [Para ancora la gloria della preminenza, la potenza del levare in alto e d'abbassare secondo il suo volere, la pompa degli onori, e simili cose assai.] Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle timide di cadere, e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due, dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravvenuta una lupa, e quella, piú che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.

La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia, con la quale come costei si convenga, come nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietá prese, e con quelle del vizio conformatole, il mostreranno. Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concépere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello il quale piú misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda d'intorno, e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo dalla coscienza sua medesima accusato.

Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo avaro; percioché, quantunque l'uomo avaro abbia quello che gli bisogna, onestamente e in qualunque guisa ragunato, forse con molta sollecitudine e gran suo pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupiditá acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo esercizio piú che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niun pericolo è, niuna disonestá, niuna falsitá o altra nequizia, nella qual'e' non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio, nel terzo dell'Eneida, fieramente la sgrida, dicendo:

… Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames?