Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che appare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno cosí, le loro operazioni il dimostrano. Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta per non spendere, dimorando senza muoversi, dieci e venti anni presterá ad usura, vestirá male e calzerá peggio, rifiuterá gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore strettezza fa del suo, tanto tien gli occhi piú diritti all'altrui. Sempre è pieno di rammarichii, sempre dice sé esser povero, e mostrasi; e, brievemente, facendosi dei beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia accompagnarsi con la piú misera condizione d'uomini che si trovi, come la lupa col piú tristo de' lupi si congiugne.

Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa esser l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con alcun suo amico non comunica la quantitá de' suoi beni, sospicando non la gran quantitá palesata gli generi agguati o invidia. E, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole; sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo rubare la riguardi. Alcun sonno non puote avere intero, né riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sé convertono i lacciuoli, li quali giá hanno tesi ad altrui?

E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali pensieri:—Che fai tu, misero? ove vuo' tu andare? da qual parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati? vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu l'avrai? vuo' tu avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? vuo' tu venire alla mercé degli uomini? come faranno i figliuoli tuoi? vuogli tu vedere morir di fame? come fará la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito, e non sará chi ti voglia vedere né udire. Tu puoi ancora indugiare; ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il tuo a coloro da' quali tu l'hai avuto. Egli sará il meglio che tu attenda a guadagnare.—

E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per sudducimento e opera del dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può, spesse volte siamo frastornati; e, avuta poco a prezzo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo, e per conseguente in eterna perdizione ruiniamo. Né a guardarcene mai c'induce l'etá piena d'anni; percioché, quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovenisce. E di ciò furono verissimi testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abbandonarono che essa da loro, vivendo, fosse abbandonata.

[Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularitá cagione di resistenza e di paura. Ma che direm noi, in generalitá, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal vizio partendosi, vogliono alla virtú ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo; e per la carne intender la lonza, per lo mondo il leone, e 'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente vegghiano e stanno intenti alla nostra dannazione. La carne ne lusinga con la dolcezza de' diletti temporali, sotto a' quali è nascoso il veleno infernale, il qual noi, come il pesce con l'ésca piglia l'amo, cosí quasi sempre co' diletti prendiamo, e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvador n'ammaestra e sollecita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice: «Vigilate, et orate: spiritus quidem promptus, caro autem infirma». E san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice: «Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus spiritum»; vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali. Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria; nascondendo sotto la sua falsa luce i tradimenti, le violenze, gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, l'invidie e i furori e i cadimenti e altre cose assai, senza le quali né pigliare né tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste grandezze temporali: le quali tutte, e ciascuna, n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine. Susseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se della sua via usciremo; attorniandoci sempre con agguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietá con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e cosí impedisce tanto chi vuole alla via della veritá ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce. E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da' nostri nemici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne dimostra.]

«Mentre ch'io ruinava in basso loco». Nella precedente parte di questo canto è stato dimostrato, per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato, e disiderar d'uscir di quello, e tornare alla via della veritá, da lui per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscono: in questa parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, accioché, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che opportuno è alla sua salute. E come questo mandato gli fosse, piú distintamente si mostrerá nel canto seguente. E, percioché, come noi per esperienza veggiamo, coloro i quali delle infermitá si lievano, esser deboli e male atanti della persona; cosí creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla infermitá del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanitá. E, come il nostro corpo infermo, senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote, né muoversi ad alcuno atto utile; cosí l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenza non può cosa alcuna aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore di mostrarci come Iddio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietá diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con l'aiuto e colla dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con piú avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.

Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sí per discrezione, e sí per iscienza, e sí ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, percioché Virgilio, quantunque con altro senso, in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare; e ancora, percioché il trattato dee essere poetico, era piú conveniente un poeta che alcuno altro sublime uomo; e però prese lui, piú tosto che alcun altro, percioché egli tra' latini ottiene il principato.

E costui, dice, gli apparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno e senza conforto.

Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, lá dove bisogno será, nella presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio, e per la quale noi siamo chiamati «animali razionali»; percioché la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa seconda grazia ricevere e abitare, conciosiacosaché essa ne sia da Dio data non solamente a cooperare con l'altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizzare e a guidare ogni nostra operazione in bene. La qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi; ma, quando la sensualitá, per le nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon piú secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E, percioché sotto i piedi della sensualitá era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue parole paresse «fioca».

Questa adunque, come il disiderio della virtú torna, abbattuta la sensualitá, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni virtú, d'ogni buona operazione, vacuo, pronta e apparecchiata ad ogni sua opportunitá: [e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento dei vizi sospignere allo 'nferno. Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia, e qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalitá, la quale è morale e laudevole virtú, ella fia scacciata, superata e vinta, e in inferno rimessa lá onde il diavolo, per invidia della gloriosa vita promessa all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, accioché per la sua opera, l'anime, create ad essere beate, fossero laggiú traboccate, onde ella era stata menata]. E di questo séguita che, poiché, per lo impedimento dei vizi, quella via piú propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscir della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostratrice della veritá, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.