«Intesi chʼa cosí fatto tormento». Qui, poi che lʼautore ha posta la qualitá del tormento, dichiara quali sieno i peccatori aʼ quali questo tormento è dato, e dice che intese, da Virgilio si dee credere, «che a cosí fatto tormento», come disegnato è, «Eran dannati i peccator carnali, Che la ragion sommettono al talento», cioè alla volontá. E, come che questo si possa dʼogni peccatore intendere, percioché alcun peccatore non è che non sottometta peccando la ragione alla volontá; vuol nondimeno lʼautore che, per quel vocabolo «carnali», sʼintenda singularmente per li lussuriosi.
Séguita dunque: «E come gli stornei». Qui intende lʼautore per una comparazione discrivere in che maniera in questo luogo. sieno i peccator carnali menati e percossi dalla sopradetta infernal bufera, e dice che, come «lʼali», volando, «ne portan» gli stornelli, «Nel freddo tempo», cioè nel mezzo dellʼautunno, nel qual tempo usano gli stornelli e molti altri uccelli, secondo lor natura, di convenirsi insieme e di passare dalle regioni fredde nelle piú calde per loro scampo, e in quelle ne vanno, «a schiera larga e piena», cioè molti adunati insieme: «Cosí quel fiato», cioè quella bufera, ne porta «gli spiriti mali», cioè dannati, li quali a grandi schiere per quel cerchio, «Di qua, di lá, di giú, di su gli mena», senza servare alcun modo o ordine, lʼuno contro allʼaltro nello scontrarsi crudelmente percotendo. E oltre a questo cosí faticoso tormento, dice: «Nulla speranza gli conforta mai», questi cotali miseri e percossi, «Non che di posa», cioè dʼavere alcuna volta riposo, «ma» ancora non gli conforta «di» dovere aver mai «minor pena», che quella la quale hanno percotendosi insieme.
«E come i grú». Qui per unʼaltra comparazione ne discrive una brigata di quegli spiriti dannati aver veduti venire verso quella parte, dove esso e Virgilio erano; e dice quegli esser da quel vento menati in quella forma che volano per aere i grú. «Van cantando lor lai», cioè lor versi. Ed è questo vocabolo preso, cioè «lai», per parlar francesco, nel quale si chiamano «lai» certi versi in forma di lamentazione nel lor volgare composti. «Facendo in aer di sé», medesimi volando, «lunga riga», percioché stendono il collo, il quale essi hanno lungo, innanzi, e le gambe, le quali similmente hanno lunghe, e cosí fanno di sé lunga riga. «Cosí vidʼio venir» spirti, li quali facevan lunga riga di sé, cioè di tutta la persona, «traendo guai, Ombre portate dalla detta briga», cioè dalla detta bufera. «Per chʼio dissi:—Maestro, chi son quelle Genti, che lʼaura nera sí gastiga?»-cioè tormenta, impetuosamente portandole.
—«La prima di color». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella qual dissi che lʼautore nominava alquanti degli spiriti dannati a questa pena. Dice adunque:—«La prima di color», che cosí son portati, e «di cui novelle Tu vuoʼ saper»—, cioè la condizione e la cagione perché a questo supplicio dannata sia, «mi disse quegli allotta—Fu imperadrice di molte favelle», cioè fu donna di molte nazioni, nelle quali erano molti e diversi modi di parlare. «A vizio di lussuria fu sí rotta», sí inchinevole «Che il libito», cioè il beneplacito, intorno a ciò che a quel vizio apparteneva, «feʼ licito», cioè concedette che lecito fosse in tutte le nazioni che ella signoreggiava; e questo fece «in sua legge», cioè per sua legge. E appresso dice la cagione perché questa legge cosí abominevole fece, cioè, «Per tôrre», per levar via «il biasmo», la infamia «in che era condotta», per le sue disoneste operazioni in quel peccato. «Ella è Semiramis» (poi che detto ha il vizio nel quale condotta fu, la nomina: Semiramis), «di cui si legge», appo molti antichi istoriografi, «Che succedette a Nino», suo marito, dopo la morte di lui nel regno, «e fu sua sposa», mentre esso Nino visse.
Ma, accioché piú pienamente si comprenda chi costei fosse, e quali fossero le sue operazioni, è da dire alquanto piú pienamente la sua istoria. Dico adunque che, chi che Semiramis si fosse per nazione, non si sa, quantunque alcuni poeti antichissimi fingano lei essere stata figliuola di Nettuno; ma che essa fosse moglie di Nino, re degli assiri, per lo testimonio di molti istoriografi appare. Concepette costei di Nino, suo marito, un figliuolo, il quale nato nominaron Ninia; ed avendosi giá Nino per forza dʼarme soggiogata quasi tutta Asia, ed ultimamente ucciso Zoroastre eʼ battri, suoi sudditi, avvenne che, fedito nella coscia dʼuna saetta, si morí. Per la qual cosa la donna, temendo di sottomettere alla tenera etá del figliuolo cosí grande imperio, e di tanta e cosí strana gente e nuovamente acquistato, pensò una mirabile malizia, estimando con quella dover potere reggere i popoli, li quali Nino, ferocissimo uomo, sʼaveva con armi sottomessi e alla sua obbedienza costretti. E, avendo riguardo che essa in alcune cose era simile al figliuolo, e massimamente in ciò che esso ancora non avea barba, e che nella voce puerile era simile a lei, e similmente nella lineatura del viso; estimò potere sé, in persona del figliuolo, presentare agli eserciti del padre. E, per poter meglio celare lʼeffigie giovanile, si coperse la testa con una mitra, la quale essi chiamavan «tiara», e le braccia e le gambe si nascose con certi velamenti. E, accioché la novitá dellʼabito non avesse a generare alcuna ammirazione di lei in coloro che da torno le fossero, comandò a tutti che quello medesimo abito usassero. E in questa forma, dicendo sé esser Ninia, se medesima presentò agli eserciti; e cosí, avendo acquistata real maestá, severissimamente servò la disciplina militare, e con virile animo ardí non solamente di servare lo ʼmperio acquistato da Nino, ma ancora dʼaccrescerlo; e a niuna fatica, che robusto uomo debba poter sofferire, perdonando, si sottomise Etiopia, e assalí India, nella quale alcun altro mortale, fuor che il marito, non era stato insino a quel tempo ardito dʼentrar con arme. Ed essendole in molte cose ben succeduto del suo ardire, non dubitò di manifestarsi esser Semiramis, e non Ninia, aʼ suoi eserciti. Essa, oltre alle predette cose, pervenuta in Babillonia, antichissima cittá da Nembrot edificata, e veggendola in grandissima diminuzione divenuta, a quella tutte le mura riedificò di mattoni, e quelle rifece di mirabile grossezza, dʼaltezza e di circúito. E, parendole aver molto fatto, e posto tutto il suo imperio in riposo, tutta si diede alla lascivia carnale, ogni arte usando che usar possono le femmine per piacere. E, tra lʼaltre volte, facendosi ella con grandissima diligenza le trecce, avvenne che, avendo ella giá composta lʼuna, le fu raccontato che Babillonia le sʼera ribellata e venuta nella signoria dʼun suo figliastro. La qual cosa ella sí impazientemente ascoltò, che, lasciato stare il componimento delle sue trecce, e i pettini e gli specchi gittati via, prese subitamente lʼarmi, e, convocati i suoi eserciti, con velocissimo corso nʼandò a Babillonia, e quella assediò; né mai dallʼassedio si mosse, infino a tanto che presa lʼebbe e rivocata sotto la sua signoria: ed allora si fece la treccia, la quale ancora fatta non avea, quando la ribellione della cittá le fu detta. E questa cosí animosa operazione, per molte centinaia dʼanni testimoniò una statua grandissima fatta di bronzo, dʼuna femmina la quale dallʼun deʼ lati avea i capelli sciolti, e dallʼaltro composti in una treccia, la quale nella piazza di Babillonia fu elevata. E, oltre a questa cosí laudabile operazione, molte altre ne fece degne di loda, le quali tutte bruttò e disonestò con la sua libidine. La quale ancora, secondo che lʼantichitá testimonia, crudelmente usò; percioché, come alquanti dicono, quegli giovani, li quali essa eleggeva al suo disonesto servigio, poi che quello aveva usato, accioché occulto fosse, quegli faceva uccidere. Ma nondimeno, quantunque ella crudelmente occultasse gli adultèri, i parti conceputi di loro non poté occultare. E sono di quegli che affermano, lei in questo scellerato servigio aver tirato il figliuolo: e, accioché alcuna delle sue femmine non gli potesse lui col suo servigio sottrarre, dicono sua invenzione essere stata quel vestimento, il quale gli uomini fra noi usano a ricoprire le parti inferiori, e di quello aver le sue femmine vestite, e ancora con chiave fermatolo. Dicono ultimamente alcuni che, avendo ella a questa disonestá richiesto il figliuolo, che il figliuolo, avendo ella giá regnato trentadue anni, lʼuccise. Alcuni altri dicono esser vero che il figliuolo lʼuccidesse, ma non per questa cagione: anzi o perché esso se ne vergognasse, o perché egli temesse non forse ella partorisse figliuolo, che con opera di lei il privasse del regno.
Appresso, pur di lei seguendo, dice lʼautore: «Tenne la terra, che ʼl soldan corregge», la quale è Egitto; e chiamasi soldano di Babillonia, non da Babillonia di Caldea, la qual Semiramis fece restaurare, ma da una Babillonia la quale è quasi nella estremitá meridionale dʼEgitto, la quale edificò Cambise, re di Persia. Leggesi nondimeno che ella assalí Egitto. Se ella lʼoccupò o no, non so.
«Lʼaltra», che segue nella predetta schiera Semiramis, «è colei che sʼancise amorosa», cioè amando, «E ruppe fede», congiugnendosi con altro uomo, «al cener di Sicheo», suo marito stato.
Vuole lʼautore per questa circunscrizione che noi sentiamo costei essere Didone, figliuola che fu del re Belo di Tiro, la istoria della quale si racconta in due maniere. Dido, il cui nome fu primieramente Elisa, fu, secondo che Virgilio scrive, figliuola di Belo, re deʼ fenici. Il quale Belo, venendo a morte, Pigmaleone suo fratello e lei, ancora fanciulli, lasciò nelle mani deʼ suoi sudditi, li quali in loro re sublimarono Pigmaleone; ed Elisa, cosí fanciulla come era, diêro per moglie ad Acerba o Sicheo che si chiamasse, o vero Sicarba, il quale era sacerdote dʼErcule, il quale sacerdozio era, dopo il reale, il primo onore appo i tiri: li quali insieme santissimamente sʼamarono. Era oltre ad ogni uomo avaro Pigmaleone; per la qual cosa Sicheo, il quale era ricchissimo, temendo lʼavarizia del cognato, ogni suo tesoro avea nascoso. Nondimeno, essendo ciò pervenuto allʼorecchie di Pigmaleone, cominciò quelle ricchezze ferventemente a disiderare, e, per averle, fraudolentemente uccise Sicheo. La qual cosa avendo Elisa sentito, e dolorosamente pianta la morte del marito, temendo di sé, tacitamente prese consiglio di fuggirsi; e, posta giú ogni feminea tiepidezza e preso virile animo, di che ella fu poi chiamata Didone, avendo tratti nella sua sentenza certi nobili uomini deʼ fenici, li quali ella conoscea che odiavano Pigmaleone, presi certi navili del fratello, e quegli senza alcuna dimora armati, come se del luogo dove era andar se ne volesse al fratello, nascosamente in quegli fece caricar tutti i tesori stati del suo marito, e, oltre ad essi, quegli che aver poté del fratello; e palesamente fece mettere nelle navi sacchi pieni di rena e guardarli bene. Ed essendo con coloro, li quali sentivano il suo consiglio, salita sopra le navi, come in alto mare si vide, comandò che questi sacchi pieni di rena tutti fossero gittati in mare. E, come questo fu fatto, convenuti tutti insieme i marinai e gli altri, lagrimando disse:—Io, facendo gittare in mare tutti i tesori di mio marito, ho trovato modo alla mia morte, la quale io ho lungamente disiderata. Ma io ho compassione a voi, carissimi amici e compagni della mia colpa; percioché io non dubito punto, che, come noi perverremo a Pigmaleone, il quale sapete è avarissimo, egli fará crudelmente me e voi morire. Nondimeno, se vi piacesse con meco insieme fuggirvi e lontanarvi dalla sua potenza, io vi prometto di non venirvi mai meno ad alcun vostro bisogno.—La qual cosa udendo i miseri marinai, quantunque loro paresse grave cosa lasciar la patria, nondimeno, temendo forte la crudeltá di Pigmaleone, agevolmente sʼaccordarono a doverla seguire in qualunque parte ella diliberasse di fuggire. Dopo il quale diliberamento, piegate le prode delle navi a ponente, pervennero in Cipri, dove quelle vergini che alla marina trovarono, persolventi secondo il costume loro li primi gustamenti di Venere, a sollazzo ed eziandio a procrear figliuoli deʼ giovani che con lei erano, fece prendere e porre in su le navi; e, similmente, ammonito nel sonno un sacerdote di Giove, che in quella contrada era, con tutta la sua famiglia ne venne a lei, annunziando grandissime cose dover seguire, in onore della loro successione, di questa fuga. Poi quindi partitasi, e pervenuta nel lito affricano, costeggiando la marina deʼ massuli, in quel seno del mare entrò con le sue navi, dove ella poco appresso edificò la cittá di Cartagine. E quivi, estimando il luogo esser sicuro alle navi, per dare alcun riposo aʼ marinai faticati, prese terra: dove venendo quegli della contrada, quale per disiderio di vedere i forestieri, e quale per guadagnare recando delle sue derrate, cominciarono a contrarre insieme amistá. E, apparendo la dimora loro essere a grado aʼ paesani, ed essendone ancora confortati da quegli dʼUtica, li quali similmente quivi di Fenicia eran venuti, quantunque Didone udisse per alcuni, che seguita lʼavevano, Pigmaleone fieramente minacciarla; di niuna cosa spaventata, quivi diliberò di fermarsi. E, accioché alcuno non sospicasse lei alcuna gran cosa voler fare, non piú terreno che quanto potesse circundare una pelle di bue mercatò da quegli della contrada, la quale in molte parti minutissimamente fatta dividere, assai piú che alcuno estimato non avrebbe, occupò di terreno. E, quivi fatti eʼ fondamenti, fece edificare la cittá, la quale chiamò Cartagine. E, accioché piú animosamente e con maggior speranza i compagni adoperassono, a tutti fece mostrare i tesori, li quali essi credeano aver gittati in mare. Per la qual cosa subitamente le mura della cittá, le torri eʼ templi, il porto e gli edifici cittadini saliron su, e apparve non solamente la cittá esser bella, ma ancora potente e a difendersi e a far guerra. Ed essa, date le leggi e il modo del vivere al popol suo, onestamente vivendo, da tutti fu chiamata reina. Ed essendo per Affrica sparta la fama della sua bellezza e della sua onestá, e della prudenza e del valore, avvenne che il re deʼ mussitani, non guari lontano da Cartagine, venne in disiderio dʼaverla per moglie; e, fatti alcuno deʼ principi di Cartagine chiamare, la dimandò loro per moglie, affermando, se data non gli fosse, esso disfarebbe la cittá fatta e caccerebbe loro e lei. Li quali conoscendo il fermo proposito di lei di sempre servar castitá, temetton forte le minacce del re, e non ardiron di dire a Didone, domandantene, ciò che dal re avevano avuto, ma dissero che il re disiderava di lasciare la vita e i costumi barbari e dʼapprendere quegli deʼ fenici. Perciò voleva alquanti di loro che in ciò lʼammaestrassero; e, dove questi non avesse, minacciava di muover guerra loro e disfare la cittá. E però, conciofossecosaché essi non sapessono chi di loro ad esser con lui andar si volesse, temevan forte non quello avvenisse che il re minacciava. Non sʼaccorse la reina dellʼastuzia, la quale usavano coloro che le parlavano, e però, rivolta a loro, disse:—O nobili cittadini, che miseria di cuore è la vostra? Non sapete voi che noi nasciamo al padre e alla patria? né si può direttamente dire cittadino colui, il quale non che altro pericolo, ma ancora, se il bisogno il richiede, non si dispone con grande animo alla morte per la salute della patria? Andate adunque, e lietamente con piccolo pericolo di voi rimovete il minacciato incendio dalla vostra cittá.—Come i nobili uomini udirono questa riprensione fatta loro dalla reina, cosí parve loro avere da lei ottenuto quello che essi disideravano, e iscoperserle la veritá di ciò che il re domandato avea. La qual cosa come la reina ebbe udita, cosí sʼaccorse se medesima avere contro a sé data la sentenzia e approvato il maritaggio; e seco medesima si dolse, né ardí dʼopporsi allo ʼnganno che i suoi uomini aveano usato. Ma subitamente seco prese quel consiglio che allʼonestá della sua pudicizia le parve di bisogno, e rispose che, se termine le fosse dato, che ella andrebbe volentieri al marito. Ed essendole certo termine conceduto a dovere andare al marito, e quello appressandosi, nella piú alta parte della cittá fece comporre un rogo, il quale estimarono i cittadini ella facesse per dovere con alcun sacrificio rendersi benivola lʼanimo di Sicheo, alla quale le parea romper fede. E compiuto il rogo, vestita di vestimento bruno, e servate certe cerimonie e uccise, secondo la loro consuetudine, certe ostie, montò sopra il rogo, e, aspettante tutta la moltitudine deʼ cittadini quello che essa dovesse fare, si trasse di sotto aʼ vestimenti un coltello, sel pose al petto, e, chiamato Sicheo, disse:—O ottimi cittadini, cosí come voi volete, io vado al mio marito.—E, appena finite le parole, vi si lasciò cader suso, con grandissimo dolore di tutti coloro che la viddero: e invano aiutata, versando il castissimo sangue, passò di questa vita.
Virgilio non dice cosí, ma scrive nello Eneida che, avendo Pigmaleone occultamente ucciso Sicheo, e tenendo la sua morte nascosa a Didone, Sicheo lʼapparve una notte in sogno, e revelolle ciò che Pigmaleone avea fatto; ed insegnatole dove i suoi tesori erano ascosi, la confortò che ella si partisse di quel paese. Per la qual cosa ella prese i tesori, e, fuggitasi, avvenne che, facendo ella far Cartagine, Enea, dopo il disfacimento di Troia partitosi, per tempesta arrivò a Cartagine, dove egli fu ricevuto e onorato da lei; e, con lei avuta dimestichezza per alcun tempo, lasciatala malcontenta, si partí per venire in Italia: di che ella per dolore sʼuccise. La quale opinione per reverenza di Virgilio io approverei, se il tempo nol contrariasse. Assai manifesta cosa è, Enea, il settimo anno dopo il disfacimento di Troia, esser venuto, secondo Virgilio, a Didone: e Troia fu distrutta lʼanno del mondo, secondo Eusebio, quattromilaventi. E il detto Eusebio scrive essere opinione dʼalcuni, Cartagine essere stata fatta da Carcedone tirio: e altri dicono, Tidadidone sua figliuola, dopo Troia disfatta, centoquarantatrè anni, che fu lʼanno del mondo quattromilacentosessantatré. E in altra parte scrive essere stata fatta da Didone lʼanno del mondo quattromilacentoottantasei. E ancora appresso, senza nominare alcun facitore, scrive alcun tenere Cartagine essere stata fatta lʼanno del mondo quattromilatrecentoquarantasette. Deʼ quali tempi, alcuno non è conveniente coʼ tempi dʼEnea: e perciò non credo che mai Enea la vedesse. E Macrobio in libro Saturnaliorum del tutto il contradice, mostrando la forza dellʼeloquenza esser tanta, che ella aveva potuto far sospettar coloro che sapevano la storia certa di Dido, e credere che ella fosse secondo che scrive Virgilio. Fu adunque Dido onesta donna, e, per non romper fede al cener di Sicheo, sʼuccise. Ma lʼautore séguita qui, come in assai cose fa, lʼopinion di Virgilio, e per questo si convien sostenere.